Non siamo immortali di Laura Campanello
Abbiamo due vite: la seconda
Inizia quando ci accorgiamo di averne una sola
(Confucio)
Non c’è bisogno forse di scomodare Confucio per poterci dire che la vita che abbiamo è una e che l’unico modo di cui disponiamo per ricordarcene, almeno ogni tanto, è pensare alla morte. E quand’anche credessimo nella reincarnazione la vita che ci è data da vivere, ora, è questa.
Non siamo immortali.
Lo sapeva bene anche Borges che ne ha scritto, inserendosi nella corrente aperta dai filosofi fin dall’inizio del pensiero occidentale … insomma. Filosofia, letteratura, musica, poesia, arte … da sempre prendono vita e si confrontano con l’effimero nella realtà, la precarietà dell’esistenza , la mortalità umana. Ma la cosa che ho sempre trovato interessante e sicuramente utile è che facendolo approdano quasi sempre non ad una mortificazione depressiva o paralizzante, ma ad una esaltazione della vita stessa, proprio alla luce della sua fragilità. Ciascuno si rapporta con la propria finitudine in maniera diversa e unica, a volte faticosamente a volte con più leggerezza, ma credo che Goethe colpisca nel segno:
“Memento mori! [sono parole che] si incontrano di frequente,
non voglio continuare a dirle;
perché dovrei in una vita così breve,
tormentarti con il suo limite?
Perciò […] ti raccomando,
caro amico, secondo il tuo modo,
Memento vivere, non altro.”
L’uomo che accetta di confrontarsi con la morte, in verità si confronta con la vita, di cui la morte è una parte, è l’epilogo, ma è anche ciò che tiene l’uomo nel presente, nel tempo dell’azione e dell’esistenza, della felicità possibile anche nella fatica. Perché l’alternativa a questa vita, per quanto faticosa o dolorosa è la non vita, è non esserci, che è ciò che ci spaventa. Quindi rischiamo di restare immobili in un paradosso: non guardare la morte ci salva dall’angoscia ma alla lunga ci nega un’esistenza autentica e consapevole (come bene scrisse Heidegger, ad esempio, ma anche Simone Cristicchi nella sua canzone “La prima volta che sono morto”). Non importa se a questa consapevolezza arriviamo grazie alle canzoni pop di Sanremo o grazie a complessi e articolati sistemi di pensiero filosofici: l’importante è che ci arriviamo e che questa riflessione cambi e trasformi il nostro modo di vivere.
Allora la morte va nominata, saputa, presa in considerazione perché è quel pungolo che tiene svegli, vivi, presenti a se stessi, agli altri, all’esistenza. Altrimenti si rischia di non accorgersi neanche della vita che abbiamo, attendere la felicità nel corso degli anni, lamentarci per ciò che non abbiamo anziché godere di ciò che la vita ci concede o che potremmo conquistare se non gettassimo via il tempo, immaginando di averne sempre e comunque altro a disposizione, sempre.
L’esercizio filosofico della morte nell’antichità, comune a molte scuole filosofiche, era proprio questo, e lo troverete anche in molte vie sapienziali e spirituali, non a caso.
L’angoscia o l’ansia di morte che spesso sentiamo è per lo più legata alla paura di morire, ma cosa contiene questa paura?
D.I.Yalom, in un libro dal titolo Fissando il sole (2017 ed. Neri Pozza) esplora il nostro rapporto con la morte e ne evidenzia (da psichiatra fondatore della psicoterapia esistenziale negli anni ‘70) il lato positivo, che emerge quando riusciamo a farne occasione per vivere meglio. Il sottotitolo dell’edizione americana (del 2008) recita “superare il terrore della morte”. È interessante: non dice “superare la paura della morte” perché la paura inevitabilmente resta per tutti noi e va esplorata. La differenza è però sostanziale: il terrore paralizza e inchioda, la paura no.
Cosa ti fa paura della morte? Lo chiedo a me, a te che leggi e lo chiedo da anni alle persone malate di tumore o di Sla in fase avanzata o terminale di malattia che incontro nella mia professione. E per molti di loro, per le questioni legate alla paura c’è una risposta, almeno parziale e tranquillizzante, che regala maggiore serenità.
La mancanza di senso, la solitudine e l’isolamento, la sensazione di non aver vissuto – sprecando vita e tempo – o di aver dedicato poca attenzione a ciò che per noi conta davvero, non aver cercato di cambiare in meglio la nostra vita, non aver detto parole importanti a chi amiamo… Sono cose concrete, non sono solo idee o pensieri, e contano nel corso della nostra intera vita e tanto più alla fine, quando il sipario sta per chiudersi e i bilanci esistenziali si impongono, severi e implacabili, ma i rilanci possibili sono pochi o hanno poco tempo per realizzarsi e quindi diventano urgenti e chiari.
Sempre Yalom, sulla scia dei filosofi che ama e propone nei suoi testi, come ad esempio Epicuro, scrive: “La morte uccide, ma il pensiero della morte salva”. Infatti dolore, morte, malattia, lutto, vecchiaia, sofferenza … ci trasformano, nostro malgrado, anche se ovviamente noi fuggiremmo lontano da quell’esperienza. Ma ci possono riconsegnare alla vita in un altro modo. E lo stesso può fare una seria meditazione sulla morte o un buon rapporto con essa nel corso della vita.
Perché quello che ci rende davvero umani è la consapevolezza di noi stessi e della vita per quella che è. E proprio accorgersi di essere mortali porta alla grande esperienza del risveglio che apre al cambiamento, perché se c’è una cosa che chi affronta il morire mi raccomanda spesso non è certo di cambiare il mio modo di pensare, ma di modificare profondamente il mio modo di vivere.
Il senso del vivere, la responsabilità della nostra e altrui esistenza, le priorità da dare alla propria vita, l’ uso del tempo, la capacità di mostrare gratitudine, avere consapevolezza di essere vivi e di come la vita è davvero – nella sua fragilità e nella sua forza – sono le questioni che emergono di fronte alla malattia, alla morte imminente, al lutto di chi alla malattia dell’altro deve sopravvivere col dolore della perdita.
Per questo le persone alla fine della vita vanno aiutate a congedarsi dagli altri, a fare bilanci e piccoli rilanci, a chiudere il cerchio della loro esistenza insieme a chi con loro l’ha condiviso, senza restare vittime di teatri del silenzio e della negazione sulla verità di quanto accade che spesso aggiungono dolore al dolore.
La morte restituisce per la prima volta la misura e il giusto peso alle cose del vivere quotidiano e macroscopico.
Allora, come insegnano i filosofi da sempre, non attendiamo con timore che la morte ci indichi cosa conta nella vita, ma anticipiamola accompagnandoci a lei perché ci aiuti per tutta la vita ad imparare a vivere e morire.

