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Tag Archivio per: cimiteri islamici

Al Qarafa, Il Cairo: dove morti e vivi vivono gomito a gomito

4 Giugno 2013/6 Commenti/in Vecchiaia/da sipuodiremorte

Voglio raccontarvi una storia, che parla al contempo di una donna e di un cimitero. Sabato pomeriggio Anna Tozzi Di Marco, un’antropologa romana conosciuta vari anni fa, si trovava a Torino, e si è offerta di farmi da guida per vedere la mostra delle fotografie relative al suo soggiorno nella Città dei morti del Cairo: luogo di sepoltura che, poco per volta, è divenuto una delle zone più popolose della capitale egiziana. Case e tombe, vivi e morti, convivono gomito a gomito.
Luogo della mostra (che è rimasta aperta dal 27 giugno a oggi, 4 giugno), sono i famosi Bagni Pubblici di via Aglié, a Torino, in occasione del mese di attività culturali dedicato all’Africa. I Bagni sono un luogo affascinante: hanno mantenuto la loro funzione originaria, divenendo inoltre un vivace centro culturale e interculturale.
Anna ha vissuto quasi dieci anni all’interno di Al Qarafa, la Città dei morti del Cairo, un’area di circa dodici kmq, divisa in diciassette quartieri, oggi luogo di vita e commercio da un lato, e di sepoltura dall’altro. Anna è rimasta dieci anni nel cimitero per cogliere dall’interno le dinamiche dell’inurbamento in quel luogo, ed esaminarle anche in rapporto ai rituali funebri e religiosi.
Le prime fotografie della mostra (documenti fortunosamente ricuperati da Anna) risalgono ai primi del Novecento, e mostrano uno spazio vuoto, con alcune sepolture qua e là. Da inizio Novecento ad oggi, l’area di Al Qarafa è completamente cambiata: si sono costruite le case, e oggi la densità di popolazione è molto alta, ma non per questo si è smesso di seppellire.
Anna ha già scritto un libro su quest’esperienza unica: Egitto inedito. Taccuini di viaggio nella necropoli musulmana del Cairo, acquistabile su un sito dedicato al Centro di ricerche e documentazione di tanatologia culturale, da lei fondato e diretto, eccellente per chi voglia approfondire il suo punto di vista antropologico, www.lacittadeimorti.com. Anna pratica infatti un’antropologia militante, come lei la definisce: “la prospettiva antropologica deve essere acquisizione di consapevolezza del contesto in cui si andrà a operare, e fornire gli strumenti per muoversi nel territorio interagendo con i locali. Deve gettare le basi di una cooperazione allo sviluppo sostenibile che veda coinvolti gli abitanti nei processi di decisione”.
Le foto, in parte scattate da lei, in parte da altri antropologi, giornalisti o fotografi professionisti, sono eccellenti testimonianze di questa prospettiva: l’obiettivo è restituire una rappresentazione dignitosa degli abitanti del cimitero cairota (più di un milione), valorizzandone la vita quotidiana, i mestieri (spesso legati alle sepolture), le espressioni religiose e culturali, e facendo piazza pulita delle immagini stereotipate, negative e esotizzanti. Gli scatti rappresentano interratori e scultori del marmo, venditori di verdura e di tappetini, interni di case, coloratissimi, e bambini che giocano, donne che cucinano, tombe situate nei cortili, becchini, visite alle tombe, facciate dipinte per testimoniare l’avvenuto pellegrinaggio alla Mecca, perfino una cerimonia in cui una donna entra in trans per placare gli spiriti.
La mostra sarà itinerante, continuerà a viaggiare in Italia, e magari potrà fare una seconda puntata torinese. E Anna Tozzi? Sta per ripartire, verso Cipro e la Turchia, per studiare la leggenda dei Sette Dormienti, pronta per nuove esperienze.
Se la storia di Al Qarafa vi ha interessati o incuriositi, guardate anche il documentario di Alessandro Molatore: http://vimeo.com/18992377, e su flickr, ricercate Al Qarafa. Vedrete splendide fotografie, tra le quali alcune sono di Anna.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/06/becchino-1-e1370334293286.jpg 311 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-06-04 10:28:542018-10-23 18:42:14Al Qarafa, Il Cairo: dove morti e vivi vivono gomito a gomito

Cimiteri islamici in Italia?

7 Novembre 2012/8 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

In tutta Italia si sta discutendo se sia opportuno creare lotti dedicati agli islamici e ad altre religioni nei cimiteri comunali. Alcune città resistono alle richieste degli islamici, come Pordenone. Altre, in modo più attento e realistico, costruiscono risposte, come è accaduto due anni fa a Fossano in seguito alla morte sconvolgente di un bimbo di nove anni, e come succede oggi a Torino.
A Torino, infatti, la Giunta comunale ha approvato una delibera (presentata dal vicesindaco Tom Dealessandri e dall’assessore Ilda Curti) che consentirà alle comunità immigrate (il 17% della popolazione), di dare sepoltura ai loro cari in città, nel rispetto delle loro tradizioni religiose, istituendo spazi per ogni religione nel cimitero monumentale.
Cos’è in gioco in queste decisioni?
L’obiettivo dell’integrazione non è certo raggiungibile solo attraverso i cimiteri. Tuttavia, si tratta di un’importante dimostrazione di rispetto e di attenzione. La nostra Costituzione, peraltro, prevede la libertà di culto. Accogliere in un paese significa anche creare le condizioni perché chi arriva possa sentirsi – se non proprio a casa – quantomeno radicato e integrato.
Le discussioni sui cimiteri islamici sono un segno dell’era contemporanea, che obbliga ciascuno di noi, credente o non credente, a tener conto della complessità e della pluralità culturale. Parlo proprio anche ai laici come me. In fondo un laico potrebbe affermare che i cimiteri in Italia sono comunali, non religiosi, e che non si vede perché sia necessario costruire dei lotti islamici o dei cimiteri dedicati a loro (ma quante croci stanno dentro i nostri cimiteri comunali?). Ho sentito dire molti laici che per gli islamici sarebbe sufficiente orientare la bara verso la Mecca e mettere i simboli della religione musulmana. E che questo dovrebbe valere per tutti.
Nonostante questa sia una posizione che mi ha fatto riflettere, oggi sono convinta che chi è veramente laico deve saper ascoltare anche le differenti comunità religiose e comprendere le loro esigenze. Che sono diverse da quelle dei cattolici e dei laici autoctoni, a partire dalla durata della sepoltura. Vi sono comunità che hanno bisogno di ripiegarsi sulle proprie usanze rituali. E un laico dovrebbe, secondo me, non fermarsi a una tolleranza distaccata, ma aprirsi all’interesse e alla collaborazione. Lo stesso dovrebbe fare ogni religione, che ha diritto di desiderare la separatezza, fino a quando quest’ultima non diventa esclusione e integralismo. E questo sì, vale per tutti.
Fino a non molti anni fa, gli immigrati propendevano per il rimpatrio delle salme, nonostante il costo molto alto. Si trattava di una prima fase, caratterizzata dall’immigrazione di giovani, la cui famiglia restava nel paese d’origine. Il progetto di migrazione era partire, lavorare e tornare a casa. Oggi sono molti i ricongiungimenti familiari nel nostro paese, e i figli di chi muore sono spesso nati in Italia. Il rimpatrio, così, che era già un evento problematico e traumatico, diviene sempre più privo di significato. Alcuni studiosi, ad esempio gli algerini Yassine Chaïb e Atmane Aggoun hanno messo in luce, per la Francia, le difficoltà poste dai rimpatri. Difficoltà in primo luogo economiche, e poi rituali. Il lungo periodo richiesto dalla colletta per racimolare il denaro necessario per il rimpatrio impone l’uso della bara di zinco per il trasporto, bara che non è più apribile dalla famiglia che riceve la salma. La tradizione vorrebbe, invece, la sepoltura del corpo, avvolto nel solo sudario, nella nuda terra. Una deritualizzazione è di fatto imposta ai migranti, che non possono svolgere il rito tradizionale né in terra d’origine né in terra d’accoglienza. Tale situazione rende più rispondente alle necessità la soluzione di seppellire i propri cari in terra d’accoglienza, anche per via del succedersi delle generazioni d’immigrazione.
Credo che, oltre all’importante tema delle concessioni di aree islamiche presso i cimiteri, occorra garantire ai musulmani che vivono nel nostro Paese il rispetto del lavaggio rituale dei corpi in luoghi adeguati, meno freddi e tecnici delle sale settorie delle camere mortuarie, dove oggi avvengono. A tal fine, è necessaria anche un’adeguata formazione interculturale per gli operatori sanitari e funerari che spesso, di fronte al morente o al defunto di un’altra cultura, sono in difficoltà e non sanno che pesci pigliare, provocando a volte disagio e rabbia.
Per questo auspico che la municipalità di Torino, che ha ben cominciato l’opera, non si fermi e proceda anche all’identificazione di una sala del Commiato multiculturale in città, priva di simboli (o con simboli amovibili) che possa servire sia ai laici che a religioni diverse da quella cattolica.
Vorrei concludere citando e sottoscrivendo le parole di Daniele Rocchetti, vice presidente di Acli Bergamo e responsabile di Molte fedi sotto lo stesso cielo, che invita chi ha paura dello straniero (e chi questa paura la sfrutta politicamente) a “ragionarci sopra, e soprattutto ragionarci insieme: nel confronto serio delle posizioni, non solo con la ripetizione di slogan facili e popolari. Non è così che si costruisce una sana democrazia. Tanto meno una democrazia inclusiva. E ancor meno una città in cui è bello e piacevole vivere. Questo modo di porre i problemi complica la vita di tutti noi. E la rende meno sicura, non di più.”

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