Senza parole: parliamo di suicidio
In occasione della giornata internazionale di prevenzione del suicidio, il 10 settembre, pubblichiamo il bellissimo testo di Carla Chinnici.
Carla, “sopravvissuta”, come si usa dire, al suicidio del marito, ci permette di comprendere cosa accade a chi deve affrontare il suicidio di un congiunto.
Sono parole che ci sono parse più efficaci di mille statistiche, peraltro facilmente rintracciabili sul web. Per un 10 settembre diverso è anche il sottotitolo della locandina dell’incontro organizzato alla Claudiana di Milano da Carla Chinnici, Senza Parole.
Consigliamo ai nostri lettori milanesi di partecipare.
“Mi chiamo Carla e sono una sopravvissuta. Nel gergo di chi gravita attorno al problema, i sopravvissuti sono coloro che hanno perso un loro caro per suicidio.
Mio marito si è tolto la vita nel 2009. Era un quarantenne, un manager rampante dal futuro promettente, lavorava per una importante agenzia di pubblicità.
Ci tengo a sottolineare che oltre ad essere un tipo brillante, colto, intelligente, simpatico, era anche bello e lo dico perchè mi sono sempre ritenuta fortunata del fatto che fra tante, avesse scelto proprio me.
Solo una volta andati a convivere mi sono resa conto che qualcosa in lui non andava, e così indagando ho scoperto la sua dipendenza da alcool e da sostanze.
Sono stati anni difficili, durissimi, fatti di bugie o mancate verità, promesse deluse, impegni non rispettati, litigi, violenze verbali.
Lui come paziente ed io come familiare ci siamo rivolti presso un centro per dipendenze di varia natura, ma i suoi impegni lavorativi lo costringevano a viaggiare spesso e a saltare di conseguenza gli appuntamenti previsti.
A volte avevo la presunzione di credere che le cose stessero migliorando, magari bastava poco, un gesto, una parola per creare in me questa illusione, ma poi bastava un attimo per riportarmi alla realtà.
Così si arriva in fretta a quel cinque giugno, ricordo che mi accompagnò in ufficio e quel bacio prima di scendere dalla sua auto, fu l’ultimo.
Dopo circa due ore arrivarono gli agenti della polizia di stato ed in maniera piuttosto diretta mi comunicarono che si era defenestrato. Confesso di non aver mai sentito quel termine prima di allora, eppure di aver avuto nell’immediato la percezione di quello che era successo .
La perdita di una persona cara per suicidio è scioccante, dolorosa e inaspettata.
A differenza di altri decessi, in cui la responsabilità dei cari non è messa in discussione, in quanto la morte sopraggiunge per malattia, incidente o vecchiaia, nel caso del suicidio, le persone che hanno avuto anche un minimo contatto con il suicida, si domandano se avrebbero potuto in qualche modo evitare, ostacolare e quindi prevenire l’atto letale.
I survivors sono persone che si sentono colpevoli per non essere stati presenti in quel momento, per non aver capito, per non aver impedito, per non aver chiesto aiuto, per non aver visto.
Contribuisce ad accrescere questo stato d’animo il fatto che molti di loro percepiscono la sostanziale mancanza di sostegno dalla rete sociale che spesso o non sa come reagire, oppure non si attiva proprio perché il senso di vergogna impedisce di chiedere aiuto. Ciò scatena spesso rabbia, i sopravvissuti si sentono rifiutati ed abbandonati.
Le persone che affrontano un lutto sono generalmente comprese e ricevono compassione, nonché sostegno; non si può dire che lo stesso avvenga per coloro che hanno perso un caro per il suicidio.
Esiste una sorta di processo d emarginazione nei loro confronti, eppure il suicidio è un forte segnale di disagio e come tale dovrebbe spingere la società intera ad interrogarsi sulla propria inadeguatezza e difficoltà a comunicare valori e significati che motivino la vita stessa anziché negarla.
Un’altra grande difficoltà dei sopravvissuti è immaginare momenti felici con chi è deceduto, il quale, avendo scelto di suicidarsi, ha scelto di non vivere più con i suoi cari, privandoli della possibilità di condividere anche i momenti lieti.
Questa difficoltà sussiste perché manca un evento accidentale come causa di morte; il suicida ha scelto di morire e dunque per i survivors ha scelto anche di interrompere qualsiasi rapporto con i suoi cari. Questi sono in conflitto nell’accettare e rifiutare la memoria del suicida.
Riemergere da un suicidio è possibile, ma è necessario affidarsi a professionisti dell’aiuto, gruppi terapeutici e\o, di auto mutuo aiuto, occorre attraversare il dolore lasciandosi accompagnare, soprattutto all’inizio.
Io stessa ho seguito un percorso di questo tipo ed oggi sono impegnata in prima persona a favore della prevenzione per il suicido.
Malgrado le statistiche, a me personalmente non piace parlare di categorie a rischio, ma di persone che hanno bisogno di essere ascoltate e capite nelle loro personali ed esistenzialistiche problematiche.
Persone cui la morte sembra la soluzione migliore alla loro sofferenza, ma che se solo potessero aspettare un altro momento, scoprirebbero nuove modalità risolutive ai loro dolori.
Le persone che si suicidano hanno perso la speranza.
Serve una cultura dell’ascolto e della relazione che si faccia carico della fragilità e dell’incertezza, del dolore e della frustrazione, senza interpretarlo come fallimento.
Una cultura rinnovata che accolga il disagio dei più deboli in una dimensione collettiva e trasformativa che produca resilienza e capacità di adattamento.”

