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Tag Archivio per: OMS

La prescrizione sociale, di Marina Sozzi

2 Luglio 2026/3 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Immaginate di andare dal medico di famiglia con un senso di stanchezza cronica, un senso di solitudine che pesa sul petto, un’ansia che accompagna le giornate. E immaginate che il medico, invece di (o oltre a) una terapia farmacologica, vi consegni un foglio con scritto: “Corso di teatro, due volte a settimana” oppure “Gruppo di lettura, tre volte al mese”. Non è un esperimento di avanguardia. Si chiama prescrizione sociale, ed è già realtà in 32 Paesi nel mondo.
La prescrizione sociale è un modello che consente ai professionisti della salute – medici, infermieri, assistenti sociali – di indirizzare le persone verso risorse non cliniche presenti nella comunità: attività culturali, gruppi di cammino, cori, orti condivisi, laboratori creativi. L’idea di fondo è semplice ma potente: la salute non dipende solo da farmaci e interventi medici, ma anche da relazioni, significato, partecipazione alla vita collettiva. Era ciò che intendeva già nel 1948 l’OMS con la sua definizione di salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità”. Ma, come è noto, i cambiamenti culturali richiedono tempi lunghi.

Chi legge questo blog sa che l’approccio biopsicosociale funziona nel fine vita. La prescrizione sociale ci invita a guardare a questo modello come una risorsa per l’intero arco della vita delle persone. La prescrizione sociale si rivela particolarmente interessante proprio nei contesti di fragilità: malattia cronica, lutto, fine vita, isolamento degli anziani, malattia mentale. In questi casi, l’accesso a una comunità, a un’attività che dia senso, a uno spazio di espressione non è un lusso – è una forma di cura. C’è qualcosa di profondamente umano nell’idea che un museo, un laboratorio di scrittura, un gruppo di lettura possano fare parte di una terapia. Non perché sostituiscano la medicina, ma perché riconoscono che l’essere umano non è solo un corpo da riparare, ma una persona che ha bisogno di bellezza, di relazioni, di senso. La prescrizione sociale mette le persone fragili nella condizione di prendersi cura della propria salute e del proprio benessere in prima persona, e ha il vantaggio di ridurre la pressione sui sistemi sanitari. Inoltre, è una pratica che contribuisce ad aumentare l’equità, riducendo le disuguaglianze di salute all’interno di una comunità.

Nel Regno Unito questo modello è entrato nelle politiche sanitarie nazionali già nel 2019, ma le prime sperimentazioni risalgono al 1995. Oggi, a trent’anni di distanza, è diventato un pilastro del sistema sanitario britannico, con figure professionali dedicate, i link worker, ossia operatori specializzati che fanno da ponte tra il paziente e le risorse del territorio, che i link worker conoscono in modo approfondito. Intanto nel 2022 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un documento, ora disponibile in italiano e scaricabile qui, che funge da guida pratica per gli operatori sanitari.

Fino a poco tempo fa, in Italia la prescrizione sociale era una pratica affidata alla sensibilità di singoli professionisti lungimiranti, senza una cornice istituzionale. Poi qualcosa è cambiato, anche perché l’idea di un’integrazione tra servizi sanitari e offerta di benessere da parte del Terzo settore, degli enti culturali e della comunità è comparsa anche nel Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031. Inoltre, nel maggio 2026, è arrivata la prima indagine nazionale sull’argomento, realizzata dal Cultural Welfare Center (CCW) in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo. I numeri hanno sorpreso anche gli addetti ai lavori: 918 organizzazioni hanno dichiarato di avere progetti attivi di welfare culturale, e tra queste ben 617 stanno già sperimentando forme di prescrizione sociale.
Al webinar di presentazione della ricerca si sono iscritte oltre 1200 persone, un segnale di quanto l’interesse sia diffuso, tra operatori culturali, sanitari, amministratori locali e semplici cittadini curiosi.

Potrebbe sembrare una di quelle idee entusiasmanti ma vaghe, difficili da misurare. Invece, la ricerca scientifica sull’impatto della partecipazione culturale sulla salute è oggi abbastanza robusta da convincere anche i più scettici. Cantare in un coro riduce i marker infiammatori. Visitare musei regolarmente è associato a una minore incidenza di depressione negli anziani. Fare teatro migliora le capacità cognitive e riduce l’isolamento. Non si tratta di effetti placebo o di suggestione: sono dati raccolti con metodi rigorosi, che stanno cambiando il modo in cui medici e policy maker pensano alla salute.

La ricerca del CCW lo dice chiaramente: la sfida dei prossimi anni sarà trasformare quello che oggi dipende dalla fortuna di incontrare un professionista illuminato in un diritto accessibile a tutti. Costruire cornici istituzionali, formare nuove figure professionali, creare alleanze tra sistema sanitario e sistema culturale. È un cantiere aperto, e il fatto che istituzioni come il Ministero della Salute, il Ministero della Cultura e l’Istituto Superiore di Sanità siedano allo stesso tavolo è un segnale incoraggiante.

Nel frattempo, vale la pena sapere che questa possibilità esiste. E magari chiedere al proprio medico se, oltre alla ricetta, c’è anche un museo nelle vicinanze. Cosa ne pensate? Eravate al corrente di questa prassi? Ritenete che la cultura possa avere un ruolo di primo piano nel benessere delle persone?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/06/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-07-02 09:23:492026-07-02 09:23:49La prescrizione sociale, di Marina Sozzi

L’OMS e il controverso rapporto con le cure palliative, di Marina Sozzi

26 Aprile 2021/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Come abbiamo più volte scritto su questo blog, in questa pandemia le istituzioni sanitarie preposte ad affrontare l’emergenza non hanno considerato le cure palliative come una risorsa. E non solo in Italia. Nel Regno Unito (non abbiamo purtroppo dati italiani) le morti in RSA sono aumentate del 220%, quelle ospedaliere del 90%, quelle a domicilio dell’80%, mentre le morti in hospice sono calate del 20%.

Ma il fatto che mi ha maggiormente colpita, e che vorrei condividere con voi, è stato l’atteggiamento incerto e ambiguo dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 2018, l’OMS aveva scritto una guida sulle emergenze, e sulle cure da prestare in condizione di calamità umanitaria o sanitaria: in quel documento aveva affermato che le cure palliative avrebbero dovuto essere presenti in quei contesti alla stessa stregua della medicina d’urgenza. Occorre salvare tutte le vite che è possibile, scriveva l’OMS, ma l’obiettivo subito successivo è impedire che le persone soffrano. Quel documento, nelle sue illustrazioni e nei suoi esempi, si riferiva a realtà molto distanti dall’Occidente, a contesti di guerra o all’epidemia di Ebola in Africa.

Tuttavia l’OMS – che nel 2018 aveva previsto un intervento massiccio della palliazione nelle crisi sanitarie – solo due anni dopo, quando ha elaborato la guida per la gestione del Covid, si è dimenticata delle cure palliative. La rivista «The Lancet», l’11 aprile del 2020, scriveva a questo proposito un editoriale, nel quale denunciava la grave lacuna costituita dall’assenza delle cure palliative tra le raccomandazioni dell’OMS volte a mantenere i servizi essenziali in sanità durante la pandemia. E metteva viceversa in evidenza il contributo che esse avrebbero potuto dare nell’emergenza Covid.

A giugno, nella nuova edizione della guida, l’OMS reinseriva le cure palliative (anche se non con la stessa rilevanza del 2018), e rendeva indisponibile l’edizione precedente.

Ciò che è accaduto nell’Organizzazione Mondiale della Sanità induce a pensare. Se nel 2018, quando ci si riferiva a contesti diversi e lontani dall’Occidente, le cure palliative venivano considerate altrettanto essenziali quanto le cure d’urgenza, esse scomparivano invece solo due anni dopo, verso la fine della prima ondata, quando la riflessione riguardava in primo luogo l’Occidente, più colpito dal virus. È come se la morte e la sofferenza fossero immaginabili in alcuni contesti, e non in altri. Come se un processo di negazione si fosse impadronito della massima autorità sanitaria mondiale.

Mi pare che ci sia ancora un grande problema culturale, di mentalità, che non permette alle cure palliative di assumere il ruolo che servirebbe. Un problema evidentemente non solo italiano. Ma, per limitarci al nostro Paese, occorrerà nei prossimi anni riflettere sullo straordinario contributo che, dove hanno potuto essere presenti, hanno dato i palliativisti ai colleghi impegnati nella cura del Covid. Infatti, nonostante le cure palliative siano state dimenticate e rese marginali nella cura dei pazienti Covid (malgrado i documenti della Società Italiana delle Cure Palliative e della Federazione delle Cure Palliative), dove i palliativisti ci sono stati la dimensione della cura del Covid è cambiata. Cambiata per i pazienti, cambiata per i curanti. I palliativisti sono stati preziosi perché hanno portato l’approccio palliativo, che è un approccio olistico e attento alla persona, nella cura del Covid. Non hanno solo praticato sedazioni palliative, non si sono limitati a controllare i sintomi, ma hanno usato le loro competenze comunicative con i pazienti, spesso isolati dal resto del mondo e dalle loro famiglie; con i familiari, in trepida attesa di notizie da ospedali divenuti fortini; e con i colleghi, travolti dal sentimento di impotenza per la quantità e la qualità delle morti. Non solo, ma alcuni pazienti, consegnati ai palliativisti perché non vi era indicazione per la terapia intensiva, grazie alle cure palliative, attente alla particolarità dei sintomi e dei bisogni, hanno superato i giorni più difficili e sono guariti.

Ora, un grande lavoro ci attende. Riflettere sull’esperienza fatta, immaginare come dovranno essere le cure palliative del futuro (e senz’altro dovranno entrare in RSA e in ospedale) e ingaggiare una rinnovata battaglia culturale per far conoscere le cure palliative ai cittadini e per formare gli operatori sanitari all’approccio palliativo.

Che ne pensate? Siete d’accordo? Come vedete le cure palliative del futuro?

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