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Tag Archivio per: adolescenti

Il lutto negli adolescenti: silenzi, oscillazioni, bisogno di parole, di Cristina Vargas

7 Aprile 2026/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

La morte entra nella vita degli adolescenti più spesso di quanto immaginiamo. A volte lo fa attraverso i racconti dei media, le serie, la musica, i social, altre volte in modo diretto, con la perdita di un genitore, di un amico o di un nonno. Oggi, essendo questi ultimi presenze quotidiane, fortemente coinvolte nella vita dei nipoti, questo è spesso uno dei primi lutti importanti che le ragazze e i ragazzi devono affrontare.

Tuttavia, solo negli ultimi decenni la letteratura psicologica ha iniziato a riconoscere pienamente la specificità del lutto in adolescenza: per lungo tempo questa fase della vita è stata letta come un’estensione dell’infanzia o un’anticipazione dell’età adulta, senza coglierne le caratteristiche proprie e le sfide evolutive che influenzano profondamente il modo in cui si vive una perdita.
L’adolescenza, come sottolinea Giuseppe Pellizzari, non è solo un’età turbolenta, ma una fase della vita in cui avviene una vera e propria “seconda nascita”, in cui l’identità è soggetta a un processo di vertiginoso cambiamento corporeo, psichico, soggettivo e sociale. La domanda cruciale è “chi sono io?”.

Come osserva Erikson, il giovane è impegnato a tenere insieme ciò che sente di essere e ciò che gli altri vedono. In bilico fra un’infanzia che non c’è più e un’adultità che non c’è ancora, i ragazzi affrontano numerose sfide: la riformulazione dei legami familiari, la rinegoziazione del proprio ruolo tra i pari, i cambiamenti del corpo che cresce — e dunque cambia, invecchia, muore. L’adolescenza è anche il momento in cui si comincia a fare i conti con un mondo che appare per la prima volta nella sua complessità.

In questo equilibrio già fragile, il lutto è una scossa potente che può lasciare tracce durature. Dal punto di vista cognitivo, un adolescente comprende perfettamente cosa significa morire: sa che la morte è definitiva e irreversibile, ma questo non vuol dire che sia già pienamente in grado di integrare questa esperienza dal punto di vista emotivo. La morte può infatti apparire come qualcosa di inaccettabile, una rottura che non trova posto nella propria storia, un evento che “non dovrebbe succedere” e rispetto al quale non si sa bene come reagire. Non è raro che i ragazzi si concentrino sugli aspetti concreti e che reagiscano efficacemente, anche più degli adulti, nella riorganizzazione della loro vita quotidiana. È più faticoso, invece, capire i segni che il lutto ha lasciato nel loro cuore e comprendere cosa significhi davvero perdere qualcuno per sempre.

A differenza di quanto spesso si immagina, il lutto negli adolescenti non segue un percorso lineare. Una delle caratteristiche più tipiche è quella che potremmo chiamare “altalena emotiva”: momenti di dolore intenso, rabbia o disperazione si alternano a fasi in cui il ragazzo sembra stare bene, ride, esce, si comporta “come se niente fosse”. È del tutto normale che chi ha perso una figura significativa oscilli fra momenti di spensieratezza — soprattutto nel gruppo dei pari — e momenti di rabbia o angoscia profonda, spesso più evidenti nello spazio familiare. Non è incoerenza, ma il modo in cui il dolore si esprime, a ondate che hanno una funzione protettiva.

Quando la perdita è significativa, inoltre, il dolore può riemergere nel tempo, anche a distanza di anni. Ogni passaggio evolutivo — la fine di una relazione, un fallimento scolastico, un cambiamento significativo — può riattivare il lutto, riportando alla superficie domande e vissuti non ancora elaborati.
Negli adolescenti, il lutto raramente si manifesta in modo diretto. Più spesso la fatica si esprime altrove: nel ritiro sociale, nelle difficoltà scolastiche, nei conflitti familiari, nei disturbi alimentari o nei comportamenti a rischio. Un ragazzo può apparire “arrabbiato”, “svogliato”, “disinteressato”, mentre sta cercando di dare forma a un dolore che non sa come esprimere.
Parlare di lutto in famiglia è difficile, soprattutto quando non si tratta di un discorso astratto ma di situazioni concrete e vicine. Quando la perdita riguarda una figura genitoriale, un fratello o una sorella, il lutto non è solo individuale ma coinvolge l’intero sistema familiare. E proprio per questo può trasformarsi in un macigno che pesa nella quotidianità.

Immaginiamo una scena. Una madre (ma vale anche per un papà), rimasta da poco vedova, rientra a casa sfinita dopo aver gestito da sola ciò che prima si faceva in due. Trova la figlia o il figlio adolescente sul divano, immerso in un gioco online o in una serie, con i piatti del pranzo ancora da lavare e i compiti non fatti. La reazione più immediata è spesso la rabbia. A cui magari segue una risposta altrettanto rabbiosa del giovane. L’episodio, normalissimo, si amplifica a dismisura, si trasforma in una lite, che diventa un conflitto acceso. Volano frasi sfortunate da entrambe le parti e si dicono cose che feriscono in profondità: “È una mancanza di rispetto. Se papà fosse ancora vivo non faresti così” o, da parte di lui, “avrei preferito che fossi stata tu a morire”. Non è facile, in quei momenti, riconoscere che sotto le parole dure ci sono il dolore, l’angoscia e l’immane fatica del lutto. Anche i genitori più attenti possono essere troppo coinvolti per riuscire a fermarsi e dare spazio a una modalità di relazione diversa… eppure questa è la via.

Per chi accompagna adolescenti in un’esperienza luttuosa, che si tratti di genitori, insegnanti o professionisti, è fondamentale adottare uno sguardo auto-osservativo, riconoscere l’impatto che le emozioni hanno dentro di noi e dentro i ragazzi, per poi “dare parola” a ciò che spesso resta implicito.
Essere di supporto significa riuscire ad aprire un dialogo che non si fermi ai fatti, ma che includa il mondo interno dei ragazzi: non solo “come è andata a scuola?” (a cui seguirà l’immancabile monosillabo), ma anche un “come stai?” che attenda il tempo (a volte lungo) di una risposta e apra alla possibilità di parlare su cosa si pensa e cosa si prova.
La musica, le serie, i film, gli anime e i linguaggi dell’immaginario giovanile possono diventare strumenti preziosi per avviare un dialogo di questo tipo. La differenza, in fondo, è tutta qui: non parlare “ai” ragazzi, ma riuscire a parlare “con” loro di ciò che stanno vivendo.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/04/disagio-adolescenziale.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-04-07 08:56:322026-04-07 08:59:36Il lutto negli adolescenti: silenzi, oscillazioni, bisogno di parole, di Cristina Vargas

Quando a scuola c’è un lutto, di Caterina di Chio e Cristina Vargas

28 Dicembre 2023/2 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Per i bambini e i giovani, scrive la psicoterapeuta Sofia Massia, la scuola rappresenta la prima casa-altra rispetto alla famiglia; un luogo in cui, parafrasando Rodari, ciascun allievo ogni giorno “fa la punta alle matite e corre a scrivere la propria vita”. In essa, infatti, si  apprendono saperi e competenze, si intrecciano legami importanti, si provano emozioni profonde, si trascorrono molte ore e si fa esperienza di comunità. A scuola dunque si affrontano tutte le sfide della crescita, comprese quelle più difficili come l’incontro con la morte e il lutto. Talvolta, l’incontro è indiretto e avviene attraverso il commento a letture condivise o a racconti che un singolo alunno porta nel contesto classe, ad esempio relativamente alla morte di un animale domestico, di un nonno o di un genitore. Talatra, invece, si verificano esperienze che toccano direttamente e da vicino l’intero gruppo: la morte di un compagno o di un insegnante, di un membro della comunità scolastica.

In questa prospettiva, possiamo considerare la scuola un ambiente ottimale per attuare interventi di prevenzione primaria nell’ambito dell’educazione alla morte. Autori come Stephen Strack, Robert Neimeyer e, in Italia, Ines Testoni, hanno strutturato e promosso progetti che si soffermano sia sul pensiero e sulla riflessione (attivando quindi la sfera cognitiva), sia sulla dimensione affettiva-relazionale, con l’obiettivo di rendere la morte un tema “dicibile”, qualcosa su cui è possibile confrontarsi, ascoltarsi e ascoltare.

Ci sono situazioni in cui gli interventi di prevenzione primaria sono sufficienti, ed altre in cui la prevenzione (qualora ci sia stata) non è sufficiente. Risulta necessario occuparsi di lutti veri e propri.  Gli scenari possono essere molteplici, ma nel presente articolo vorremmo soffermarci in particolare su ciò accade quando è un membro del gruppo classe a morire. In questi casi, la morte irrompe in modo spesso traumatico nella vita scolastica, coinvolgendo allievi, insegnanti e, più in generale, tutta la comunità.

In situazioni di questo tipo gli insegnanti si trovano davanti un compito complesso, e hanno un elevato grado di responsabilità rispetto  al  gruppo classe. Nel corso delle esperienze di supporto a docenti ed educatori che abbiamo avuto modo di seguire negli ultimi anni sono emerse numerose domande e preoccupazioni, che in molti casi si esprimono intorno a un grande quesito: come posso in qualità di docente gestire al meglio la situazione, ed essere di supporto, senza oltrepassare i confini e il mandato del mio ruolo, rischiando di sconfinare in territori non di mia competenza?

Un primo nodo importante, su cui può essere utile proporre alcune riflessioni, è quello di conoscere e comprendere le caratteristiche del lutto nelle varie fasi di età.

Il lutto è collegato a emozioni intense e difficili. Accanto al dolore,  in genere si sperimentano vissuti di rabbia, di senso di colpa, oltre che di confusione, di paura, di angoscia… Mentre nell’adulto queste emozioni tendono ad avere un carattere persistente, nei bambini e nei ragazzi esse hanno un andamento altalenante: in alcuni momenti possono arrivare con forza dirompente, mentre in altri possono attenuarsi, o addirittura sparire. Per un adulto può essere sconcertante vedere quanto siano diverse le modalità di reazione degli allievi e come nel gruppo si passi da un comportamento “come se niente fosse” al manifestarsi del pianto o a scatti di rabbia (apparentemente) eccessivi o ingiustificati. È importante considerare queste oscillazioni come del tutto normali. Esse si presentano con maggiore intensità in chi era più legato al compagno o alla compagna deceduti. Allenarsi a riconoscere queste emozioni aiuta a comprenderle e a gestirle con maggior sensibilità, a tollerare meglio i momenti di crisi senza andare sulla difensiva e a bilanciare accoglienza e contenimento nel rapporto con ciascuno dei propri studenti.

La morte di un membro del gruppo porta  gli altri a confrontarsi con  la consapevolezza della propria morte: “se è accaduto al mio compagno o compagna vuol dire che anche i bambini (o i ragazzi) possono morire e, quindi, può accadere anche a me”. Questo pensiero può essere formulato ad alta voce, oppure può essere espresso in modo indiretto: i più piccoli possono manifestare inquietudine o paura nel momento di addormentarsi, ad esempio, o mostrare preoccupazioni per il proprio stato di salute e sintomi psicosomatici. In ogni caso è importante intervenire tenendo insieme onestà e sensibilità. A seconda dell’età è possibile cercare fiabe, racconti, testi letterari o filosofici e altre suggestioni culturali che aiutino ad affrontare il tema. Molte discipline scolastiche, infatti, offrono vie e strumenti che possono essere utili nel percorso di elaborazione (come la scrittura o il disegno) e che possono rappresentare un canale espressivo per i singoli e per il gruppo.

Offrire uno spazio e un tempo per condividere i propri vissuti intorno alla perdita  è un compito prezioso del docente che, nel suo ruolo, può creare le condizioni affinché nel gruppo le persone possano parlare, essere ascoltate, sentirsi meno sole e avvertire che l’evento viene accolto dalla comunità di appartenenza.

Nei momenti di particolare difficoltà, si può fare riferimento allo sportello di ascolto psicologico, che rappresenta una risorsa importante quando si coglie la necessità di un supporto specifico.

Per quanto riguarda il gruppo classe, un  ambito di grande importanza è quello della comunicazione. Curare il modo in cui si trasmette la notizia alla classe, per quanto non esista  “il modo giusto”,  è essenziale.  Ogni insegnante può trovare le parole che sente più coerenti con il proprio carattere e con il tipo di relazione che ha con la classe, tuttavia, pur mantenendo il proprio stile, l’esperienza di lavoro in setting gruppali insegna che è d’aiuto usare un linguaggio chiaro, empatico e adeguato all’età. La parola “morte” non va temuta: pronunciarla aiuta il gruppo a prendere atto della drammatica irreversibilità di quanto accaduto, facilitando la comprensione di un concetto che, soprattutto per i più piccoli, può essere ancora astratto e difficile da afferrare nel suo pieno significato. Se si tratta di una situazione improvvisa o inattesa è probabile che ci siano delle domande, collegate a un normale bisogno di sapere che cos’è successo. A questo proposito ci sembra di poter dire che è necessario parlare dell’accaduto con tatto,  senza entrare in lunghe descrizioni e senza condividere dettagli intimi per soddisfare a tutti i costi la curiosità, ma fornire, in modo rispettoso e discreto, quelle informazioni essenziali che permetteranno ai compagni di comprendere l’accaduto. In genere, in alcuni casi in particolare, soprattutto se si tratta di morti violente, atti anticonservativi o incidenti, può essere opportuno concordare con la famiglia di chi non c’è più i contenuti da trasmettere.

Infine un tema su cui ci si sofferma poco, ma che invece è fondamentale, è quello degli oggetti. La scuola è piena di tracce del passaggio di ogni allievo o allieva. I quaderni, i disegni, le parole scritte, i compiti in classe, il banco stesso sono l’ancoraggio concreto alla memoria del gruppo e sono testimonianza della vita che in quel luogo ha trascorso chi l’ha lasciato. In quanto tali, tutti questi oggetti d’uso quotidiano, su cui di norma  sorvoliamo, acquisiscono un’importanza significativa sul piano simbolico. Come trattarli allora? Sapendo che sono preziosi per favorire l’integrazione dell’esperienza della perdita, il gruppo stesso può trovare la risposta a questa domanda, decidendo cosa tenere in aula, cosa valorizzare e come utilizzare gli oggetti stessi per creare una memoria condivisa. L’importante è che quest’opportunità  venga offerta, e che si dia la possibilità ai ragazzi stessi di scegliere il da farsi. Decidere insieme qual è il momento migliore per togliere il banco o per raccogliere il materiale da restituire alla famiglia offre l’occasione di condividere le emozioni e i pensieri che stanno circolando nel gruppo, trasformandoli in un gesto significativo. È possibile anche trovare forme condivise per ricordare: creare una scatola in cui ognuno può depositare un pensiero o, ancora, piantare un albero in onore del defunto sono atti che si avvicinano alla dimensione rituale, nel senso che permettono di dire addio attraverso l’azione e creano un senso di vicinanza e condivisione fra chi resta.

Cosa ne pensate? Avete esperienze che potete condividere? Grazie, come sempre, del vostro contributo.

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Parlare della morte con gli adolescenti: una sfida che dobbiamo raccogliere, di A. Cristina Vargas

22 Marzo 2022/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Gli interventi formativi sul fine vita rivolti ai giovani, specialmente quando si usano metodologie partecipative e si dà spazio alla loro voce, sono momenti preziosi per promuovere una maggior consapevolezza su questo tema e per sviluppare risorse importanti di fronte alle sfide inevitabili dell’esistenza come la resilienza, la capacità di auto-osservazione e l’ascolto reciproco. E voi che ne pensate? Quali sono le vostre esperienze, positive o anche faticose, nel parlare della morte con gli adolescenti e i giovani?

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Noa, note a margine, di Marina Sozzi

9 Giugno 2019/19 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Poiché se ne è parlato troppo e spesso in modo superficiale in Italia, sento il bisogno di scrivere qualche parola su Noa Pothoven, la ragazza olandese morta domenica 2 giugno. Non tanto sul caso in sé, estremamente controverso e complesso, di cui sappiamo ben poco, quanto sul modo in cui è stato trattato nel nostro paese.

Le scarse notizie che abbiamo su questa giovane sono ormai note. Noa è stata molestata due volte a 11 e 12 anni, e violentata a 14 anni, fatto che ha tenuto a lungo segreto. Queste esperienze terribili le hanno provocato un trauma profondo, che è sfociato in depressione, anoressia e tentativi di suicidio. Per anni è stata ricoverata in ospedali e comunità, addirittura posta in coma farmacologico per essere alimentata; ha fatto psicoterapia e preso tranquillanti ed antidepressivi. Inutilmente. Poi Noa ha chiesto l’eutanasia, che le autorità olandesi le hanno negato, e ha allora deciso di lasciarsi morire, smettendo di mangiare e di bere. In Olanda ci sarà un’ispezione sanitaria per comprendere se è stato commesso qualche errore o qualche mancanza nella cura di questa diciassettenne, che non è stato possibile salvare. Benché sia tristissimo, e molto faticoso da accettare, i tentativi di aiutarla hanno infatti fallito: i medici e gli psicologi non sono riusciti a sciogliere il suo male interiore. E’ giusto capire se c’è qualcosa che poteva ancora essere stato fatto e non è stato tentato. Ma non è detto che ci sia un colpevole, tra i medici e gli psichiatri.

A maggior ragione, chi si è scagliato contro i genitori, dicendo che non l’hanno protetta abbastanza o non le hanno impedito di morire, mostra di non avere senso di umiltà di fronte alla spesso inattingibile realtà della sofferenza umana, e di non avere pietas per il dolore probabilmente straziante di questi genitori e per il loro senso di impotenza, che durante lunghi anni può aver fiaccato anche le loro capacità di reazione e la loro lucidità.

Stranamente, ho sentito molti pontificare sulla sua morte, affermando che non avrebbe dovuto essere permessa, mentre pochi hanno messo l’accento sulla gravità delle conseguenze dello stupro, che nel caso di Noa è stato una forma di omicidio dilazionato.

Lo psicanalista Recalcati ha scritto su Repubblica un articolo, Il buio di una scelta, che ha qualche passaggio condivisibile (concordo che non sia il caso di fare di Noa un vessillo di libertà e giusta emancipazione della volontà, lei così fragile e offuscata dalla malattia). Poi però introduce una riflessione sul mondo degli adulti che dovrebbero “contrastare in ogni modo – anche attraverso le Leggi – la spinta alla morte”: si tratta di un discorso pedagogico che mi è parso troppo facile se applicato al dolore e al suicidio degli adolescenti in generale; ma che è tanto più discutibile in questo caso. Recalcati cita en passant gli stupri subiti da Noa, quasi fossero un aspetto irrilevante, e pare proprio non gli vengano in mente, mentre scrive.

Non parlo neppure dei giornalisti che hanno scritto che si è trattato di eutanasia o di suicidio assistito: l’eutanasia era stata rifiutata a Noa, e non c’entra nulla con questa storia terribile. E neppure si può parlare di suicidio assistito, perché Noa non ha preso alcuna sostanza letale. Ci sono giornalisti che prendono per buone le fake news, senza verifiche e approfondimenti, soprattutto quando l’argomento (in questo caso l’eutanasia) fa discutere, accalorare, quindi vendere.

Vorrei invece ricordare a coloro che si sono indignati perché Noa ha avuto un medico accanto, che le ha permesso di non soffrire, che anche in Italia è legittimo rifiutare le cure (e la nutrizione artificiale è una cura, poiché Noa non voleva/poteva alimentarsi: prego coloro che non capiscono di leggere qualcosa sull’anoressia) e si ha il diritto di non essere abbandonati dal medico. Parliamo della legge 219/2017, che recita: “nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata”. E inoltre: “Ai fini della presente legge, sono   considerati   trattamenti   sanitari   la   nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici.” E ancora: “Il medico, avvalendosi di mezzi appropriati allo stato del paziente, deve adoperarsi per alleviarne le sofferenze, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal medico. A tal fine, è sempre garantita un’appropriata terapia del dolore, con il coinvolgimento del medico di medicina generale e l’erogazione delle cure palliative di cui alla legge 15 marzo 2010, n. 38.”

Ovviamente in Olanda le leggi sono diverse, ma mi interessa sottolineare che anche se Noa fosse stata in Italia, la vicenda non avrebbe avuto, probabilmente, un esito diverso. Le cose sarebbero andate nello stesso modo, ma (a differenza che in Olanda) tra mille discussioni sui massimi sistemi, disponibilità e indisponibilità della vita, maggiorenni e minorenni, malattia del corpo o della psiche: e sempre senza la capacità di tacere di fronte alla sofferenza che non si comprende, e che non è stato possibile lenire. Senza la capacità di accogliere la tristezza ma rispettando gli attori del dramma, senza la consapevolezza dell’estrema fragilità, vulnerabilità, delle nostre vite, della nostra felicità e infelicità, del nostro rapporto con l’esistenza, della nostra capacità di resistere nella tempesta.

I vostri commenti sono benvenuti, ma vi prego, rispettosi di chi ha sofferto.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/06/Depositphotos_87260828_s-2019-e1560011987592.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-06-09 10:39:532019-06-09 10:39:53Noa, note a margine, di Marina Sozzi

Il suicidio e gli adolescenti nell’era digitale. Intervista a Barbara Capellero di Serena Corongi

24 Maggio 2019/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Il suicidio e la morte accidentale da autolesionismo erano per l’Organizzazione mondiale della sanità la terza causa di mortalità degli adolescenti nel 2015, con una stima di 67.000 morti. L’autolesionismo si verifica in gran parte tra gli adolescenti più grandi, e globalmente è la seconda causa di morte per le ragazze adolescenti di età maggiore. E’ la principale causa di morte o la seconda di adolescenti in Europa e Sud-Est asiatico. Affrontiamo con queste riflessioni di una mamma e psicologa un tema molto difficile da trattare, per la sua delicatezza e per il rischio, sempre in agguato, di assolutizzare la propria esperienza. Tuttavia, crediamo valga la pena aprire il dibattito.

La cronaca in questi ultimi anni ci racconta numerose storie di adolescenti che, attraverso i social network, trasmettono il loro suicidio in diretta. Un caso che ha fatto molto scalpore è quello di una ragazzina americana di tredici anni che ha pubblicato un video di circa 40 minuti, nel quale spiegava le sue motivazioni prima di compiere il gesto. I video dei suicidi registrano milioni di visualizzazioni, stimolando evidentemente l’interesse degli adolescenti, ma anche quello degli adulti, come ha narrato Davide Sisto nel suo libro La morte si fa social. Si tratta di una rappresentazione cinematografica della morte dove reale e irreale si fondono e diventano alla portata di tutti. Per comprendere come gli adolescenti si rapportino con la morte nell’era digitale abbiamo intervistato Barbara Capellero, psicoterapeuta e mamma di due figli di quattordici anni.

Gli adolescenti si rendono conto di star guardando un vero suicidio in diretta?

I ragazzi hanno difficoltà a distinguere il reale dall’irreale. L’utilizzo dei social network li porta a vivere e a confrontarsi in un mondo irreale, generando in loro molta confusione. Alcuni casi di cronaca ci raccontano di tentativi di emulazione, finiti male, in cui i ragazzi si mettevano un cappio al collo per emulare il gesto senza volersi veramente suicidare. Anche le storie fantastiche che guardano su Youtube, tratte da storie vere, ma arricchite da elementi irreali, come ad esempio i fantasmi, sono percepite come reali dagli adolescenti.

Perché alcuni adolescenti oggi sono disposti a barattare la loro vita per qualche tipo di fama, reale o presunta?

Gli adolescenti hanno bisogno di mettersi alla prova, di creare la loro identità e di separarsi dalle figure di riferimento attraverso il confronto. Per noi, che oggi siamo adulti, la ribellione adolescenziale consisteva in gesti simbolici, di sfregio contro i genitori o il sistema, alla ricerca di uno spazio in cui sperimentare le proprie potenzialità e i propri limiti. Al contrario, i ragazzi di oggi vivono questa fase della loro vita con un’apparente tranquillità. Questa adolescenza soft, percepita dagli adulti come positiva e di facile gestione, porta con sé dei lati oscuri. I ragazzi, infatti, sono colti dalla medesima sensazione di onnipotenza, immortalità e voglia di sperimentarsi, caratteristica di questo momento della crescita, ma il confronto che cercano e il gruppo di appartenenza a cui fanno riferimento è online e sui social.  L’utilizzo costante del cellulare e di internet li porta a vivere una realtà non realmente vissuta. I social network sono popolati da influencer e da youtuber, anche molto giovani, che raccontano ogni momento della loro vita diventando così leader di un gruppo. Questi ultimi sono ammirati e idolatrati dagli adolescenti, desiderosi di ricevere la medesima attenzione e ammirazione.

Qual è il ruolo degli adulti in tutto questo, a cosa dovrebbero prestare attenzione?

I nuovi adolescenti non si confrontano più sulle tematiche più profonde, né tanto meno sulla morte. Non hanno una vita sociale come quella che abbiamo avuto noi. Non dibattono con i loro coetanei, ma preferiscono passare il loro tempo a giocare con videogiochi violenti o a scriversi.
Da mamma ho testato per prima questo nuovo modo di essere adolescenti, ed ho riscontrato alcuni atteggiamenti comuni. I miei figli ad esempio, se non vengono chiamati, passano la giornata su internet a guardare video di ogni genere, senza rendersi conto del tempo che passa, chiusi nella loro cameretta. Anche quando andiamo a cena e ci sono dei loro coetanei, il cellulare attira la loro attenzione e non permette la normale socializzazione.
La caratteristica più negativa del confronto online è la scarsa apertura mentale. I ragazzi (come gli adulti), infatti, si contattano e si scrivono solo tra simili, evitando totalmente visioni ed interpretazioni della vita differenti dalla loro. La ricerca di se stessi attraverso la lettura di libri e di autori non avviene più e anche le serie tv sono cambiate. I telefilm più guardati dai miei figli e dai loro amici sono a tema zombie o vampiri e le trame raccontano di personaggi che da morti aiutano i vivi a sopravvivere.  La morte non viene più rappresentata come un evento definitivo e, con l’allungamento della vita media, raramente i ragazzi affrontano il lutto dei loro parenti ed hanno l’occasione di confrontarsi con la fine.
I suicidi degli adolescenti oggi non sembrano solo legati alla dimensione depressiva, ma dipendono a mio modo di vedere dalla loro fragilità. Non sapendosi più confrontare si nascondono dietro allo schermo e ricercano l’attenzione attraverso la simulazione del suicidio.

Cosa ne pensate di queste riflessioni, che sembrano affermare che il suicidio viene visto dagli adolescenti alla stregua di un gioco? Davvero la tecnologia ha un effetto così perverso sui giovani, impoverendoli e separandoli dalla realtà? Davvero non sono  in grado di comprendere la realtà irreversibile della morte?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/05/Depositphotos_43982647_s-2019-e1558687279807.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-05-24 10:47:102019-05-24 10:47:10Il suicidio e gli adolescenti nell’era digitale. Intervista a Barbara Capellero di Serena Corongi

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https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/01/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-01-08 16:58:552026-01-08 16:58:55Il nostro “sistema della morte” e i suoi correttivi, di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/12/immagine-evidenza.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-12-19 14:15:122025-12-19 14:15:12La scrittura autobiografica e il lutto, di Marina Sozzi
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