Il linguaggio della colpa, di Cristina Vargas
Il senso colpa, in tutte le sue forme, è un’emozione forte, che segna profondamente il nostro agire e che spesso costella il percorso di elaborazione del lutto. Potente regolatore del comportamento individuale, il senso di colpa è una delle emozioni sociali, nel senso che esso ha la funzione di collegare il sentire e l’agire di ciascuno di noi a codici morali che hanno radici culturali, storiche e religiose.
Il filosofo e teologo ebraico Martin Buber, in polemica con le correnti psicologiche individualistiche allora dominanti, proponeva di ancorare la colpa alla relazione che la persona ha con il mondo e con gli altri. La colpa, spiegava Buber, non è solo un faticoso movimento intrapsichico da cui liberarci, ma ha un aspetto vitale, inevitabile (e forse necessario), poiché l’essere umano ha la potenzialità di commettere dei danni, lo sa, e deve occuparsene. In questa prospettiva, questa emozione si situa nello spazio intersoggettivo, che è anche il luogo del legame affettivo e della responsabilità reciproca.
La colpa però è un’arma a doppio taglio. Essa, per esempio, ha avuto un ruolo importante nel portare le donne a interiorizzare le disuguaglianze di genere, oppure può bloccarci in ruoli che non ci appartengono, oppure che non riusciamo ad abbandonare per timore di deludere qualcuno che ci sta (o che ci stava) a cuore.
Questa linea di pensiero critico è fondamentale, perché ci permette di affermare che esistono sensi di colpa infondati, che non hanno agganci nella realtà, ma che sono il frutto di convenzioni sociali introiettate, o di una percezione distorta di quello che è accaduto.
Fondato o infondato, razionale o irrazionale, il senso di colpa accompagna le esperienze di perdita, ed è una delle emozioni che sovente caratterizzano il lutto. Ne coglie bene la portata Michele Reich, in arte ZeroCalcare, quando scrive:
“Però c’è un’altra parte del corpo a cui le risposte non cambiano nulla. Che se ne frega del cervello. È tipo qui, all’altezza dell’esofago, circa. Dove ci sta quel groviglio brutto di nostalgia. E di rimpianti. E di rimorsi. Di quello che non sei riuscito a dire. Di chi non sei riuscito a capire. Finché eri in tempo…”
Queste sue parole, che nelle ultime settimane stanno circolando nei social media, non solo intercettano vissuti in cui ognuno di noi può riconoscersi, ma ci ricordano anche che c’è una grande ricchezza lessicale nell’ambito semantico della colpa.
Il rimpianto e il rimorso si assomigliano, ma non sono la stessa cosa. Ci sono differenze etimologiche e concettuali importanti, che conferiscono sfumature di significato diverse a queste due emozioni.
La parola rimorso, letteralmente “mordere di nuovo”, indica quel tormento interiore provocato dalla nostra coscienza che “rode” lo spirito. Il morso evoca un dolore atroce; qualcosa che dilania il nostro corpo e la nostra anima quando emerge la consapevolezza degli errori che abbiamo commesso o dei danni che abbiamo inflitto. Ho in mente una figlia devota, che aveva compiuto rinunce personali importanti per occuparsi della madre anziana, malata e molto richiedente. In un’occasione, sovraccarica e affaticata, aveva reagito con rabbia, aveva urlato ed era arrivata a darle uno strattone sul braccio. Dopo la morte della mamma il ricordo di quell’evento divenne un pensiero fisso, che divorava tutti gli altri e la tormentava continuamente, impedendole di vedere il proprio ruolo e le proprie reazioni in una prospettiva più equilibrata. Queste situazioni non sono rare: è come se l’irrevocabile finalità della morte ci togliesse ogni possibilità di riparazione e quindi amplificasse a dismisura situazioni che in altre circostanze avremmo risolto con un “mi dispiace”.
Il rimpianto, invece, si riferisce al ricordo doloroso delle occasioni perdute; alla sofferenza che provoca il pensiero di ciò che non abbiamo fatto o da ciò che abbiamo perso. Un uomo, che era sempre stato un marito presente e responsabile, ma per formazione e carattere tendeva a esprimere poco le sue emozioni, condivise una volta in un gruppo che il suo più grande rimpianto era non aver detto “ti amo” qualche volta di più.
Altre volte il rimpianto si affaccia nella forma del dubbio. Avrò fatto tutto il possibile? Sarò stato abbastanza presente? Avrei potuto fare qualcosa di più?
Oppure si manifesta come “rammarico”, un termine spesso presente nelle parole dei dolenti, che risale al tardo latino ‘amaricare’, rendere amaro, e, ancora una volta, coglie la dimensione sensoriale, subdola e allo stesso tempo viscerale, del senso di colpa.
In altri casi, invece, vi è un potente e irrazionale senso di colpa per essere vivi, quando la persona che amiamo non lo è più. O, ancora, la colpa può farsi strada in modo insidioso, come un malessere difficile da collocare, che si manifesta proprio quando si è un po’ più sereni, quasi come se star meglio fosse un tradimento alla memoria di chi ci ha lasciato. Una giovane vedova mi raccontava che, ogni volta che faceva qualcosa di piacevole, una voce nella sua testa le diceva “non è giusto! Non è giusto che tu sia qui a mangiare la pizza con le amiche, o a passeggiare in montagna, mentre lui è sottoterra!”. E quella voce era talmente angosciosa e pesante, che spesso preferiva rimanere a casa e “non fare nulla” pur di evitarla.
Ci sono infatti rimpianti, rimorsi e rammarichi che ci perseguitano, che ci intrappolano e che ci impediscono di tornare a vivere. Non è affatto facile, ma possiamo gradualmente imparare a conoscere e a gestire queste emozioni, per arrivare a liberarcene senza remore, per aprirci a una dimensione di maggiore libertà.
In un mondo poco disposto a valorizzare (o quantomeno a tollerare) la fallibilità, conoscere e comprendere i meccanismi legati al senso di colpa può aiutarci a comprendere che non tutto può essere previsto o controllato e ad accettare la nostra umana imperfezione.
Sapere che abbiamo fatto quello che potevamo tenendo conto degli innumerevoli limiti dati dalla realtà; che abbiamo scelto ciò che – in quel momento – pensavamo fosse meglio; che siamo essere umani e dunque sbagliamo, ci aiuta a ridimensionare i rimpianti e i rimorsi, per evitare che si trasformino in un fardello che ostacola, anziché motivare, il cambiamento. La condivisione, il dialogo con altre persone che abbiano vissuto esperienze analoghe, ma anche la scrittura, il rito, l’arte e tutte le vie che ognuno trova per dare parola anche alle emozioni più faticose, facilitano la chiusura dei sospesi e permettono l’accesso a una memoria più serena di chi non c’è più.
Avete voglia di condividere le vostre esperienze e pensieri?












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