I drammatici effetti psicologici della pandemia, di Davide Sisto
All’indomani del DPCM del 25 ottobre 2020, relativo alle misure politiche da prendere a causa della nuova temibile ondata del contagio da Covid-19, i cittadini, principalmente sui social media come Facebook e Twitter, si stanno interrogando a proposito della necessità di alcune decisioni, quali la chiusura totale dei teatri e dei cinema e la chiusura parziale, dopo le 18, di ristoranti e bar. Decisioni che riguardano, cioè, l’esclusiva sfera dei passatempi, dei divertimenti e degli scambi sociali all’interno dello spazio pubblico, così come lo abbiamo vissuto fino alla fine dello scorso febbraio. In particolare, stanno emergendo – in modo piuttosto problematico per la tenuta della nostra società – gli effetti negativi del lockdown primaverile, non solo da un punto di vista economico ma anche e soprattutto da un punto di vista psicologico ed emotivo. Mettendo da parte il pensiero dei negazionisti e di coloro che – dall’inizio della pandemia – hanno subito parlato impropriamente di “dittatura sanitaria”, è chiaro che la repentina trasformazione dell’altro in un possibile pericolo per sé e per i propri cari, la riscoperta altrettanto improvvisa della propria mortalità, nonché la sensazione sgradevole di essere soli e isolati dinanzi a un nemico tanto pervasivo quanto invisibile, abbiano generato conseguenze psicologiche ed emotive tutt’altro che trascurabili.
Recentemente, l’AGI ha pubblicato questa intervista sulla tenuta psicologica degli abitanti della provincia di Bergamo alla dottoressa Gloria Volpato, a cui si è rivolto anche il Comitato Noi Denunceremo dei familiari delle vittime. Volpato ha portato alla luce una situazione molto preoccupante: un numero crescente di pazienti abusa di medicine autoprescritte e di psicofarmaci per rimediare all’insonnia e all’ansia, o vive con l’ossessione quotidiana di essere un potenziale untore, isolandosi volontariamente dagli altri, o, ancora, incrementa in maniera eccessiva le attività fisiche, ammettendo di non essere più in grado di gestire il controllo dello spazio pubblico in cui vive. All’aumento della sindrome da stress post-traumatico si aggiunge il senso di precarietà determinato dal costante cambiamento di stili di vita, dovuto anche in parte al susseguirsi settimanale di DPCM che impediscono di fatto ogni forma di programmazione della propria quotidianità, dalle continue immagini televisive dei malati intubati e dei morti, nonché dagli inutili litigi perpetrati dai politici e dai medici in perenne disaccordo gli uni con gli altri.
Mani perennemente sanificate, sguardi torvi per ogni colpo di tosse in un luogo pubblico, litigi sull’uso della mascherina, timore di contagiare i propri cari e di essere – a propria volta – contagiati, l’assenza quasi totale di esperienze pubbliche che alleggeriscano la malinconica vita quotidiana: la principale sensazione che si prova è quella di essere alienati e distanti da tutti, trovando nei soli schermi dei computer e degli smartphone il punto di contatto con il mondo esterno (chissà come avremmo vissuto la stessa situazione senza le tecnologie digitali…). Ed ecco, come riporta Volpato, casi deleteri come quello della mamma che invita il figlio, una volta portato all’asilo, a non avvicinarsi agli altri bambini; oppure come quello di Nunzia de Girolamo, ex deputato di Forza Italia, che non riesce a gestire la disperazione della piccola figlia, la quale associa la morte al Covid che ha contagiato la mamma (qui il resoconto giornalistico).
Ora, siamo (quasi) tutti consapevoli della difficoltà estrema di gestire una simile situazione di emergenza, dunque di fornire delle regole per mezzo delle quali contenere il contagio e limitare i comportamenti sconsiderati dei tanti cittadini che, continuando a rimuovere la morte, vivono come esseri invincibili e immortali. Tuttavia, mi auguro che venga presa coscienza delle conseguenze psicologiche dell’emergenza, non dimenticando tutti coloro che, non contagiati dal virus, sviluppano forme gravi di depressione, ansie, atteggiamenti autodistruttivi e dipendenze legate al senso di impotenza percepito nel corso degli ultimi mesi. Non basta, cioè, assicurarsi che il minor numero di cittadini si ammali e muoia a causa del Covid; occorre non lasciare soli coloro che hanno patito di colpo un lutto, imprevisto fino a qualche mese prima, coloro che hanno visto intensificarsi un senso di solitudine già percepito nei periodi pre-Covid (fa un certo effetto leggere, oggi, la decennale scritta sulla vetrata di un parcheggio nel quartiere Crocetta di Torino: “salviamoci da questa solitudine”), coloro che per ragioni economiche hanno meno mezzi per difendersi dall’isolamento e dalla tristezza sociale.
Voi avete percepito nella vostra vita un incremento di malesseri psicologici e sociali a causa della pandemia e del lockdown? Attendiamo i vostri racconti.












Per me che negli ultimi anni ho dovuto affrontare due lutti importanti, la perdita del lavoro e quella della casa per il terremoto del 2016, paradossalmente il lockdown l’ho vissuto come un momento di pausa e tranquillità (serenità mi sembra davvero eccessivo!!). Però il rientro alla vita “normale” è stato come ripartire dopo un grave incidente: tutto mi è sembrato enorme, difficilissimo, ingestibile. E l’ansia (“condita” da attacchi di panico ricomparsi prepotentemente all’indomani della terribile scossa notturna del 24 Agosto 2016) è diventata sempre più gigantesca, come un vaso che si è riempito e che trabocca alla minima goccia esterna. Quindi sono tornati anche gli ansiolitici (per fortuna in dosi molto minime e solo al bisogno), ma, di certo, lo spettro della mia fine ormai mi accompagna come un cagnolino fedele che mangia quasi tutte le mie energie mentali e fisiche.
Quindi sì: le conseguenze psicologiche sono devastanti ma sottili. Forse per questo -oltre che per vergogna- non se ne parla mai a sufficienza. Neanche con sé stessi.
grazie del contributo. Purtroppo, sì, sembra che non si voglia affrontare bene l’argomento, anche a causa di una impreparazione evidente dello Stato. Occorre, pertanto, sottolinearlo il più possibile per far sì che prenda coscienza nello spazio pubblico del problema.