Le fotografie dei morti animate con l’intelligenza artificiale, di Davide Sisto
Negli ultimi mesi spopolano su Facebook, in Italia, gruppi denominati “Io negli anni Settanta c’ero”, “Io negli anni Ottanta c’ero” e via dicendo. Ciascuno conta svariate centinaia di migliaia di iscritti, quasi tutti appartenenti alle generazioni boomer e X. La peculiarità dei post condivisi nel gruppo è la seguente: un utente pubblica la versione digitalizzata di una fotografia analogica, appartenente a un passato piuttosto remoto, in cui lo vediamo ritratto insieme al coniuge, al figlio, al fratello o, comunque, a una persona che fa parte del nucleo familiare. Nella didascalia l’utente spiega che è immortalato insieme a un caro estinto e, per tale ragione, chiede a chi ne è capace di “animare” la fotografia con l’intelligenza artificiale. Nei commenti vediamo decine di versioni animate di questa fotografia, grazie al lavoro gratuitamente svolto da più persone. Per esempio, una donna condivide la foto di un bambino in primo piano, con lei posta leggermente sullo sfondo a mo’ di fantasma. Nella didascalia racconta che suo figlio è morto nel 1987 a tre anni. Lei è riuscita a sovrapporre un’altra fotografia che la immortala, di modo che sembrino stare vicini, ma ha bisogno che gli altri utenti creino una sorta di animazione artificiale che dia movimento all’immagine. Pertanto, siamo testimoni di un caloroso abbraccio artificiale da parte del piccolo figlio o semplicemente vediamo il suo volto che di colpo mostra un radioso sorriso. È impressionante la quantità di richieste simili, soddisfatte da un numero altrettanto esorbitante di manipolazioni con l’intelligenza artificiale. Ciò succede anche su TikTok, attraverso la manipolazione artificiale dei brevi video, e su Instagram, dove vengono modificati i reels.
Ora, osservando questi contenuti, la prima impressione è che non stia succedendo niente di nuovo rispetto al passato. Vediamo, cioè, modernizzate con le tecnologie odierne le famigerate fotografie spiritiche del XIX secolo. Sto ovviamente pensando a quelle arcaiche manipolazioni delle fotografie di un tempo, le quali permettevano di scorgere – grossolanamente – dietro l’immagine della persona immortalata la presenza spettrale del suo caro estinto. Questa continuità tra le metamorfosi fotografiche del passato e l’odierna intelligenza artificiale conferma un dato di fatto chiaro a tutti: l’enorme difficoltà, propriamente umana, di accettare la perdita di una persona amata, per cui si cerca ogni possibile forma di consolazione o di autosuggestione. In altre parole, l’animazione con l’intelligenza artificiale di una foto pubblicata su Facebook rientra all’interno di una cornice emotiva, profondamente dolorosa, in cui un movimento creato artificialmente – per esempio, un abbraccio – dona un momentaneo sollievo alla lacerante sensazione dell’assenza (lo stesso tipo di sollievo provato dopo aver sognato chi ci manca). Per tale ragione, mi sembra alquanto superficiale il commento di chi considera esperienze simili come prive di rispetto nei confronti del valore della vita e della morte, rappresentando addirittura una sorta di affronto nei confronti del carattere mortale della nostra esistenza.
Mi sembra, invece, più interessante fare un altro paio di considerazioni. La prima riguarda il rapporto tra l’esperienza dolorosa del lutto e la particolare epoca storica che stiamo vivendo. Il mondo presente è segnato, da una parte, da un aumento costante della durata della vita, per cui è sempre più normale poter vivere assieme ai propri cari per un periodo di tempo alquanto lungo, che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Ciò, ovviamente, rende ancora più difficile l’accettazione del lutto, rispetto ad epoche in cui si metteva in conto amaramente la morte prematura dei genitori e dei figli. Dall’altra parte, il processo di registrazione a fondamento delle tecnologie digitali assottiglia radicalmente la differenza e la distanza tra il passato e il presente. Ci stiamo, cioè, abituando ad accettare una sorta di presente eterno, in cui ogni evento del passato – una volta registrato – può essere ripetuto, rivissuto e riosservato all’infinito. Da un certo punto di vista, stiamo progressivamente superando il sentimento della nostalgia, il quale implica sempre un distacco tra oggi e ieri, in una durevolezza temporale che ci soffoca, dando l’impressione che nulla possa mai essere superato. All’interno di un simile contesto il lutto non può che diventare un’esperienza particolarmente inaccettabile, proprio perché ci stiamo disabituando ai distacchi, alle separazioni, dunque alla fine nel senso radicale del termine.
La seconda considerazione, più politica e sociale, riguarda la quantità spropositata di fotografie private condivise in un luogo pubblico, un social media, la quale favorisce un progressivo affinamento delle capacità proprie dell’intelligenza artificiale e il libero uso di contenuti personali a partire dai quali creare, per esempio, esseri umani inesistenti o identità fasulle.
In definitiva, il problema di un’iniziativa simile non è tanto la dipendenza dalle tecnologie odierne e l’impossibilità di elaborare il lutto. Certo, le persone più suggestionabili possono non comprendere il confine tra il vero e il falso, rimanendo succubi delle emozioni che l’animazione artificiale dell’immagine può generare in chi ha bisogno ancora di un contatto con il caro estinto. Ma questo può capitare anche in mille altre situazioni che non hanno a che fare con le tecnologie. Il problema, semmai, riguarda la natura dell’epoca attuale, condizionata dal rendere per sempre presente tramite la registrazione ciò che è terminato, e la condivisione pubblica di immagini, il cui uso da parte di terzi solleva giganteschi punti interrogativi.
Conoscete questo fenomeno? Cosa ne pensate? Aspettiamo i vostri commenti.



Durante l’ottobre 2024 quotidiani e riviste scientifiche, nazionali e internazionali, hanno commentato una 
In giugno a Bologna ho avuto il piacere di partecipare in qualità di relatore a un convegno che si è svolto all’interno della fiera “Devotio. Esposizione internazionale di prodotti e servizi per il mondo religioso”. Questo convegno, che ha coinvolto sociologi, esperti di storia delle religioni e di architettura sacra, nonché importanti esponenti del mondo cristiano, si è soffermato sulla metamorfosi contemporanea degli spazi e delle parole della memoria cristiana nei cimiteri. In particolare, i vari interventi hanno cercato di comprendere se il tema della Risurrezione sia ancora presente negli spazi e nelle parole che caratterizzano i luoghi dei defunti, analizzando le trasformazioni rituali e culturali del XXI secolo. L’aspetto certamente più interessante che ne è emerso, rappresentando di fatto il filo rosso dell’intero convegno, è l’ineludibile incidenza delle tecnologie digitali attualmente in uso sulle ritualità funebri cristiane.