Si può dire morte
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Tag Archivio per: etica della cura

La tanatologia nei percorsi universitari, di Davide Sisto

23 Luglio 2024/6 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Negli ultimi due anni ho tenuto un insegnamento di Filosofia ed Etica della Cura, della durata complessiva di 54 ore, per il corso di laurea triennale di Scienze dell’Educazione all’Università di Torino. Per la maggior parte delle ore dell’insegnamento ho affrontato i temi principali della tanatologia, della Death Education, della Digital Death. Ho, in altre parole, parlato di morte e lutto per svariate decine di ore con studentesse e studenti ventenni che si stanno formando nel campo della formazione e dell’educazione.

Non è così consueto affrontare questo tipo di tema in Università, al di là delle questioni prettamente bioetiche e giuridiche che concernono le scelte di fine vita e le definizioni di morte in una società tecnologicamente evoluta. Abbiamo, in generale, parlato di rimozione della morte, di riti funebri, delle cure palliative, delle conseguenze sociali, culturali e filosofiche della perdita di un proprio caro nel mondo contemporaneo, dei diversi modi di dare un senso alla propria mortalità dall’antichità al XXI secolo e, ovviamente, dell’impatto delle tecnologie digitali nel rapporto odierno tra la vita e la morte.

È stato molto interessante osservare la reazione dei discenti, la quale ha seguito in entrambi gli anni un vero e proprio percorso di crescita. Inizialmente, per loro stessa ammissione, il tema ha avuto un impatto piuttosto forte e inibente, perché non siamo abituati a parlarne liberamente. È inusuale affrontare senza fronzoli e pudore questo tema, spesso ritenuto addirittura inopportuno. Dunque, la loro iniziale tendenza è stata quella di ascoltare passivamente senza farsi troppo coinvolgere. Man mano che le ore sono passate, l’iniziale shock si è trasformato nel bisogno generale di intervenire in maniera attiva, dunque di partire dalle proprie esperienze biografiche (la morte di un parente stretto o di una persona comunque vicina, il personale modo di concepire la propria mortalità, ecc.) per riflettere insieme sulle necessità generali del prendersi cura e, soprattutto, sulle mancanze relative alla cura totale della persona, facendo emergere le differenti prospettive religiose e laiche sulle questioni dibattute. Ci siamo, in altre parole, resi conto insieme e in senso pratico di come siamo poco abituati a considerare gli effetti problematici della differenza tra la cura intesa da un punto di vista prettamente medico (“to cure”), la quale trasforma il singolo in un “paziente” nel senso letterale del termine, e la cura intesa come attenzione per la persona nella sua totalità (“to care”).

La cosa che mi ha più colpito è che, alla fine dei due corsi, numerose studentesse e studenti – diciamo, qualche decina – mi hanno proposto una tesi di laurea sul tema della morte declinato in funzione specificamente educativa o formativa: per esempio, come affrontare il lutto e la malattia dei bambini e degli adolescenti (uno dei temi più scelti), come praticare forme di Death Competence negli ospedali e in tutti i percorsi scolastici, come inserire la riflessione sulla nostra mortalità in ogni settore della società dove si fa educazione, come tener conto delle diverse esigenze rituali in materia di fine vita all’interno di un mondo multiculturale, come le tecnologie cambiano il desiderio o l’illusione dell’immortalità, ecc.

Questa ampia richiesta di approfondire i temi tanatologici spesso in riferimento all’educazione infantile, dopo un’iniziale e comprensibile ritrosia, mi ha fatto riflettere su quanto lavoro occorra ancora svolgere per far sì che la morte e il lutto diventino temi centrali – per esempio – nel campo universitario. Non è logico, a mio avviso, che la rimozione novecentesca della morte continui ad avere un impatto così significativo là dove, invece, è necessaria una preparazione che potrebbe, nel pratico, consentire un miglioramento generale delle pratiche di cura. L’esperienza maturata nel campo della tanatologia da tutte le persone che se ne occupano da svariati anni dovrebbe, finalmente, essere convertita in percorsi educativi ben strutturati, necessari per superare una volta per tutte il tabù.

Sono curioso ovviamente di vedere come le persone che hanno approfondito, nelle loro tesi, il tema tanatologico riusciranno ad applicarlo nel campo lavorativo e capire se, nel corso degli anni, ci saranno rilevanti metamorfosi culturali e sociali.
Voi cosa ne pensate? Ritenete opportuno che si insegnino temi tanatologici in Università, nei campi della formazione e dell’educazione? Attendiamo i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/07/universita-esame-copia.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-07-23 10:24:172024-07-23 10:24:17La tanatologia nei percorsi universitari, di Davide Sisto

Intervista a Giuseppe Amato, medico-scrittore, di Marina Sozzi

7 Giugno 2024/5 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Giuseppe Amato, medico internista e scrittore, che ha da poco pubblicato due volumi di una distopia, I prigionieri dell’eternità e Il confine d’oriente, nei quali è descritta una violenta dittatura sanitaria, fondata sulla religione dell’immortalità fisica. L’accanimento terapeutico è la prassi, estremizzato fino alla plastificazione dei corpi, mentre è severamente vietato accompagnare con dolcezza le persone alla morte naturale. Solo pochi dissidenti si oppongono a questo regime perverso, e le loro avventure ci tengono con il fiato sospeso.

Benché alcune affermazioni contenute nelle risposte di Giuseppe Amato appaiano alla redazione di questo blog troppo pessimistiche sulla medicina, sulla tecnologia e sul mondo contemporaneo, pubblichiamo volentieri. Si può dire morte è soprattutto uno spazio di confronto. E certamente in queste righe ci sono molte considerazioni sulle quali val la pena riflettere. Buona lettura, e aspettiamo con curiosità i vostri commenti.

Con questi due libri lei ha voluto denunciare un rischio che corre la nostra medicina? Le sembra che l’“ostinazione terapeutica” come la definisce la legge 219/2017, sia ancora molto diffusa?

Più che un rischio, ho inteso denunciare lo stato attuale della nostra medicina. Si tratta infatti di libri in cui ogni riferimento con la realtà non è “da ritenersi puramente casuale”. Sono ambientati a Kaleydos, un “altrove” immaginario ma somigliante alla società in cui viviamo e mostrano un potere che, per incamerare profitti, non esita a creare confini, disuguaglianze e danni alle persone.

La scintilla si è accesa alcuni anni fa, quando venni a sapere che in un presidio ospedaliero, vicino a quello in cui lavoravo, i sanitari avevano approntato una seduta di dialisi a una persona che aveva appena ricevuto l’estrema unzione. Sperimentai una sorta di allucinazione a cui decisi di dare una forma narrativa per creare una letteratura di denuncia e riflessione. Ebbi l’illusione di un universo parallelo in cui la morte era proibita per legge, e io facevo parte di una fantomatica corporazione denominata “Polizia sanitaria”. Questa sosteneva il Sistema che aveva imposto una religione fondata sulla sacralità della vita umana e sul dogma dell’immortalità. Era composto da una minoranza elitaria che spartiva potere politico e introiti monetari ai danni di una massa di persone costrette a vivere in una condizione di subalternità e di totale controllo di ogni aspetto dell’esistenza. Gli esempi più eclatanti erano il sovvertimento dei concetti della vita e della morte e l’utopia di una terrena immortalità: in quel luogo il diritto di vivere era stato sostituito dal dovere di vivere.

Per il teologo Hans Küng questo asserto è valido anche nel nostro mondo. Stando al Rapporto della Commissione Lancet sul valore della morte del 2022: “Il modo in cui le persone muoiono è cambiato radicalmente nelle ultime generazioni… La morte e il morire si sono spostati dall’ambito familiare e comunitario all’ambito dei sistemi sanitari… Un trattamento inutile o potenzialmente inappropriato può continuare fino alle ultime ore di vita”. In questo modo la sanità fornisce prestazioni mediche come risposta a bisogni o incertezze, anche esistenziali, e noi medici prescriviamo indagini e terapie la cui necessità è discutibile, noncuranti delle sofferenze che provochiamo.

 La tecnologia, monopolio di una classe dominante senza scrupoli, la fa da padrona nella società di Kaleydos, nella quale i cittadini sono privati di coscienza e senso critico, e totalmente controllati dal potere. Crede che ci sia un rischio per la democrazia nello sviluppo della tecnologia, e in particolare della tecnologia medica?

La tecnologia dovrebbe essere utilizzata nei casi in cui si presume un beneficio per il paziente e non unicamente perché la si possiede, pur sapendo che non gioverà. Questa è una prassi frequente, soprattutto nei grossi presidi ospedalieri. Il problema, piuttosto, è come capire quando serve sul serio, ma la soluzione è semplice: curare le persone e non le malattie. Bisogna creare una rete di servizi connessi tra loro e metterci al centro la persona, non l’ospedale o i medici o la burocrazia o il profitto. Ma per fare ciò è necessario un sistema democratico, eliminare la corruzione e avere una politica al servizio della salute dei cittadini. Penso che sia un’utopia, come la pace: la invochiamo però continuiamo a costruire armi e lo giustifichiamo come un deterrente alla guerra. Ma la corsa agli armamenti non è sinonimo di pace così come l’iperproduzione di tecnologia non lo è della salute. Se investiamo nella tecnologia, poi la dobbiamo usare anche se sappiamo che non porterà giovamento.

Questi ragionamenti mi hanno fornito la percezione di ciò che ho esposto nei miei libri: la scienza ha subito di proposito una deriva tecnologica ed è stata sottomessa a un regime in cui la salute, la vita e la morte sono diventate le nuove frontiere di un consumismo senza limiti. Ben pochi, tra i medici e gli stessi pazienti, se ne sono resi conto e si sono ribellati a un sistema schiavo della logica del profitto. È stato più semplice sottomettersi senza metterlo in discussione e, con ogni probabilità, siamo stati condizionati a farlo.

Possiamo parlare oggi di una mercificazione della salute? E in che senso?

Lo scenario descritto per Kaleydos, volutamente estremizzato, è paragonabile a quanto è successo nel nostro mondo quando, dagli anni Novanta del secolo scorso, si è imposta la “globalizzazione”. Il pianeta ha dovuto adeguarsi a leggi e principi funzionali alla libera circolazione delle merci, veicolati da una pervasiva rete virtuale che ha sopito ogni spirito critico. I nuovi “stili di vita” hanno smontato certezze e valori del passato, dal welfare alla politica, ai concetti della vita e della morte. Il risultato è la crisi dello Stato e delle ideologie e lo smarrimento dei singoli individui. Tutto è diventato labile, tanto che Zygmunt Bauman ha definito “liquido” lo stato della società in questa nostra epoca. Ma in una società “liquida” che vive per il consumo tutto si trasforma in merce in balia del profitto, incluso l’uomo e la salute.

Nell’ambito sanitario, il processo si è tradotto nel “curare solo malattie” rispetto al “prendersi cura delle persone” dato che la prima opzione genera profitto. La medicina che cura persone dà valore alle relazioni umane, migliora la qualità della vita e fa solo le cose che ritiene necessarie, talvolta nulla. Fornisce servizi utili alla comunità, ma non privilegia il profitto. La medicina che cura malattie ripara organi, come se fossero pezzi guasti di una macchina, utilizzando farmaci, esami e strumentazioni molto costose. Come si dice oggigiorno, converte in capitale il “valore estraibile” dalla salute del maggior numero possibile di esseri umani.

Cosa pensa delle cure palliative? nel suo libro la sedazione palliativa fa ogni tanto capolino nei gesti di ribellione del protagonista e dei suoi compagni. Pensa che anche fuori dal romanzo abbiano valori rivoluzionari rispetto alla biomedicina (da cui peraltro sono nate)?

Nel corso della professione, mi sono sempre interrogato su quale fosse il modo giusto di prendersi realmente cura dei pazienti. Memore degli insegnamenti dei miei vecchi maestri, Guglielmo Pandolfo, Giorgio Bert, degli scritti di Giulio Maccacaro, ho cercato di attuare una medicina che privilegiasse la cura delle persone e non delle malattie. Cosicché, negli ultimi anni del secolo scorso, mi sono battuto per istituire, nella mia realtà, una lungodegenza e una rete di dimissioni protette, vuoi per colmare i vuoti dell’assistenza pubblica e ridurre i costi dei ricoveri impropri nei reparti per acuti, vuoi per dare una risposta alle istanze di chi necessitava di un soccorso socioassistenziale piuttosto che tecnologico-strumentale. Ciò mi ha portato inevitabilmente a occuparmi di anziani, di malati terminali e dei tanti “dismessi” dai servizi ultra-specialistici. Questo impegno a contatto con i problemi della gente, in cui sofferenza e morte hanno fatto parte della quotidianità, mi ha reso consapevole che lottare per dare qualità e dignità alla vita del malato fino alla fine è una “rivoluzione copernicana” rispetto al modello di medicina imperante, perché mette la persona al centro dell’agire sanitario e non il profitto. Come Santiago, il protagonista dei libri, mi sono scontrato con gli organi del potere, ma mi sono riconciliato con una professione a cui dubitavo di voler ancora appartenere.

Ne Il Confine d’oriente lei scrive: “Pando affermava che ogni sanitario, nel suo corredo, doveva possedere uno strumento che gli permettesse di accorgersi del prossimo e della sua sofferenza: il cuore”. Il cuore manca ai medici suoi colleghi e contemporanei?

 I passi in avanti della medicina hanno permesso progressi nel campo della diagnosi e della terapia ma questo, paradossalmente, ha portato a una relazione tra medico e paziente sempre più fredda e impersonale, orientata alla malattia oggettiva. Ma non esiste la malattia in sé: esistono i malati con le loro emozioni e le loro necessità. Per comprenderle, i sanitari devono avere capacità e volontà di dare spazio ai sentimenti, di mettersi in gioco come persone, di provare a immedesimarsi nei pazienti, ma non tutti sono in grado di farlo. D’altro canto, la formazione dei medici si basa su un oceano di nozioni in cui è facile naufragare, dal momento che non viene fornito alcun salvagente, alcuna cognizione del rapporto tra due persone, anche se questo sarà parte fondante della futura professione. Ci sono poi altri elementi come il condizionamento, l’adesione al sistema di potere, la competitività, il guadagno, che fanno sì che in molte situazioni il paziente venga visto, e trattato, come un oggetto.

In questo secondo libro lei parla di “stranieri” trattati come schiavi, e non considerati esseri umani: sta parlando della nostra società e del nostro paese?

Esattamente, ma non solo. Non voglio categorizzare o limitare ad aree geografiche. Intendo denunciare un mondo frantumato da disuguaglianze e ogni tipo di confine che emargina i più deboli e nega loro i diritti e le libertà fondamentali degli uomini. Per rimanere nell’ambito sanitario, oggi nella sanità del nostro paese molte prassi ergono barriere, confini e alimentano il meccanismo di una pervasiva “estrazione di valore”. Elevare a mo’ di totem decisore sovrano dei percorsi sanitari il software del CUP, e non le necessità dei malati; spacciare per appropriata e realistica la narrazione distopica delle normative burocratiche; utilizzare l’epidemiologia come indicatore di costi, ritardi, carenze e non uno strumento per influire sul corso delle malattie; non garantire omogeneità tra ospedale e territorio, tra pubblico e privato; separare gli aspetti sanitari da quelli sociali, fa del sistema sanitario un insieme di frontiere che discrimina le persone, portatrici di bisogni e fragilità. Le accomuna, alla fin fine, al popolo dei migranti descritto nel libro.

C’è qualcosa che avrebbe voluto dirmi e non le ho chiesto?

 Vorrei evidenziare due argomenti che ho trattato. Il primo concerne l’importanza del condizionamento da parte del potere. Nel romanzo, per fugare ogni dubbio di dittatura, il Sistema dominante ha reso docili le menti. Gli abitanti di Kaleydos sono stati connessi artificialmente a Wash Out, la rete virtuale che elimina la libertà di pensiero e li omologa a entità prive di libero arbitrio; hanno accesso a una sorta di metaverso, e solo in quello vivono relazioni e passioni in una libertà fittizia.

Quando l’ho scritto, mi sembrava una cosa lontana dall’accadere, così come le psico-Tac o le psicoscopie. Ora, a distanza di pochi anni, stiamo parlando, in effetti, di persone le cui menti sono connesse a sistemi informatici, di strumentazioni in grado di decodificare i pensieri, dei rischi di una pervasiva intelligenza artificiale. Secondo lo storico Noah Harari, quest’ultima ha hackerato il sistema operativo della nostra civiltà   e ora ci troviamo di fronte a una nuova arma che può annientare il nostro mondo e decretare la fine della storia umana. Secondo Harari: “… in futuro potremmo vedere le prime religioni fondate su testi sacri che non sono stati scritti da esseri umani”.

Il secondo riguarda l’amore per una giovane donna, Mary; cambierà per sempre la vita del protagonista e sosterrà la narrazione. Mary è bella, indipendente, libera dalle imposizioni del mondo in cui vive e, soprattutto, esponente del Movimento: il gruppo politico che lotta per una società più giusta nella quale la medicina è al servizio del malato e la politica uno strumento della democrazia e non un mero braccio del potere.

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/06/blog.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-06-07 10:19:592024-06-07 11:06:12Intervista a Giuseppe Amato, medico-scrittore, di Marina Sozzi

Il velo di Maya e il dono della cura, di Davide De Angelis

27 Aprile 2020/2 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Riceviamo e pubblichiamo con piacere la riflessione del bioeticista Davide De Angelis sulla cura al tempo del Covid-19.

Non rifletteremo mai abbastanza sulla portata etica e sociale delle conseguenze derivanti dall’attuale pandemia di Covid-19. Lo spaesamento in cui siamo precipitati. Lo svuotamento esistenziale in cui siamo stati gettati. Abbandonate le nostre rassicuranti certezze sul ruolo che ricoprivamo, accantonate le nostre quotidiane attività, che un tempo davano senso alle nostre giornate, abbiamo perso la nostra spensierata frenesia: la corsetta mattutina, il caffé con i colleghi, la passeggiata in centro, l’aperitivo con gli amici.

Come tante vittime di un furto spudorato e geniale, ci siamo svegliati attoniti in un mondo surreale e distopico. Colpiti da uno schiaffo improvviso, che ci ha lasciato ammutoliti, dopo l’immediato accesso di rabbia, stiamo mendicando ovunque spiegazioni che nessuno è in grado di fornirci in modo univoco e rassicurante. La scienza balbetta di fronte ad un virus sconosciuto, su cui avanza solo ipotesi, non sempre verosimili; la politica farnetica sulle disposizioni restrittive, così come l’economia ignora le strade più sicure da percorrere, mentre la comunicazione fatica a districarsi tra notizie false, allarmanti o semplicemente frammentarie e inesatte. Ci è stata rubata la certezza. Quella un tempo ostentata in ogni dichiarazione politica o televisiva. E molto altro ancora. Siamo stati defraudati, derubati, vituperati, vilipesi e privati del tempo. Di quello trascorso con i nostri cari, con i compagni di scuola, con i pazienti degli ospedali, con i propri defunti. Un tempo che nessuno ci restituirà, perché molte persone sono scomparse nel silenzio e nell’isolamento, senza nessuno che stringesse loro la mano, senza una cura che fosse innanzitutto tenerezza umana, prima che eminentemente medica.

Altri, confinati in casa, disperano di ritrovare la loro noiosa normalità, scandita dalla spesa al mercato, dalla passeggiata verso la chiesa o dalla visita dei nipotini. Bambini in attesa di compagni di giochi, che saccheggiano i depositi della propria fantasia, i loro giacimenti di creatività, sognando di rincorrersi liberi per i prati. Tempo rubato, ineluttabilmente sottrattoci senza la prospettiva di un termine.

O forse, ciò che è stato trafugato è una cortina invisibile che appannava la nostra vista. Il velo di Maya che offuscava la corretta visione della realtà, rendendo indistinguibile la verità dalla menzogna. Strappato il quale tutto torna nitido. E possiamo finalmente discernere l’essenzialità di alcune professioni, in contrasto con la vacuità dei celebrati influencers e l’inconsistenza delle pseudoteorie circa la fine del lavoro umano; che non solo ora l’organico degli operatori sanitari è inferiore agli standard internazionali richiesti; che oltre alla penuria dei medici ben più grave è quella degli infermieri, il cui rapporto con i pazienti è gravemente più basso dei criteri dettati dall’OMS. Che gli operatori socio sanitari e gli educatori svolgono un silenzioso, ma quanto mai prezioso lavoro ogni giorno, spesso in condizioni di precariato, dimenticati dall’opinione pubblica ed estranei a qualunque riconoscimento sociale.

Professionisti e badanti che in punta di piedi reggono le maglie di un tessuto socio-assistenziale sempre più esposto alla tensione dei traguardi che la medicina si prefigge di realizzare. A volte confliggendo con la delicata e sommessa poetica del gesto di cura, svalutato perché (forse) non quantificabile o riproducibile nell’omologazione in cui si traducono le direttive dell’efficientamento sanitario. La cura rimane quella timida alleata della relazione terapeutica, che ora, di fronte all’incertezza dei risultati e degli scenari futuri, sembra assurgere al piano gerarchico che le spetta. Quei gesti che sembravano trovare un senso solo nell’ambito palliativo, senza i quali una residenza per anziani si trasforma in un lager a pagamento, divengono ora posture solide cui appoggiare il peso dell’intero approccio medico, anche quello intensivista.

Perché accanto alle interpretazioni belliche, che vedono nel virus un nemico da sconfiggere con ogni mezzo e arma, emergono con sommesso orgoglio altre ermeneutiche che ricercano nella volontà missionaria la loro forza. Curare è una missione, ossia un mandato, accettato e condiviso, da chi se ne assume l’onere, con la propria professionalità. Ma è anche una missione, in quanto luogo comune in cui assisterci e accudirci vicendevolmente. Per un fine alto e nobile. Non esiste cura autentica che non sia di sé e di chi ci contorna, indistintamente. La cura non sceglie, la cura accoglie. Ecco perché questa non è la nostra guerra, ma la nostra missione. Ecco perché il Covid-19 non potrà rubarci il dono della cura: perché chi dona, non potrà mai essere borseggiato; chi dona si svincola dalle prese dello scippatore, proprio perché si è liberato anzitempo di un bene, che non è più suo, della cui privazione si è arricchito. L’unica ricchezza a prova di furto. L’unico virus da cui merita farsi contagiare.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2020/04/293fd2e31c-e1587978377571.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2020-04-27 11:12:152020-04-27 11:12:15Il velo di Maya e il dono della cura, di Davide De Angelis

Medici, “appropriatezza” e salute

8 Febbraio 2016/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Che cosa ci auguriamo come cittadini quando ci rechiamo dal nostro medico di famiglia? In primo luogo, che si tratti di un medico competente e attento, non di un semplice burocrate compila-ricette. Che sappia tenere le fila dei vari aspetti della nostra salute, che comprenda le nostre patologie senza rinviarci in una danza di appuntamenti specialistici, quando non sono necessari. Oggi credo si possa affermare che è in aumento la consapevolezza dei medici di medicina generale rispetto al loro ruolo sul territorio, e che molti medici – giovani e meno giovani – rivendicano tale ruolo. Questo va detto, nonostante accada, naturalmente, di imbattersi nella mediocrità, come in ogni campo dello scibile.
Occorre aggiungere, visto che siamo in tempi di vacche magre, che un buon medico di famiglia, libero di fare il suo lavoro con coscienza, è anche un grande risparmio per la sanità. Meno specialisti, meno esami inutili, ma il giusto monitoraggio sulla salute dei suoi assistiti. Prevenire costa meno che curare.
E invece, tra gli infiniti lacci e lacciuoli che già rendono arduo il mestiere del medico di medicina generale, sentite l’ultimo decreto del ministero della Salute, comparso sulla Gazzetta ufficiale n. 15 del 20 gennaio 2016 (qui il link per i curiosi), dal roboante titolo Condizioni di erogabilità e indicazioni di appropriatezza prescrittiva delle prestazioni di assistenza ambulatoriale erogabili nell’ambito del Servizio sanitario nazionale.
Non posso descrivervi in dettaglio il decreto, che tocca vari argomenti, scritto con un linguaggio talmente astruso e azzeccagarbugli da risultare incomprensibile agli stessi medici. Ma posso riassumerlo in pochi passaggi. Occorre risparmiare, quindi: più di 200 prescrizioni, se fatte al di fuori dei criteri di “appropriatezza”, sono a totale carico del paziente. Tra gli esami ai quali ora è possibile accedere solo nel rispetto di certe condizioni, alcuni sono molto comuni, come ad esempio il colesterolo o la funzionalità epatica. Altri, come le indagini radiodiagnostiche e genetiche, si prescrivono con minore frequenza, e in genere per individuare patologie gravi o gravissime, che possono compromettere la stessa vita del paziente. Esempio principe, il tumore. Quel tumore che il ministro Lorenzin sostiene demagogicamente che occorre “vincere”.
In sintesi, questo decreto ci regala: più burocrazia, meno tempo terapeutico, incertezza e timore di essere sanzionato per il medico, più spesa per il paziente, meno controllo sulla salute dei cittadini.
Il termine chiave sembra essere “appropriatezza prescrittiva”. E chi decide se un esame è o meno “appropriato” per un cittadino? Il medico, viene spontaneo rispondere, di concerto con il suo paziente, nel nome dell’alleanza terapeutica! Nossignore. Etica medica, bioetica, etica della cura sono semplici parole per i nostri burocrati del ministero.
Facciamo un esempio, nel quale si decide con sconcertante leggerezza della vita e della morte dei cittadini: e qui la parola BIOPOTERE assume un’inquietante concretezza. Quando il mio medico può prescrivermi accertamenti di radiologia diagnostica se ha il dubbio che io abbia un cancro?
L’articolo 2 del decreto dice che questi sono i riferimenti che il medico deve tenere presenti:
1) anamnesi positiva per tumori (che significa, esattamente? vogliamo continuare a far finta che le cause ambientali del cancro non esistano?)
2) perdita di peso (che avviene a malattia avanzata, per quanto ne so)
3) assenza di miglioramento con la terapia dopo 4-6 settimane (quale terapia?)
4) età sopra 50 e sotto 18 anni (questa è la condizione più assurda: in base a quale epidemiologia?)
5) dolore ingravescente, continuo anche a riposo e con persistenza notturna (cioè quando è tempo di cure palliative?)
Lasciatemi chiudere con un racconto personale. Un anno fa accusavo un dolore ai nervi intercostali, non ingravescente e non continuo, non ero dimagrita, avevo avuto un po’ di miglioramento con una terapia antinfiammatoria. Dopo varie ipotesi e tentativi diagnostici, il mio medico disse che non comprendeva, e che per sicurezza mi prescriveva una PET (esame radiologico complesso, e costoso). Dalla PET è emerso che in effetti ho un cancro, carcinoma mammario nella zona del mediastino, non operabile, difficile, ma ancora senza metastasi. Oggi, dopo un anno di cure, potrei avviarmi verso una remissione della malattia, anche se non è ancora certo. L’accuratezza del mio medico mi ha probabilmente salvato la vita. Ma ciò che è certo è che, se non avessi fatto una PET, non sarei qui a parlarvi di quest’argomento. E lui, il mio medico, d’ora in poi, se non si ferma questo brutto decreto, sarà costretto a tenersi i suoi sospetti per sé, o a spiegare a un proprio paziente (che teme essere malato di tumore) che dovrebbe fare un accertamento, ma che non ha il permesso di prescriverglielo. Se lo specialista non lo prescrive, il mio medico lo potrà prescrive solo a pagamento….. È giusto? E chi non ha il denaro? Dobbiamo avallare il principio che la sopravvivenza cambi in base al reddito?
Con quale coraggio si parlerà ai medici di etica professionale?
Altro interrogativo: e i giornalisti dove sono di fronte a questo grave taglio alla salute? Non avrebbe dovuto essere pubblicamente discussa una decisione come questa?
Non sta cambiando, silenziosamente e impercettibilmente, la sanità italiana? Questa non è democrazia. Non possiamo più permetterci la sanità pubblica che abbiamo avuto fino ad oggi?
E’ imperativo che i cittadini siano informati e che si apra un dibattito serio sul futuro.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2016/02/Depositphotos_7637828_s-2015-e1454854211109.jpg 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2016-02-08 09:58:552016-03-17 16:37:13Medici, “appropriatezza” e salute

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https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/01/immagine-in-evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-01-08 16:58:552026-01-08 16:58:55Il nostro “sistema della morte” e i suoi correttivi, di Marina Sozzi
https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/12/immagine-evidenza.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-12-19 14:15:122025-12-19 14:15:12La scrittura autobiografica e il lutto, di Marina Sozzi
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