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Tag Archivio per: Digital Death

Eredità digitale: come conservare la memoria dei nostri cari defunti? di Davide Sisto

17 Dicembre 2024/0 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Durante l’ottobre 2024 quotidiani e riviste scientifiche, nazionali e internazionali, hanno commentato una notizia piuttosto inquietante. Nel cuore di una notte l’americano Drew Crecente ha ricevuto sul proprio smartphone la notifica di una mail. Questa mail è stata inviata da Google Alert, la funzione di Google che il padre ha attivato per essere avvisato ogni volta che sua figlia Jennifer Ann viene nominata online. La ragazza, infatti, diciotto anni prima era stata vittima di femminicidio e il padre ha fondato un’associazione in suo ricordo. Google Alert rende ora noto al padre che la ragazza ha creato un profilo personale su Character AI ed è attiva (!). All’interno di questo sito, l’uomo vede la foto della figlia e una sua breve descrizione: «Jennifer Crecente è un personaggio esperto e amichevole creato con l’AI, che può fornire informazioni su un’ampia gamma di argomenti, tra cui videogiochi, tecnologia e cultura pop». Poco dopo viene aggiunto: «è anche un’esperta di giornalismo e può offrire consigli sulla scrittura e sull’editing». In altre parole, Character AI, startup americana che permette agli utenti di intrattenere relazioni con personaggi di fantasia creati a computer e in grado di conversare in virtù dell’intelligenza artificiale, ha indebitamente utilizzato l’identità di Jennifer Ann per costruire un essere fittizio al servizio delle persone in carne e ossa. Non è stato per niente semplice da parte della famiglia far cancellare la riproduzione artificiale della donna e far ammettere da Character AI il madornale errore commesso, basato su un problematico riutilizzo di dati precedentemente condivisi da una persona defunta da quasi vent’anni.

Questa storia fantascientifica alla Black Mirror non è altro che la punta di un iceberg. Da svariati anni, infatti, chi si occupa di Digital Death sa quanto sia complicata sul piano psicologico ed emotivo, giuridico e sociale la gestione dell’eredità digitale di un morto. Ciascuno di noi condivide ogni giorno enormi quantità di dati personali sui social network, nelle caselle di posta elettronica, nelle applicazioni di messaggistica privata, nei blog e così via. Un recente studio di NordPass ha rivelato che un utente della Rete può arrivare ad avere circa 170 account digitali, ciascuno con le sue specifiche credenziali di accesso. Questa produzione mastodontica di dati è praticamente incontrollabile nella sua totalità, per cui possono capitare vicende distopiche come quella di Jennifer Ann Crecente. Mentre la legge fa fatica a stabilire regole oggettive e trasparenti in merito alla gestione e alla razionalizzazione dell’eredità digitale, ogni utente della Rete dovrebbe, innanzitutto, interrogarsi su cosa fa e su chi è nel mondo online. Dovrebbe, in primo luogo, comprendere che quando si iscrive a un social network stabilisce – di fatto – un prolungamento digitale della propria identità, per cui il suo profilo corrisponde solo a lui. In altre parole, nessun altro può stabilire come gestire i suoi profili social dopo la sua morte. Egli, pertanto, dovrebbe ragionare anticipatamente sul destino post mortem dei suoi resti digitali e, dopo un’attenta riflessione con i propri cari, andare nelle impostazioni di tutti i suoi profili social e prendere una decisione prematura sul loro destino. Ogni social media, infatti, offre delle soluzioni, più o meno ampie, di cosa fare del proprio account in caso di morte: può essere conservato così com’è, si può far chiudere previo invio di un certificato di morte, si possono scaricare i contenuti dell’account sul computer e poi lasciarli in eredità, su Facebook si può scegliere un contatto erede che gestisca i post pubblici, ecc. L’utente dovrebbe quindi, in secondo luogo, ragionare sulla complessa eredità del proprio smartphone. Ci sono stati casi sporadici, anche in Italia, in cui la legge ha stabilito che – per esempio – i genitori di un figlio deceduto o un vedovo/a possono ottenere le credenziali d’accesso dello smartphone e, dunque, ereditare quell’insieme di dati che costituisce ricordi personali preziosi. Il problema, tuttavia, sta a monte: accedere ai contenuti di uno smartphone significa anche accedere alle conversazioni private tenute dal morto. Si possono, dunque, scoprire informazioni che accrescono il trauma del lutto e il cui carattere poco chiaro non può essere spiegato da chi non c’è più. Si possono, poi, leggere informazioni delicate riguardanti altre persone. Se il proprio partner avesse avuto un amante e questa persona gli avesse inviato foto o video compromettenti, questo materiale potrebbe essere utilizzato per una vendetta. Oppure, se un amico del proprio partner gli avesse confessato, per esempio su WhatsApp, un’informazione estremamente personale e delicata, l’erede potrebbe ricattarlo. Le casistiche sono molteplici e, dunque, anche in questo caso occorrerebbe stabilire a priori, con chiarezza e magari in presenza di un notaio, come lasciare in eredità il proprio smartphone, magari proteggendo i contenuti privati con una password. E questo discorso vale per ogni account di cui si è proprietari e che può avere un valore materiale o sentimentale importante sia per chi non ci sarà più sia per i dolenti.

Man mano che le generazioni si succederanno, avremo cittadini la cui vita è completamente digitalizzata, dunque i documenti digitali svolgeranno un ruolo sempre più importante e delicato all’interno del processo di elaborazione del lutto e della conservazione della memoria. Occorre pertanto non sottovalutare l’importanza della propria vita online e fare in modo che società private, intente a trarre guadagno dai nostri dati, non si approfittino della nostra assenza. Non credo ci piaccia pensare di ritrovarci nella situazione di Jennifer Ann.

Cosa ne pensate? Avete cominciato a ragionare sulle vostre eredità digitali? Attendiamo come sempre le vostre risposte.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/12/immagine-eredita-digitale350x265.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-12-17 08:55:382024-12-17 08:55:38Eredità digitale: come conservare la memoria dei nostri cari defunti? di Davide Sisto

La tanatologia nei percorsi universitari, di Davide Sisto

23 Luglio 2024/6 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Negli ultimi due anni ho tenuto un insegnamento di Filosofia ed Etica della Cura, della durata complessiva di 54 ore, per il corso di laurea triennale di Scienze dell’Educazione all’Università di Torino. Per la maggior parte delle ore dell’insegnamento ho affrontato i temi principali della tanatologia, della Death Education, della Digital Death. Ho, in altre parole, parlato di morte e lutto per svariate decine di ore con studentesse e studenti ventenni che si stanno formando nel campo della formazione e dell’educazione.

Non è così consueto affrontare questo tipo di tema in Università, al di là delle questioni prettamente bioetiche e giuridiche che concernono le scelte di fine vita e le definizioni di morte in una società tecnologicamente evoluta. Abbiamo, in generale, parlato di rimozione della morte, di riti funebri, delle cure palliative, delle conseguenze sociali, culturali e filosofiche della perdita di un proprio caro nel mondo contemporaneo, dei diversi modi di dare un senso alla propria mortalità dall’antichità al XXI secolo e, ovviamente, dell’impatto delle tecnologie digitali nel rapporto odierno tra la vita e la morte.

È stato molto interessante osservare la reazione dei discenti, la quale ha seguito in entrambi gli anni un vero e proprio percorso di crescita. Inizialmente, per loro stessa ammissione, il tema ha avuto un impatto piuttosto forte e inibente, perché non siamo abituati a parlarne liberamente. È inusuale affrontare senza fronzoli e pudore questo tema, spesso ritenuto addirittura inopportuno. Dunque, la loro iniziale tendenza è stata quella di ascoltare passivamente senza farsi troppo coinvolgere. Man mano che le ore sono passate, l’iniziale shock si è trasformato nel bisogno generale di intervenire in maniera attiva, dunque di partire dalle proprie esperienze biografiche (la morte di un parente stretto o di una persona comunque vicina, il personale modo di concepire la propria mortalità, ecc.) per riflettere insieme sulle necessità generali del prendersi cura e, soprattutto, sulle mancanze relative alla cura totale della persona, facendo emergere le differenti prospettive religiose e laiche sulle questioni dibattute. Ci siamo, in altre parole, resi conto insieme e in senso pratico di come siamo poco abituati a considerare gli effetti problematici della differenza tra la cura intesa da un punto di vista prettamente medico (“to cure”), la quale trasforma il singolo in un “paziente” nel senso letterale del termine, e la cura intesa come attenzione per la persona nella sua totalità (“to care”).

La cosa che mi ha più colpito è che, alla fine dei due corsi, numerose studentesse e studenti – diciamo, qualche decina – mi hanno proposto una tesi di laurea sul tema della morte declinato in funzione specificamente educativa o formativa: per esempio, come affrontare il lutto e la malattia dei bambini e degli adolescenti (uno dei temi più scelti), come praticare forme di Death Competence negli ospedali e in tutti i percorsi scolastici, come inserire la riflessione sulla nostra mortalità in ogni settore della società dove si fa educazione, come tener conto delle diverse esigenze rituali in materia di fine vita all’interno di un mondo multiculturale, come le tecnologie cambiano il desiderio o l’illusione dell’immortalità, ecc.

Questa ampia richiesta di approfondire i temi tanatologici spesso in riferimento all’educazione infantile, dopo un’iniziale e comprensibile ritrosia, mi ha fatto riflettere su quanto lavoro occorra ancora svolgere per far sì che la morte e il lutto diventino temi centrali – per esempio – nel campo universitario. Non è logico, a mio avviso, che la rimozione novecentesca della morte continui ad avere un impatto così significativo là dove, invece, è necessaria una preparazione che potrebbe, nel pratico, consentire un miglioramento generale delle pratiche di cura. L’esperienza maturata nel campo della tanatologia da tutte le persone che se ne occupano da svariati anni dovrebbe, finalmente, essere convertita in percorsi educativi ben strutturati, necessari per superare una volta per tutte il tabù.

Sono curioso ovviamente di vedere come le persone che hanno approfondito, nelle loro tesi, il tema tanatologico riusciranno ad applicarlo nel campo lavorativo e capire se, nel corso degli anni, ci saranno rilevanti metamorfosi culturali e sociali.
Voi cosa ne pensate? Ritenete opportuno che si insegnino temi tanatologici in Università, nei campi della formazione e dell’educazione? Attendiamo i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/07/universita-esame-copia.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-07-23 10:24:172024-07-23 10:24:17La tanatologia nei percorsi universitari, di Davide Sisto

Instagram e le influencer della morte, di Davide Sisto

11 Dicembre 2023/14 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Da alcuni anni, in Italia, i social network sono diventati testimoni di un significativo numero di influencer piuttosto particolari: i cosiddetti “tanato-influencer” o “influencer della morte”. In altre parole, come succede in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ci sono alcune persone – per lo più di genere femminile e di età relativamente giovane – che utilizzano i social media (soprattutto, Instagram) per parlare colloquialmente di morte, di lutto, di riti funebri con i propri followers. Ciascuna di loro ha un seguito di decine di migliaia di followers, a dimostrazione dell’interesse nei confronti del tema e della loro attività. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Giulia Depentor, creatrice di contenuti digitali per aziende e brand, dunque non tanatologa in senso proprio. Tuttavia, è divenuta alquanto nota per il podcast Camposanto, dedicato agli amanti dei cimiteri e a chi è interessato a conoscere le storie e le immagini fotografiche più curiose delle lapidi. Depentor gira per il mondo alla ricerca dei cimiteri più peculiari, ricostruendo le storie degli abitanti delle città e dei piccoli borghi che sono passati a miglior vita. L’attenzione per Camposanto è stata tale che oggi possiamo leggere un sunto delle sue esperienze nel libro “Immemòriam. I cimiteri e le storie che li abitano”, edito da Feltrinelli. Un secondo nome che merita menzione è quello di Lisa Martignetti, il cui nickname su Instagram è “la ragazza dei cimiteri”. Martignetti è una funeral planner, cioè aiuta le famiglie a organizzare i funerali dei propri cari. Ha circa 25.000 followers e utilizza Instagram per parlare dei principali temi che riguardano la morte: il tabù e il processo di rimozione sociale e culturale, il ruolo dei riti funebri e dei cimiteri nelle nostre vite, nonché ogni aspetto che permetta di razionalizzare la paura della morte e di prendere così coscienza della propria mortalità. Tanatolady, alias Irene Nonnis , è invece una tanatoesteta intenta, anche lei, a servirsi dei social media per raccontare storie legate al suo lavoro, al nostro rapporto culturale con la morte e con i riti funebri. Cito ancora, tra i diversi nomi che si occupano di diffondere idee sulla morte tramite le piattaforme digitali, Carolina Boldoni, antropologa culturale dallo spiccato senso dell’umorismo, la quale si definisce “la Chiara Ferragni dell’antropologia” nonché “l’influencer della morte”. Oltre a utilizzare Instagram per divulgare in modo estremamente acuto e intelligente gli studi su cui si è formata da un punto di vista accademico, ha creato un format intitolato “Lutto alle 8” e condotto insieme a Laura Campanello, il quale affronta ogni tipo di tema che riguarda il fine vita.

Depentor, Martignetti, Nonnis e Boldoni sono solo alcuni esempi di un fenomeno che sta lentamente crescendo e che italianizza, in linea generale, lo splendido lavoro compiuto da Caitlin Doughty negli Stati Uniti. Ciò che è interessante notare, almeno dal mio punto di vista di studioso del tema della morte, è il mix di creatività e di acume con cui le influencer della morte confezionano i loro video, i loro testi scritti, le loro immagini fotografiche. In altre parole, dimostrano come si possano utilizzare in maniera matura gli strumenti offerti dalle piattaforme digitali, veicolando messaggi socialmente e culturalmente rilevanti attraverso i linguaggi che vanno per la maggiore, soprattutto tra le nuove generazioni. Il contributo offerto alla causa dei Death Studies è piuttosto prezioso, ragione per cui le influencer della morte sono coinvolte negli eventi pubblici che riguardano il fine vita (festival, conferenze, dibattiti, ecc.). In un’epoca storica in cui stiamo lentamente scardinando il tabù, riportando la morte e il morire all’interno del dibattito pubblico, i processi culturali tanatologici messi in moto tramite i social media controbilanciano la ritrosia, ancora assai presente, da parte dei mass media tradizionali di trascendere con forza la rimozione. Forse, le influencer della morte sono l’ennesimo esempio di un cambiamento profondo dei linguaggi e delle espressioni pubbliche, figlio della progressiva disintermediazione generata dall’epoca dei social media. Mi azzardo a dire che rientrano all’interno del campo della tanatologia digitale o Digital Death, quali testimonianze oggettive di come il mondo online offra spazi per affrontare esplicitamente ciò che si evita, di solito, nel mondo offline.

Conoscete qualche influencer della morte? Le seguite? In tal caso, cosa pensate della loro attività? Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2023/12/maxresdefault-e1702285724814.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2023-12-11 10:10:542023-12-13 19:37:42Instagram e le influencer della morte, di Davide Sisto

La morte si fa social? Intervista a Davide Sisto, di Marina Sozzi

25 Settembre 2018/5 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Come molti dei lettori di questo blog hanno senz’altro visto, il libro La morte si fa social di Davide Sisto, appena uscito per Bollati Boringhieri, sta avendo una grande quantità di recensioni. Ho voluto quindi rivolgergli qualche domanda un po’ più approfondita rispetto alla stampa generica: dato che la dimensione virtuale assorbe molto tempo nella nostra cultura, non possiamo più ignorare che cosa accade online a proposito della morte.

La riflessione che hai condotto sulle caratteristiche che assume la morte nel web (in vari e complessi modi) è molto innovativa, soprattutto in Italia. In che misura secondo te il modo di trattare la morte sul web è specchio dell’atteggiamento della nostra cultura offline, e in che misura invece si possono rilevare online nuovi e diversi orientamenti?

Le attuali tecnologie digitali registrano, dunque rendono visibili, i comportamenti che segnano comunemente lo spazio pubblico in cui viviamo. Pertanto, l’onnipresenza della morte nel web – soprattutto, le registrazioni audiovisive di omicidi, suicidi e morti in diretta – mette dinanzi ai nostri occhi quella spettacolarizzazione del morire che è la conseguenza prima della sua rimozione sociale e culturale. Noi, in altre parole, guardiamo quei video su YouTube come se fossero dei film. La differenza fondamentale emerge, secondo me, negli spazi interattivi, come i social network: il fatto che la morte sia così presente all’interno di luoghi adibiti a creare perlopiù amicizie e relazioni sentimentali mette le persone dinanzi alla realtà della morte. La presenza dei profili dei morti su Facebook, il più grande cimitero che vi sia al mondo, e la condivisione pubblica delle malattie tumorali da parte di giovani Youtuber registrano visivamente la morte. La vediamo, come non siamo più abituati a farlo offline. Se, pertanto, utilizziamo questa opportunità per educare le persone tanto a un uso corretto del web quanto a comprendere il ruolo della morte nella vita, allora forse il web diventa uno strumento per guardare la morte e il suo legame con la vita in modo diverso rispetto agli ultimi decenni.

Questo libro sta avendo molto successo, segno che il tema della morte interessa e che, se coniugata con il mondo digitale, incuriosisce ancora di più. Nel tuo libro parli di Death Education, immaginando che possa aver luogo online. Oltre a questo blog (che spero possa stare nel novero delle fonti di educazione alla morte) mi fai qualche altro esempio di fonte a disposizione di molti, in grado di modificare la mentalità ?

Il primo esempio che mi viene in mente è “La Cura” (http://la-cura.it/) di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico. Scoperto di avere un tumore al cervello, Iaconesi – che è un ingegnere robotico e un hacker – mette online la propria cartella clinica e chiede al mondo intero di partecipare alla sua cura. Crea, cito le sue parole, “una cura partecipativa open source per il cancro”. Rispondono milioni di persone da tutto il mondo – artisti, ricercatori, medici, ecc. – portando un loro personale contributo. Questo tipo di esperimento, che ha permesso la guarigione di Iaconesi, ha creato una autentica comunità attorno al malato di tumore, facendolo uscire dall’isolamento sociale in cui troppo spesso si ritrova. Un altro esempio è quello delle “cancer vlogger”, ragazze che pubblicano quotidianamente video su YouTube o Facebook in cui parlano della loro malattia a milioni di spettatori. Molti studiosi sostengono che questo fenomeno sia utile per ripensare il rapporto tra salute e malattia, vita e morte. Nel nostro blog abbiamo parlato qualche anno fa del sito “Soli ma insieme” (http://www.solimainsieme.it/), che offre strumenti significativi per bambini e ragazzi in lutto. Per quanto riguarda più specificamente la Death Education, nelle scuole, negli ospedali e nelle Università inglesi e americane sono utilizzate le forme di elaborazione collettiva del lutto su Facebook come occasioni per discutere della morte. Stacey Pitsillides, ideatrice del sito “Digital Death” (www.digitaldeath.eu), è un esempio di ricercatrice che utilizza la presenza della morte nei social network all’interno di progetti universitari interdisciplinari che mettono in dialogo le discipline umanistiche e quelle scientifiche. Sarebbe interessante farlo pure in Italia.

Nel libro parli spesso di consolazione delle persone che hanno subito una perdita. Consolazione che si può cercare in siti che propongono avatar del defunto e spettri digitali; ma anche nelle interazioni su Facebook a proposito della morte dell’amato; o perfino nell’invio di messaggi Whatsapp al morto. La psicologia ci insegna però che il dolente ha bisogno, prima di tutto, di prendere coscienza della morte del proprio caro. Tutti questi sostituti virtuali del morto non rischiano di rallentare il processo di elaborazione del lutto?

Il rischio è tangibile. Da una parte, i cosiddetti “griefbot”, per mezzo dei quali è possibile continuare a dialogare con i morti, rappresentano chiaramente la non accettazione della perdita e del distacco. Sono la conseguenza del tentativo di tenere stretto a sé digitalmente chi non potrà più esserci fisicamente. Dall’altra, la presenza dei profili dei morti su Facebook e su WhatsApp può mantenere vivo a tempo indeterminato il dolore in un genitore che ha perso il figlio. Va però anche detto che tutti questi mezzi digitali offrono alle persone la possibilità di continuare a tenere stretta a sé una quantità inimmaginabile di ricordi e di narrazioni del defunto. E questo, nei casi in cui il lutto è stato elaborato, è benevolmente consolatorio.
Il prevalere delle opportunità o delle criticità dipende dal lavoro che viene fatto offline. Oggi abbiamo questi strumenti digitali che segnano la nostra vita quotidiana. Sappiamo che possono acuire il dolore per la perdita o, in alternativa, possono fornire una maggiore consolazione rispetto al passato. Se il dolente è abbandonato a se stesso, ovviamente le criticità del web prevalgono. Anche in questo caso mi chiedo: quando la società imparerà a mettere a frutto con intelligenza e raziocinio le inedite opportunità offerte dal progresso?

Ho trovato molto interessante la questione della memoria. La memoria, per esistere e avere senso, ha bisogno anche di oblio. Qualcosa si ricorda perché si dimentica il resto. Non stiamo affastellando troppa memoria? Tutta questa memoria non rischia di trasformarsi in una nuova forma di oblio indifferenziato? Questa domanda non vale solo per i defunti, ma certo nel caso della morte appare particolarmente pertinente.

Con me sfondi una porta aperta. Sono quasi privo di fotografie della mia vita personale e familiare. Tendo ad accumulare meno ricordi possibili. Dal momento che ho un carattere malinconico, lo tengo a bada cercando di guardare sempre in avanti, senza tener troppo conto di ciò che mi sta alle spalle. Oggi, le persone accumulano in formato digitale una quantità inimmaginabile di fotografie, registrazioni audiovisive, testi scritti. Tutto questo materiale è profondamente dispersivo e soffocante. Ma, di nuovo, la memoria digitale può trasformarsi in un’occasione per fare selezione e per preparare la propria eredità personale. Se si insegnasse, a partire dagli anni della formazione scolastica, l’importanza dell’oblio per la memoria stessa, forse si riuscirebbe anche a rendere le persone consapevoli di quanto sia necessario selezionare le proprie memorie per il futuro. Questa quantità immensa di memorie è l’ennesima occasione per porsi la domanda: “cosa voglio lasciare agli altri dopo la mia morte?”. Quindi, per riflettere sulla propria mortalità e sull’uso responsabile del web nei suoi confronti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/09/Depositphotos_110069884_s-2015-e1537871405124.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-09-25 12:32:212018-09-25 12:32:21La morte si fa social? Intervista a Davide Sisto, di Marina Sozzi

La memoria digitale: i ricordi nell’epoca del web, di Davide Sisto

21 Novembre 2017/2 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

We aren't too old to take a selfie

Secondo diversi quotidiani internazionali una delle principali attività lavorative del futuro prossimo sarà quella del “Digital Death Manager”, una specie di consulente in ambito tanatologico che aiuta le persone a organizzare le proprie memorie ed eredità digitali.

Negli ultimi decenni il web ha, infatti, letteralmente rivoluzionato la nostra vita quotidiana, dandoci la possibilità di abitare in una seconda casa, “virtuale”, all’interno di cui custodiamo una quantità incalcolabile di “oggetti digitali” personali. Centinaia di fotografie, riflessioni scritte, lettere, immagini audiovisive, che condividiamo – spesso in maniera confusa e sommaria – all’interno dei social network, ma non solo. A differenza degli oggetti fisici, ciascuno un esemplare unico e quindi dotato della preziosa qualità della rarità, quelli digitali possono esistere invece in un numero infinito di copie, posseduti contemporaneamente da più persone, senza sosta duplicati e privi del rischio di essere usurati. Al tempo stesso, se protetti da password, tali oggetti rischiano di essere perduti per sempre, a partire dall’istante in cui moriamo. In nessun caso, infatti, familiari e amici possono accedere – qualora privi della password necessaria, dunque del permesso concesso dal proprietario – ai contenuti digitali prodotti in vita, in quanto protetti dalla privacy.

L’art. 9, comma 3 del Codice in materia di protezione dei dati personali, prevede che l’accesso ai dati personali concernenti persone decedute può essere garantito solo «da chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli di protezione». Ma la giurisprudenza è ancora molto incerta nell’applicazione di questo articolo e preferisce tutelare la privacy rispetto ai bisogni emotivi di chi ha patito un lutto. Circa un anno fa la cronaca nazionale è stata segnata dalla storia di un padre che, morto il figlio tredicenne a causa di una malattia alle ossa, ha cercato invano di ottenere il permesso di accedere ai contenuti del suo smartphone, per poter conservare le sue ultime fotografie e i suoi ultimi messaggi. La negazione di quello che – ai suoi occhi – appariva un diritto sacrosanto lo ha spinto ad affermare, nelle interviste, che gli è stata negata l’opportunità di conservare i ricordi del figlio (qui un articolo sulla vicenda). Un altro caso, avvenuto in Germania, ha fatto molto scalpore a livello mediatico. Nel 2012, una ragazza di 15 anni muore travolta sui binari della metropolitana a Berlino. I genitori chiedono a Facebook di poter accedere alle conversazioni private della figlia per capire se è morta suicida e, in tal caso, se il suicidio è legato al bullismo. Nonostante battaglie legali durate cinque anni, non è stata soddisfatta la richiesta, nonostante la plausibilità delle loro ragioni (per chi vuole approfondire, qui trova un articolo esaustivo).

Questo problema di non poco conto sarà sempre più sentito, man mano che le generazioni dei nativi digitali diverranno numericamente predominanti. “La morte è una parte della vita e la vita è divenuta digitale”: così scrive Stacey Pitsillides, designer e ricercatrice universitaria inglese, per introdurre il suo sito internet dedicato al tema. Continuare a vivere come se non dovessimo morire mai, non organizzando in modo ragionato le nostre memorie, può generare una situazione caotica in cui tanto più produciamo documenti della nostra quotidianità (selfie di coppia, foto dei nostri figli, lettere via mail, ecc.) quanto più perdiamo gli oggetti della nostra memoria, non lasciando in eredità i ricordi.

Per tale ragione sono sempre più numerose le attività commerciali che cercano di sensibilizzare le persone a gestire con raziocinio i propri oggetti digitali, in vista del tempo in cui saremo morti: dall’americana SafeBeyond, che dà la possibilità di creare videoclip da lasciare in eredità ai propri cari (il video di presentazione del progetto rappresenta la situazione di un padre di una bambina di otto/nove anni che, malato, prepara un discorso audiovisivo che le sarà fatto recapitare il giorno del matrimonio), all’italiana eMemory, che offre spazi virtuali a utenti che vogliono conservare foto e video specifici per quando non ci saranno più.

Le stesse agenzie di onoranze funebri offrono, soprattutto negli Stati Uniti, pacchetti che comprendono tanto i funerali in streaming, per coloro che sono impossibilitati per ragioni economiche a recarsi fisicamente a celebrare il rito funebre del caro estinto, quanto un sostegno per gestire e preparare il proprio patrimonio digitale accumulato nel corso della vita.

Le opportunità principali offerti dalla cosiddetta “memoria digitale”, a mio modo di vedere, sono le seguenti: sensibilizzare le persone in relazione al fine vita partendo dal quesito “che cosa desideri venga ricordato di te?”, il quale scaturisce dai rischi che si corrono per la questione della privacy online di cui sopra, ridefinire i riti di passaggio, non procrastinandoli fino a quando non potremo più gestirli autonomamente, avviare un discorso di educazione responsabile al web e a tutti gli strumenti tecnologici che utilizziamo ogni giorno.

E voi, invece? Avete mai riflettuto sul futuro degli oggetti digitali che producete? Vi è mai capitato di pensare a organizzarli quali lasciti da lasciare alle persone che amate? Diteci cosa ne pensate.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/11/Depositphotos_91546316_s-2015.jpg 441 500 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-11-21 13:15:532017-11-21 14:21:38La memoria digitale: i ricordi nell’epoca del web, di Davide Sisto

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