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Tag Archivio per: vita eterna

Il transumanesimo e l’ingiustizia della morte, di Davide Sisto

23 Giugno 2025/6 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Durante un’intervista di alcuni anni fa, Peter Thiel, dopo aver confessato di non credere che la democrazia sia compatibile con la libertà, afferma in maniera perentoria: “L’unica vera disuguaglianza a cui riesco a pensare è quella tra chi è vivo e chi è morto”. Peter Thiel è uno degli imprenditori più influenti della Silicon Valley. È cofondatore di PayPal, uno dei primi investitori in Facebook, nonché un ideologo conservatore vicino alle strategie politiche e tecnologiche dell’attuale destra americana trumpiana. Come svariati altri suoi colleghi della Silicon Valley vicini alle politiche statunitensi di Trump, Thiel fa parte del mondo del transumanesimo.
L’origine del termine “transumano” viene ricondotta, generalmente, a Julian Huxley, fratello biologo del noto scrittore Aldous. Nel libro New Bottles for New Wine (1957) egli scrive: “L’uomo rimarrà uomo, ma trascenderà sé stesso, realizzando nuove possibilità della, e per la, sua natura umana. Io credo nel transumanesimo: una volta che vi saranno abbastanza persone disposte ad affermarlo con sincerità, la specie umana si troverà sulla soglia di un nuovo tipo di esistenza, tanto diversa dalla nostra quanto la nostra è diversa da quella dell’uomo di Pechino”. Questa idea dell’uomo che trascende in autonomia sé stesso è ricorrente tra i fautori di questo movimento internazionale, il quale spesso ricorda più una setta religiosa che una corrente filosofica o scientifica. Per esempio, nel manifesto dei transumanisti italiani leggiamo la seguente frase: «è possibile e auspicabile passare da una fase di evoluzione cieca a una fase di evoluzione autodiretta consapevole». Ecco ritornare implicitamente l’affermazione di Thiel: i transumanisti si pongono come obiettivo primario per la realizzazione di questa evoluzione autodiretta consapevole la sconfitta dell’invecchiamento e della morte. Gli spazi a disposizione del blog non permettono un’analisi meticolosa di tutte le sfumature chiaroscurali del pensiero transumano. Vi sono, infatti, attuazioni del tutto positive dello scopo teorico di partenza: ad esempio, Raymond Kurzweil ha inventato la Kurzweil Reading Machine, il primo computer per non vedenti in grado di riconoscere i caratteri di testo e convertirli in voce. Tuttavia, rimane un aspetto molto problematico all’interno del movimento: la maggior parte dei transumanisti elabora teorie e strategie scientifiche non riconosciute dalla scienza e dalla medicina ufficiali. Criogenia, mind uploading, l’uso di pillole miracolose, trasfusioni di sangue: personaggi come Max More, Aubrey De Grey, Bryan Johnson (sulla cui ossessione per la vita eterna è possibile vedere un documentario targato Netflix e intitolato “Don’t die. L’uomo che vuole vivere per sempre”), Zoltan Istvan, ecc. cercano di inventarsi ogni possibile trovata pseudo-scientifica per annientare il nemico – la morte – che a loro detta produce disuguaglianza. Lo fanno, mettendo in primo piano un principio tanto semplice quanto significativo: la sconfitta della morte presuppone ingenti quantità di denaro, dunque solo chi ne dispone potrà permettersela quando si riuscirà finalmente a raggiungere l’obiettivo. L’immortalità, in altre parole, non è uno scopo democratico, ma occorre comprarla a caro prezzo.
Il fatto che il transumanesimo svolga oggi un ruolo primario nelle politiche statunitensi e attiri l’attenzione dei multimilionari della Silicon Valley dimostra come, in un momento storico in cui si cerca di superare il tabù della morte, sia particolarmente intenso il rapporto tra il potere e il desiderio dell’immortalità. In altre parole, vi è un mondo di persone benestanti che, convinto di poter comprare qualsiasi cosa e di esercitare la propria forza in maniera arbitraria, non accetta l’unico evento del tutto indifferente alla quantità di denaro conservato nelle banche. Se notate, è un tratto tipico delle persone potenti odiare o temere la morte. Proprio per tale ragione, tenuto conto di quanto il transumanesimo sia un fenomeno progressivamente in crescita, è necessario coltivare il sano percorso di educazione all’accettazione della propria mortalità e, ancora di più, di comprensione del ruolo democratico della morte all’interno della vita umana. Penso che ciò sia importante come argine al senso di onnipotenza che un gruppo di persone privilegiate coltiva al di là di ogni ragionevolezza e verità scientifica all’interno di una visione profondamente capitalistica dell’esistenza umana. Questo senso di onnipotenza è estremamente diseducativo, perché traduce la comprensibile paura della morte e il parallelo fenomeno della sua rimozione in un punto di partenza per accrescere la diseguaglianza sociale ed economica già ampiamente presente.
Voi cosa ne pensate? Conoscete il movimento del transumanesimo?
Attendiamo le vostre risposte.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/06/transumanesimo-religione.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-06-23 11:55:492025-06-23 11:55:49Il transumanesimo e l’ingiustizia della morte, di Davide Sisto

E’ veramente desiderabile vivere per sempre? di Davide Sisto

17 Ottobre 2016/10 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

immortality-bus-1Cosa ci fa su un bus a forma di bara (l’Immortality Bus!) un candidato alla Casa Bianca, insieme a un hippie, un robot chiamato Jethro e un giovane ragazzo russo che ha congelato il cervello della madre morta? Va in giro per gli Stati Uniti d’America a promettere, nel caso venga votato, vita eterna per tutti. Sembra una barzelletta, ma è esattamente ciò che è successo quando il giornalista americano transumanista Zoltan Istvan è sceso in campo – senza particolare fortuna – per le elezioni presidenziali post-Obama (se volete approfondire).

Tipiche bizzarrie a stelle e a strisce? Mica tanto. Agognata sin dagli albori dell’umanità, la vita eterna è ritenuta oggi dalla scienza e dalla tecnologia un’eventualità che può essere realizzata. Come dimostrano gli investimenti di milioni di dollari per carpirne i segreti, cinque – per la precisione – quelli investiti nel 2012 dalla Templeton Foundation nel caso dell’Immortality Project del filosofo statunitense John Martin Fischer, e i combattimenti indomiti – a livello internazionale – contro l’invecchiamento, una malattia da sconfiggere farmacologicamente secondo il noto biochimico inglese Aubrey de Grey e il suo progetto SENS (Strategies for Engineered Negligible Senescence).

Prendiamo il caso specifico di De Grey, sostenuto da Calico (California Life Company), una piattaforma di ricerca, creata nel settembre 2013 da Google, il cui amministratore delegato è Arthur Levinson, presidente di Apple Inc., ex amministratore delegato e presidente di Genentech, nonché affiliato a diverse società biotecnologiche e biofarmacologiche. De Grey è convinto che il nostro corpo sia simile a un’auto d’epoca: come questa può rimanere in circolazione a tempo indeterminato, se periodicamente sottoposta a una manutenzione razionale ed equilibrata, che permette di sostituire di volta in volta i pezzi che si sono usurati, così il nostro corpo può non invecchiare mai, se sottoposto costantemente a una invasiva manutenzione farmacologica. La senescenza, infatti, è per De Grey una malattia; noi crediamo sia un fatto naturale della vita solo perché siamo sotto l’effetto di una sorta di “trance pro-invecchiamento”. Elaboriamo, cioè, strategie psicologiche per accettare l’inevitabilità della vecchiaia e della morte, anzi, per farcele piacere razionalmente (che perversi che siamo! NdA). Di questo tema parla, oltre che nei suoi libri, anche in un documentario – The Immortalists – girato nel 2014, che ha avuto un notevole successo internazionale (trailer).

“Siamo nati senza sceglierlo. Dovremmo morire nello stesso modo? La gloria dell’uomo non è rifiutarsi di accettare un destino sicuro?”, afferma risoluto Ross Lockhart nel nuovo romanzo di Don Delillo, Zero K, incentrato sulla preservazione criogenica del corpo malato di sua moglie, fino a che i progressi della medicina non potranno salvarla. Ancora, nel romanzo: “La morte è una creazione culturale, non una rigida determinazione di ciò che è umanamente possibile”. E così via, nel mondo reale, tra chi cerca il libretto d’istruzione del proprio corpo per vivere tutto il tempo che vuole (il transumanista Max More), chi pensa sia solo un problema di contenitore (separo il cervello dal corpo che invecchia e…Tristo Mietitore non mi avrai più! Marvin Minsky docet), eccetera.

Vi dirò: non sento il bisogno di vivere per sempre e, proprio per tale ragione, mi chiedo io per primo perché. In parte, perché ho una visione nostalgica della vita. Non è tanto pessimismo, quanto una personale fatica nei confronti di ciò che è passato e non torna più, dell’accumulo delle occasioni perdute, delle paranoie e delle incertezze, delle scelte radicali dinanzi a un bivio (sentimentale, lavorativo), dell’aggiunta di esperienze quotidiane e di stati d’animo che, gli uni sopra gli altri, mi fanno sì crescere ed evolvere, ma anche perdere progressivamente ogni residuo di innocenza, di immediatezza, di ingenuità. Sento, pertanto, il bisogno di un punto di arrivo, naturalmente molto lontano, se possibile. Ma ci deve essere, per dare un senso e una completezza a ciò che sono stato. Una sorta di pacificazione finale che, si spera, venga assorbita in modo positivo da chi mi è stato vicino o da chi ha avuto il piacere o il dispiacere di incontrarmi per un po’ di tempo.

In parte, perché ha ragione Borges quando critica gli Immortali: “non c’è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi. Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario. Ciò che è elegiaco, grave, rituale non vale per gli Immortali”. Perché la vita è definita dalle tante fini che la rendono, nel bene e nel male, speciale, simbolica, colorata. Quando una cosa finisce – un amore o la conquista della donna amata, il concerto della vita, un lavoro su cui si sono investite energia e passione, la scrittura di un libro – si prova una sensazione indescrivibile e unica, che perderebbe il suo significato nel caso quella cosa non avesse mai termine. E questo vale anche per la vita che ciascuno di noi vive. Certo, vale meno per le persone che amiamo e vediamo morire. Vorremmo tenerle sempre con noi fino alla fine. Non lo voglio certo negare. Così come è più che normale il desiderio di vivere – bene – più anni possibile. Oggi, pensare che, fino a pochi secoli fa, si superavano a malapena i quaranta anni di vita sembra mostruoso. Eppure, se ci ragioniamo sopra, ciò che conta è sempre la qualità, più che la quantità. Non credo che siamo migliori o più fortunati solo perché possiamo vivere il doppio degli anni di chi ci ha preceduto nei secoli passati. Credo, semmai, che il migliore e il più fortunato sia colui che vive, nel tempo a disposizione, da persona autentica, vera, con il minor numero possibile di sovrastrutture, riuscendo a soddisfare se stesso e ad appassionarsi a ciò che più ama. E vivere da persona autentica significa anche capire che le cose finiscono e che è proprio la consapevolezza di questa fine la prova più ardua per migliorare costantemente, per crescere e per maturare.

Secondo voi, sbaglio? Vorreste vivere per sempre e non morire mai? Fatemi sapere. Ah, piccola chiusura narcisistica: qui ho discusso proprio di questo tema nella trasmissione Lo stato dell’arte di Rai 5.

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