Uniti nelle diversità. I riti funebri degli altri, di Marina Sozzi
Nel giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, vorrei fare una considerazione che, alla luce di ciò che abbiamo vissuto in primavera con il Covid (e che in parte viviamo ancora oggi), dovrebbe essere chiara a tutti: non poter fare un funerale, religioso o laico, procura una sofferenza particolare, un terribile senso di vuoto e di non compiuto, che è un pessimo auspicio anche per la successiva elaborazione del lutto. L’addio ai propri defunti con il sostegno e la partecipazione della comunità conta dunque, e qualora se ne sia privati, non solo manca, ma destabilizza, angoscia.
Per questo dobbiamo far tesoro della nostra triste esperienza e riconoscere, oggi più che in passato, il diritto per tutte le comunità residenti sul nostro territorio, ma diverse per usanze o religione, di svolgere i riti della propria tradizione. A questo scopo il Tavolo Interreligioso di Roma, Socrem Novara ed Exitus hanno organizzato, con l’aiuto di Avventura Urbana, un Town Meeting (che è un evento partecipativo che garantisce la possibilità di coinvolgere direttamente i cittadini in merito alle politiche da realizzare in un territorio) dal titolo Uniti nelle diversità. Il diritto a un rito funebre secondo la propria tradizione. L’intento era dar voce a questa esigenza, condividendola con tutti quegli esponenti delle fedi, delle istituzioni e della società civile che hanno accolto l’invito.
Il Town Meeting, che si è svolto online per via del Covid, ha permesso in primo luogo di mettere in luce le principali criticità della situazione odierna, tra cui: 1) la mancanza di spazi per i riti funebri. Spesso in ospedale mancano spazi adeguati per il lavaggio rituale delle salme, praticato da ebrei e islamici, o le camere mortuarie sono pensate solo per la dimensione cattolica dell’addio. E nelle aree urbane mancano sale del Commiato capaci di accogliere riti differenti. 2) la frequente assenza di spazi dedicati alle diverse pratiche religiose nei cimiteri, 3) la scarsa conoscenza dei riti altrui (non cattolici) da parte degli operatori sanitari e funerari, che provoca disagio sia durante l’accompagnamento dei propri cari, sia dopo la loro morte, 4) la mancanza, in molte realtà in cui ci si occupa di fine vita, e negli ospedali, di assistenti religiosi o spirituali (anche laici).
Che fare dunque per migliorare questa situazione? Nel Town Meeting si è discusso su quali soluzioni concrete potrebbero essere adottate per rispondere alle esigenze di tutti. Si è parlato della necessità di adottare linee guida nazionali capaci di orientare i territori, le comunità locali e gli attori che si occupano di cura e di fine vita. Ed è forse una soluzione più saggia di quella che prevede accordi tra lo Stato italiano e le comunità, perché talvolta tali accordi si sono mostrati, a livello nazionale, complessi, ad esempio perché esiste più di un soggetto che intende rappresentare una certa religione, e magari le varie realtà non hanno posizioni sovrapponibili.
Si è parlato inoltre di fare formazione e informazione sulle pratiche religiose “degli altri”. È importante conoscere e diffondere le esigenze delle diverse confessioni e le loro ritualità: ad esempio nel buddismo il funerale è l’unico reale sacramento della religione, e per questo di fondamentale rilevanza.
Per molte confessioni “come muori” e “come viene trattata la tua salma” sono quasi più importanti della vita stessa, dunque è necessario un processo lungo di sensibilizzazione che richiede la collaborazione di tutti. Le minoranze dovrebbero farsi conoscere e manifestare la propria identità senza avere paura di essere giudicati (“bisogna trasmettere i propri principi e la propria cultura”). La maggioranza dovrebbe dimostrare maggiore apertura e capacità di accoglienza e comprensione degli Altri Addii, per ricordare il titolo di un volumetto del 2010 curato da Alessandro Gusman per Fondazione Fabretti, ancora oggi molto utile. La mancanza di conoscenza, infatti, alimenta la diffidenza, il timore, e di conseguenza il razzismo.
Ricordiamo che la nostra Costituzione garantisce, all’articolo 19, il diritto a professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, ma – anche per la difficoltà che la nostra cultura ha nei confronti del tema della morte – la libertà di espletare le pratiche funerarie della propria tradizione religiosa è spesso ancora un diritto che esiste solo sulla carta.
Occorre dunque essere concreti, lavorare per diffondere maggiori conoscenze sui riti funebri, e per creare un’atmosfera culturale maggiormente inclusiva, aperta e disponibile ad accogliere la differenza.
Siete d’accordo? Cosa pensate in proposito? Avete mai assistito a riti di tradizioni religiose diverse dalla vostra?

