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Tag Archivio per: tanatologia

Parlare di morte e di lutto nei licei, di Davide Sisto

12 Marzo 2026/10 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Da quando ho pubblicato La morte si fa social, nel 2018, sono stato invitato spesso a parlare della Digital Death nelle aule dei licei pubblici italiani. Mi sono recato in numerose regioni, da Nord a Sud, e ho incontrato gli studenti e le studentesse soprattutto dei licei classico, scientifico e linguistico, ma anche a volte degli istituti tecnici. Solitamente, gli organizzatori hanno preferito che le mie lezioni fossero rivolte alle classi degli ultimi due anni, quindi a liceali con un’età che va dai 17 ai 19 anni. Ho accumulato un numero significativo di esperienze che mi permette di fare qualche considerazione generale, seppur ovviamente priva di dati statistici oggettivi e cristallini.

C’è stata un’unica occasione, in Toscana, in cui il giorno prima del mio intervento la dirigente scolastica ha annullato l’incontro, ritenendo inopportuno parlare nelle scuole secondarie del tema della morte, ancor più se messo in relazione a quello delle tecnologie digitali. Per lei il mio intervento avrebbe rappresentato la somma di due tabù. Per fortuna, è stato un caso isolato che non ha avuto seguito. In generale, non ho riscontrato particolari differenze regionali: la loquacità o, all’inverso, il silenzio dei discenti è stato distribuito in egual misura tra le varie zone italiane in cui mi sono recato. Credo che entrambi dipendano da una serie di fattori esterni: la presenza o l’assenza dei loro insegnanti durante le mie lezioni, il modo in cui sono stati preparati preventivamente al loro incontro con me, l’orario della lezione (se messa all’ultima ora, è abbastanza scontato che la stanchezza giochi un ruolo importante nella mancata interazione).

Detto questo, ho notato una differenza sostanziale tra le scuole o, addirittura, le classi in cui è stato vissuto il lutto per la morte di un adolescente e quelle in cui è mancata una simile esperienza. Nelle prime gli adolescenti sono stati particolarmente attenti e propensi al dialogo, manifestando il più delle volte una lucidità argomentativa che, spesso, non trovo negli adulti. Al senso di spaesamento provato nei giorni successivi alla perdita si è accompagnato il desiderio di parlare collettivamente di quello che è successo e, soprattutto, del ruolo della morte nella vita. La maggior parte dei liceali che è intervenuta nelle mie lezioni si è lamentata del fatto che pochi insegnanti hanno voluto affrontare in maniera esplicita l’argomento, lasciando che il non detto creasse un surplus di imbarazzo e di sofferenza. Nelle seconde, invece, l’interazione – meno concitata – è dipesa soprattutto dai lutti privati patiti: un nonno o una nonna, un animale domestico, in rari casi un genitore. In tal caso, i liceali mi hanno raccontato di non aver apprezzato le metafore o le acrobazie linguistiche dei propri parenti, usate per non parlare esplicitamente del dolore provato.

Una studentessa, in particolare, mi ha colpito perché, avendo perso la nonna quando aveva 7-8 anni, le è stato detto che “era volata in cielo”. Mi ha confessato che sapeva benissimo cosa significasse la morte e il fatto di non parlarne ha prolungato il suo trauma nel corso degli anni. Addirittura, a distanza di dieci anni non ha ancora metabolizzato bene questa perdita e quando prova a parlarne con i genitori nota che cambiano subito discorso.

Ci sono stati anche dei casi in cui alcuni adolescenti hanno affermato di ritenere inopportuna l’educazione alla morte: anzi, secondo loro, bisogna lasciare alla sensibilità del singolo la libertà di gestire il pensiero della morte come meglio crede. Uno di loro mi ha detto che per vivere bene occorre non pensarci in alcun modo. In realtà, credo che questo tipo di intervento sia stato dettato da quella tipica vena provocatoria dell’adolescenza. La ricordo molto bene: la provocazione che nasce più dalla volontà di contraddire l’insegnante che da una convinta adesione a quanto affermato. Non a caso, a lezione finita – in un dialogo privato – questi adolescenti hanno decisamente edulcorato la posizione che hanno espresso in pubblico.

In generale, devo dire che sono prevalentemente convinti che faccia bene parlare esplicitamente di morte, a prescindere dal creare o no percorsi educativi ad hoc.

Infine, il rapporto morte e social. Qui esce un quadro decisamente complesso. C’è chi considera inopportuna la presenza del lutto online, dato che rientra nella spettacolarizzazione generata dal mezzo tecnologico. Altri la considerano dolorosa: una ragazza, che ha perso la sorella, ha raccontato che ha disinstallato per diversi mesi TikTok. L’algoritmo le proponeva temi incentrati sul lutto e questo ha accresciuto il dolore e la sofferenza che stava provando. Altri ancora, invece, ritengono prezioso il confronto con persone della stessa età su un tema così delicato, soprattutto nel momento in cui lo si sta provando.

Mi ha fatto sorridere il fatto che, in pubblico, la maggior parte dei liceali intervenuti nel dialogo ha negato di usare spesso i social media. Credo che ciò dipenda dalla demonizzazione collettiva dei social, per cui si preferisce far finta di non esserne troppo coinvolti. Anche se certamente in alcuni casi i ragazzi sono meno dipendenti dai social di quanto credano gli adulti.

Di certo, il rapporto morte e social, soprattutto in relazione al lutto, ha sollevato numerose riflessioni e interrogativi, in un clima piuttosto infervorato, a dimostrazione dell’urgenza di affrontare una questione che fa parte, nel bene e nel male, della vita di tutti i giorni.
Ritengo, comunque, che sia fondamentale andare a parlare nelle scuole; quindi, sollevare temi e dibattiti con adolescenti che vivono spesso una situazione contraddittoria: la loro è l’età in cui il pensiero della morte è ricorrente e messo in relazione a una fase particolarmente complicata di crescita. Hanno pertanto bisogno di riflessione e di dialogo, che però non trovano in un mondo adulto ancora troppo imbarazzato esplicitamente del fine vita.

Voi ritenete che sia utile che chi ha una formazione tanatologica vada a parlare nei licei? Ritenete, in particolare, utile parlare in maniera esplicita di morte con gli adolescenti? Fatecelo sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/03/Studenti.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-03-12 10:48:492026-03-12 10:48:49Parlare di morte e di lutto nei licei, di Davide Sisto

Il Network italiano sulla Morte e l’Oblio: un’intervista a Giorgio Scalici, di Cristina Vargas

30 Maggio 2025/1 Commento/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Recentemente ho avuto l’occasione di partecipare al secondo Congresso nazionale di NIMO (Network Italiano sulla Morte e l’Oblio), un’associazione che ha l’obiettivo di creare una rete fra tutti coloro che si occupano di tematiche legate alla morte. Intorno a questa nuova realtà si sta raccogliendo un’interessante rete di ricercatori, professionisti e operatori del settore, ma anche di cittadini che sono interessati al tema per ragioni personali.
Nella bella cornice palermitana, ho avuto l’occasione di dialogare con un gruppo giovane, molto coinvolto e particolarmente attento a quella che potremmo definire una “tanatologia applicata”, che si interroga costantemente sulle ricadute sociali e sull’impatto concreto di ogni progetto.
Per conoscere meglio questa realtà ne abbiamo parlato con Giorgio Scalici, Presidente e fondatore del Network.

Come nasce la vostra iniziativa?

La storia del NIMO si intreccia con la mia storia personale. Qualche anno fa sono tornato in Italia dopo il dottorato con il Professor Douglas Davies a Durham. Il mio campo è quello dell’Antropologia delle religioni, con un’attenzione particolare ai riti funebri religiosi e laici. Ho condotto ricerche sul campo in molti contesti, in particolare in Indonesia, e ho trovato un contesto fertile in Inghilterra, dove esistono, per esempio, diversi corsi di laurea in ambito tanatologico e molte università hanno dei veri e propri centri di ricerca su queste tematiche.
Nei primi tempi le mie aspettative erano alte, ma ho presto realizzato che qui in Italia la situazione è molto diversa.
Nel Regno Unito i Death Studies sono una materia che viene insegnata all’interno di numerosi corsi di Laurea e alcune università offrono Lauree Magistrali o Master specifici sul fine vita. In Italia, invece, questa disciplina non è riconosciuta come settore disciplinare a livello universitario: ci sono antropologi, sociologi, storici, filosofi, pedagogisti, psicologi che si occupano del fine vita, ma nel mondo accademico ci sono ben pochi, forse pochissimi, professori o ricercatori strutturati che vengono considerati studiosi della morte. Questo avviene perché di fatto manca un riconoscimento formale della tanatologia o dei Death Studies come campo autonomo che abbia piena dignità scientifica. Per me questa lacuna non è solo una questione burocratica, ma è una carenza che rende difficile l’attuazione di una vera interdisciplinarità. Lo studio della morte è un sapere per definizione trasversale, che non può esaurirsi nel linguaggio di una singola disciplina. In altri paesi il campo dei Death Studies raccoglie specialisti di molte aree ed è quindi un crocevia di pensieri e di proposte molto arricchente. In Italia forse manca una certa “coscienza di classe” tra chi si occupa di questi temi. Ci si sente prima di tutto architetti, psicologi, antropologi e così via e poi solo dopo studiosi di morte, io vorrei invece invertire la tendenza.
Dopo il mio rientro, i primi tempi sono stati difficili in tutti i sensi, e il Covid non ha aiutato. Poi però ha preso il sopravvento il mio lato più propositivo. Ho cominciato a incontrare persone che condividevano il mio interesse per questi temi, solo che erano un po’ “sparpagliate”. C’erano anche delle realtà consolidate – Centri di ricerca, Fondazioni, Associazioni, Gruppi Universitari – ma lavoravano in modo sostanzialmente indipendente e dialogavano poco le une con le altre. Sentivo la necessità di uno spazio che fosse di tutti; di una rete. Mi sono detto: “se non c’è, allora bisogna crearla”. E così, nel novembre del 2023, è nata l’idea del NIMO, una proposta che è stata recepita molto bene e che poi ho avuto la possibilità di portare avanti grazie ad alcune collaboratrici e collaboratori che hanno creduto in questo progetto. Nel 2024 abbiamo organizzato il nostro primo convegno ed è da poco, nell’aprile del 2025, che ci siamo costituiti formalmente come associazione. Questo ci consentirà di presentare dei progetti e partecipare a bandi, inoltre è un passaggio importante perché ci ha portato a interrogarci su quello che vogliamo fare, a redigere uno Statuto e un Codice Etico.

Che ruolo ha NIMO?

NIMO è uno spazio reale e virtuale per incontrare persone con interessi simili, che magari nemmeno sospettavi che esistessero; è una via per tenerci reciprocamente aggiornati sulle ricerche che sono in corso, sui progetti che stanno sviluppando o sui lavori che stiamo portando avanti. È anche uno strumento per restare agganciati alle reti internazionali, cosa che per me è centrale.
Aggiungo poi che vorrei che NIMO potesse contribuire a creare la “coscienza di classe” di cui si parlava prima, nel senso che mi piacerebbe che, fra le persone che in Italia si occupano di Death Studies, si sviluppasse una riflessione più sistematica sul valore e sulla dignità del nostro ambito di lavoro, che dovrebbe essere maggiormente riconosciuto a livello istituzionale.

Puoi raccontarci qualcosa sui vostri obiettivi e sulle vostre attività?

Partirei dal secondo Congresso, che per scelta abbiamo deciso di riproporre a Palermo, la città in cui vivo e lavoro.
In Italia, quasi tutto ciò che avviene in ambito tanatologico, avviene al Nord. L’unico Master che ad oggi esiste in Italia è quello diretto da Ines Testoni all’Università di Padova e le realtà più attive sui temi del morire, la morte e il lutto sono in città come Torino, Bologna, Parma, Milano e, appunto, Padova. Per noi è importante che anche nel Sud e Isole si sviluppino nuovi poli di aggregazione e si portino avanti delle iniziative di qualità. Per quanto riguarda le attività direi che stiamo facendo molte cose: curiamo molto le attività online, per consentire anche a chi è lontano di partecipare, ma proponiamo anche attività in presenza come presentazioni e Death café. Con cadenza mensile organizziamo dei Death Bar (che sono la nostra versione online dei Death café) e abbiamo in mente diversi percorsi di formazione.

Chi sono i vostri associati?

Sono persone di ogni tipo. Ci sono dei docenti, dei ricercatori e degli studenti che vogliono approfondire questo tema. Ci sono anche molti addetti ai lavori: persone che lavorano nel comparto funerario, operatori sanitari, celebranti laici e altre persone che in vari modi hanno a che fare con la perdita e il lutto. Ci sono degli artisti: c’è chi si occupa di teatro e di danza, di pittura o di marionette. Ci sono anche molte persone che fanno tutt’altro – insegnanti, social media manager, impiegati – che sono qui perché hanno curiosità e interesse per queste tematiche.
Per me questa diversità è una grande ricchezza, credo che sia importante mantenere uno sguardo aperto e ampio: la morte è un tema che riguarda tutti, non solo gli specialisti. A tutti noi capita di vivere dei lutti, di avere vicino persone che soffrono o di ricevere richieste di aiuto.
Secondo me è necessario parlare delle nostre ricerche, ma è anche importante coltivare un “saper fare”. La teoria, da sola, non ci dà gli strumenti per gestire situazioni complesse a livello relazionale.
Immaginiamo, per esempio, uno studente che arriva e ci racconta che si è suicidata sua sorella. Cosa diciamo? Cosa facciamo? Come rispondiamo? Forse la prima risposta che ci viene in mente è “lo invio a uno psicologo”, ma non è necessario essere dei professionisti della salute mentale per avere un contatto umano autentico e consapevole con qualcuno che in quel momento ne ha bisogno.
Rispetto a situazioni di questo tipo credo che per molti di noi sarebbe utile avere degli strumenti in più.
Per me, quindi, è essenziale che ci siano spazi di formazione, di confronto, di dialogo, di reciproco approfondimento: NIMO vuole essere proprio questo.

Vi sembra che questa iniziativa possa essere interessante? Se ne sentiva il bisogno? Ci farà piacere la vostra opinione, come sempre.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/05/congresso.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-05-30 09:39:452025-06-04 09:32:41Il Network italiano sulla Morte e l’Oblio: un’intervista a Giorgio Scalici, di Cristina Vargas

La tanatologia nei percorsi universitari, di Davide Sisto

23 Luglio 2024/6 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Negli ultimi due anni ho tenuto un insegnamento di Filosofia ed Etica della Cura, della durata complessiva di 54 ore, per il corso di laurea triennale di Scienze dell’Educazione all’Università di Torino. Per la maggior parte delle ore dell’insegnamento ho affrontato i temi principali della tanatologia, della Death Education, della Digital Death. Ho, in altre parole, parlato di morte e lutto per svariate decine di ore con studentesse e studenti ventenni che si stanno formando nel campo della formazione e dell’educazione.

Non è così consueto affrontare questo tipo di tema in Università, al di là delle questioni prettamente bioetiche e giuridiche che concernono le scelte di fine vita e le definizioni di morte in una società tecnologicamente evoluta. Abbiamo, in generale, parlato di rimozione della morte, di riti funebri, delle cure palliative, delle conseguenze sociali, culturali e filosofiche della perdita di un proprio caro nel mondo contemporaneo, dei diversi modi di dare un senso alla propria mortalità dall’antichità al XXI secolo e, ovviamente, dell’impatto delle tecnologie digitali nel rapporto odierno tra la vita e la morte.

È stato molto interessante osservare la reazione dei discenti, la quale ha seguito in entrambi gli anni un vero e proprio percorso di crescita. Inizialmente, per loro stessa ammissione, il tema ha avuto un impatto piuttosto forte e inibente, perché non siamo abituati a parlarne liberamente. È inusuale affrontare senza fronzoli e pudore questo tema, spesso ritenuto addirittura inopportuno. Dunque, la loro iniziale tendenza è stata quella di ascoltare passivamente senza farsi troppo coinvolgere. Man mano che le ore sono passate, l’iniziale shock si è trasformato nel bisogno generale di intervenire in maniera attiva, dunque di partire dalle proprie esperienze biografiche (la morte di un parente stretto o di una persona comunque vicina, il personale modo di concepire la propria mortalità, ecc.) per riflettere insieme sulle necessità generali del prendersi cura e, soprattutto, sulle mancanze relative alla cura totale della persona, facendo emergere le differenti prospettive religiose e laiche sulle questioni dibattute. Ci siamo, in altre parole, resi conto insieme e in senso pratico di come siamo poco abituati a considerare gli effetti problematici della differenza tra la cura intesa da un punto di vista prettamente medico (“to cure”), la quale trasforma il singolo in un “paziente” nel senso letterale del termine, e la cura intesa come attenzione per la persona nella sua totalità (“to care”).

La cosa che mi ha più colpito è che, alla fine dei due corsi, numerose studentesse e studenti – diciamo, qualche decina – mi hanno proposto una tesi di laurea sul tema della morte declinato in funzione specificamente educativa o formativa: per esempio, come affrontare il lutto e la malattia dei bambini e degli adolescenti (uno dei temi più scelti), come praticare forme di Death Competence negli ospedali e in tutti i percorsi scolastici, come inserire la riflessione sulla nostra mortalità in ogni settore della società dove si fa educazione, come tener conto delle diverse esigenze rituali in materia di fine vita all’interno di un mondo multiculturale, come le tecnologie cambiano il desiderio o l’illusione dell’immortalità, ecc.

Questa ampia richiesta di approfondire i temi tanatologici spesso in riferimento all’educazione infantile, dopo un’iniziale e comprensibile ritrosia, mi ha fatto riflettere su quanto lavoro occorra ancora svolgere per far sì che la morte e il lutto diventino temi centrali – per esempio – nel campo universitario. Non è logico, a mio avviso, che la rimozione novecentesca della morte continui ad avere un impatto così significativo là dove, invece, è necessaria una preparazione che potrebbe, nel pratico, consentire un miglioramento generale delle pratiche di cura. L’esperienza maturata nel campo della tanatologia da tutte le persone che se ne occupano da svariati anni dovrebbe, finalmente, essere convertita in percorsi educativi ben strutturati, necessari per superare una volta per tutte il tabù.

Sono curioso ovviamente di vedere come le persone che hanno approfondito, nelle loro tesi, il tema tanatologico riusciranno ad applicarlo nel campo lavorativo e capire se, nel corso degli anni, ci saranno rilevanti metamorfosi culturali e sociali.
Voi cosa ne pensate? Ritenete opportuno che si insegnino temi tanatologici in Università, nei campi della formazione e dell’educazione? Attendiamo i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/07/universita-esame-copia.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-07-23 10:24:172024-07-23 10:24:17La tanatologia nei percorsi universitari, di Davide Sisto

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