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Tag Archivio per: scrittura autobiografica

La scrittura autobiografica e il lutto, di Marina Sozzi

19 Dicembre 2025/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Da quando, nel 2016, ho seguito un master che mi ha insegnato varie tecniche per modulare e gestire le emozioni, e per condurre gruppi, ho fatto numerose esperienze di laboratori di scrittura autobiografica. È stato, fin da subito, lo strumento che ho sentito più mio, e che mi è parso potentissimo, per gli effetti che ha avuto su di me e che osservo negli altri.
Negli anni, mi è capitato spesso di avere nei gruppi persone che stavano cercando di superare un lutto e di ritrovare il senso della propria vita. E ho potuto constatare che la scrittura autobiografica, senza naturalmente avere la pretesa di essere uno strumento terapeutico risolutivo, ha tuttavia la capacità di aiutare. Provo in poche parole a spiegare perché, a mio modo di vedere.

Sappiamo ormai che ogni lutto è una storia personale e unica, nonostante si possano rinvenire aspetti ricorrenti. I tempi e i modi di superamento sono molteplici, tanti quante sono le persone in lutto e le loro storie di vita. Come suggeriscono studi recenti (Margaret Stroebe e Henk Schut), da un lato i dolenti si concentrano sulla sofferenza legata alla perdita, provano emozioni di tristezza e nostalgia, e coltivano il ricordo defunto, cercano di creargli uno spazio nella vita che continua. In una parola, non possono fare a meno di avere lo sguardo rivolto all’indietro. Al contempo, dall’altro lato, sono impegnati in attività orientate alla ricostruzione, che riguardano la necessità di adattarsi alla vita senza la persona perduta. Queste ultime includono la ripresa della routine quotidiana e la ricerca di nuove esperienze, relazioni o modi per ristrutturare la propria vita. Talvolta anche queste attività producono stress, quando per esempio una persona deve assumere ruoli che erano del morto e che trova difficili da portare avanti. Il lutto consiste in un’oscillazione tra questi due orientamenti, permettendo agli individui di affrontare il loro dolore mentre si adattano al cambiamento indotto dalla perdita. Non si tratta però di un’oscillazione tra il buio e la luce, o tra dolore e speranza di guarigione. Questo modello evidenzia la complessità dell’esperienza del lutto, sottolineando che non c’è una sola giusta o normale maniera di viverlo e che le emozioni possono variare notevolmente nel corso del tempo. Questo processo, diverso per ognuno, richiede di dare un posto alla relazione con il morto, di rileggere la propria storia e ciò che è stato vissuto con chi non c’è più, e al contempo comprendere come è possibile continuare con la propria biografia, proiettarsi nel futuro.

In che modo la scrittura autobiografica (specialmente se sperimentata in gruppo) può sostenere questo processo? Nella mia esperienza, le persone in lutto, qualsiasi sia la consegna che viene data loro (quando si lavora in gruppo il conduttore dà un titolo, una consegna per evitare il blocco della pagina bianca), tornano con il pensiero a episodi vissuti con il defunto, li rielaborano, talvolta danno un nuovo significato a fatti che avevano sempre interpretato in modo univoco. Ricreano, costruiscono ponti tra gli eventi, rendono mobile, cangiante l’esperienza vissuta, la rileggono. Talvolta allentano il senso di colpa, riconoscendo di aver fatto il possibile in una determinata situazione, di non avere avuto altra scelta. Si mettono in un’ottica di cambiamento: reinterpretare è già cambiare, assumere un punto di vista nuovo, sentirsi diversi. E siccome la perdita è un’esperienza di cambiamento piuttosto violenta, perché non scelta, assecondare il flusso invece di resistergli può senz’altro facilitare il recupero. Non solo. Spesso le persone hanno ricordi angosciosi di momenti particolarmente dolorosi della malattia del proprio caro scomparso, o di frasi dette o che si sarebbero volute dire e non sono state pronunciate. Mettere su carta il dolore, la mancanza, ma anche il rimpianto o talvolta il rimorso, renderli oggettivi e condividerli con gli altri, è un po’ come posarli per terra, toglierseli dalla schiena, alleggerirsi. Constatare che il dolore è cifra distintiva dell’umano, che nessuno ne va immune, sostiene perché avvicina, crea una piccola comunità di affinità elettive. In un contesto in cui ciascuno parla delle sue sofferenze, la propria si stempera, allenta un po’ la presa.

Naturalmente per i lutti più difficili serve un sostegno psicologico, individuale o di gruppo. Tuttavia, questo è uno strumento che offre un contributo prezioso al ritrovamento del benessere.

Voi che ne pensate? Avete fatto esperienze di scrittura autobiografica? Vi succede di scrivere quando vi sentite appesantiti da un vissuto, o quando siete insonni? Vi saremo grati se condividerete le vostre esperienze.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/12/immagine-evidenza.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-12-19 14:15:122025-12-19 14:15:12La scrittura autobiografica e il lutto, di Marina Sozzi

Narrare la fine, di Cristina Vargas

5 Ottobre 2022/8 Commenti/in La fine della vita/da sipuodiremorte

Nel 2019 venne diagnosticato un mieloma multiplo a Marilyn Yalom, studiosa di letteratura francese e autrice di numerosi libri sulla storia delle donne. Nonostante fosse sofferente tanto per causa della malattia che la affliggeva quanto per gli effetti collaterali della chemioterapia, Marilyn, conscia di avere solo alcuni mesi di vita, chiese a suo marito (il noto psichiatra e psicoterapeuta esistenziale Irvin Yalom) di scrivere un libro insieme per documentare le difficoltà di quei mesi finali. I due coniugi ottantasettenni cominciarono a scrivere spinti dal bisogno di trovare significato e soccorso nella scrittura, ma anche dalla speranza di essere utili ad altri che, come loro, stavano lottando contro una malattia terminale. Nacque così il volume “Una questione di morte e di vita” (Neri Pozza, 2022) che, alternando i capitoli fra i due autori, raccoglie in modo profondo e intimo le riflessioni, le emozioni, i pensieri e le sofferenze di ciascuno dei due lungo il percorso di cura. Nelle pagine finali, Irvin, ormai vedovo, si rivolge a Marilyn dicendo “Sei stata così saggia a invitarmi a scrivere questo libro con te… no, no, non è corretto: non mi hai invitato; hai insistito perché mettessi da parte il libro che avevo iniziato e, piuttosto, scrivessi queste pagine insieme a te. E ti sarò per sempre grato per la tua insistenza: questo progetto di scrittura mi ha tenuto in vita da quando sei morta, centoventicinque giorni fa.”

Meglio di qualsiasi riflessione teorica, queste parole colgono con vivida chiarezza il ruolo della narrazione nelle fasi finali della vita e nel lutto. Byron Good, antropologo e pioniere nel campo della medicina narrativa, descrive il narrare come “uno sforzo di dare forma al dolore, di dare nome alle sue origini nel tempo e nello spazio”. Raccontare è proprio questo, non tanto (o non solo) un modo per registrare o ripercorrere gli eventi vissuti, ma soprattutto un atto che conferisce significato all’esperienza, costruendo una trama che aiuta a integrare la sofferenza e la perdita nella propria autobiografia.

Nel fine vita e nel percorso di elaborazione del lutto la narrazione è infatti una risorsa importante, che ha lo straordinario potere di restituire, quantomeno parzialmente, un senso a un tempo sovente percepito come vuoto, caotico, incerto e disorientante.

La narrazione, e in particolare la narrazione autobiografica, è uno strumento terapeutico che integra e arricchisce il lavoro degli operatori sanitari. Si pensi, ad esempio, alle numerose esperienze di medicina narrativa nelle cure palliative e nell’assistenza ai pazienti affetti da malattie cronico-degenerative; oppure alla terapia della dignità di Harvey Max Chochinov, un intervento psicologico che aiuta il malato a soffermarsi sulle cose che per lui contano di più sul piano esistenziale e che vorrebbe fossero ricordate dalle sue persone care, per aiutarlo a produrre una testimonianza scritta da lasciare ai suoi parenti e amici.

La narrazione è anche una straordinaria risorsa nelle mani di chiunque abbia il desiderio e la motivazione di dare parola al proprio vissuto. Christine Valentine, ricercatrice dell’Università di Bath, ha mostrato come le bereavement narratives siano un modo per preservare il legame con le persone scomparse e per socializzare il dolore del lutto, affrontandolo senza tuttavia patologizzarlo.

Nella mia esperienza di lavoro nel campo del fine vita ho incontrato molte persone che hanno trovato forza e conforto nella scrittura e in altre forme di narrazione. Per alcuni il bisogno di raccontare la propria esperienza è molto forte. Nelle riunioni dei gruppi di Auto Mutuo Aiuto, una delle donne ricordava come nei primi mesi si sentiva quasi soffocata dall’urgenza di parlare della malattia e della morte di suo figlio. Aveva quindi deciso di cominciare a scrivere un diario e, sulle pagine, aveva riversato le parole che premevano per uscire dalle sue labbra e che non sempre poteva pronunciare. Un uomo, invece, aveva usato la scrittura per riorganizzare la memoria di sua moglie scomparsa. Nei primi mesi, egli era attanagliato da timore di dimenticarla e, simultaneamente, faceva un’enorme fatica a ricordare: guardare le foto di lei era straziante e le uniche immagine che gli veniva spontanee erano quelle degli ultimissimi giorni in ospedale. Con sforzo, un giorno come tanti altri si era messo davanti al computer e aveva intrapreso il compito di scrivere i ricordi della vita trascorsa insieme. Gradualmente, egli era riuscito a ricontattare momenti felici, piccoli aneddoti, persino liti e discussioni finite con un abbraccio. Scrivere, inoltre, lo stimolava a “fare” delle cose: telefonare un vecchio amico per ricostruire insieme un episodio di un passato molto lontano; aprire e riordinare i cassetti con i documenti della moglie, che per mesi erano stati intoccabili tanto era doloroso il solo pensiero di avvicinarsi.

Questi due esempi sono eloquenti del ruolo terapeutico della narrazione. Quando raccontiamo si attiva un processo mentale diverso rispetto a quello del pensiero individuale, che sovente assume la forma di un monologo interiore. Raccontare, per quanto si faccia in solitudine, presuppone un atto comunicativo: c’è sempre un “altro” – un lettore, un ascoltatore, un osservatore/osservatrice – al quale “dire” qualcosa. Questo comporta la necessità di spiegare ogni passaggio per renderlo comprensibile al nostro interlocutore; obbliga a trovare le parole giuste per esprimere sensazioni ed emozioni che sovente sono confuse e soverchianti; spinge a esplorare la propria interiorità, a cercare di comprenderla, per poterla condividere con altri.

Che si tratti di storie orali, di scrittura autobiografica oppure di narrazioni che usano altri linguaggi artistici, il narrare è un movimento all’insegna dell’incontro, dell’apertura e della condivisione; un viaggio dentro il sé che, simultaneamente, avvicina all’altro, sostenendo chi soffre nel lungo processo di riconnettersi con la vita.

Voi avete mai usato la scrittura autobiografica o la narrazione in momenti di sofferenza? quale ruolo ha avuto per voi l’esperienza di raccontarvi?

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