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Tag Archivio per: lutto perinatale

Lutti non riconosciuti, di Marina Sozzi

27 Luglio 2020/14 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Stanno arrivando le vacanze estive, e come sempre si tratta di un momento particolarmente difficile per chi ha perso una persona cara e si trova immerso nel dolore. Quest’anno, chi ha perduto un congiunto a causa del Covid o durante il Covid, ha un peso ulteriore da sopportare, l’angoscia di non aver potuto accompagnare, salutare, celebrare le vite concluse, o purtroppo talvolta spezzate, con riti funebri degni di tale nome. Abbiamo già scritto molto a tal proposito su questo blog.

Ma vogliamo rivolgere il pensiero anche a quei lutti che nella nostra società sono meno riconosciuti o non sono riconosciuti affatto.

Esiste infatti, in ogni cultura, una sorta di gerarchia della gravità dei lutti, stabilita in funzione dell’importanza attribuita a ogni relazione. Siamo naturalmente, nell’ambito delle norme non scritte, e anche non dette, che tuttavia condizionano gli individui. Per fare un esempio, nel Seicento – quando la mortalità infantile era molto elevata e la rilevanza della famiglia di origine molto forte (la famiglia non era ancora nucleare) – la perdita di un bambino entro i dieci anni era considerata un evento avverso ma tollerabile; oggi, in una società in cui si fanno pochi figli e la mortalità infantile si è fortunatamente quasi azzerata, la morte di un bambino è vissuta come l’esperienza più insopportabile che si possa attraversare. Non si tratta solo di affermare che il dolore per la perdita di un figlio non era espresso nel Seicento, mentre può essere manifestato ai giorni nostri. È proprio la percezione del dolore che è diversa, perché, come è spiegato nel bel libro di David Le Breton, Antropologia del dolore, tale percezione non è né universale né atemporale: anzi, è culturalmente determinata.

Ora, la nostra società, fondata sulla famiglia ristretta, considera lutti gravi e gravissimi la perdita dei figli e dei coniugi, dei genitori (specie se avviene quando i figli sono ancora giovani), dei fratelli e delle sorelle, e legittima emozioni di grande dolore per questi lutti.

Invece, ritiene che la morte di una persona al di fuori di questa cerchia di “soggetti importanti” nella nostra vita non dovrebbe dar luogo allo sviluppo di un vero e proprio lutto, inteso come quell’insieme di processi psicologici, consci o inconsci, suscitati dalla perdita di una persona amata (così Bowlby definiva il lutto).

Il lutto per i nonni è il primo ad essere misconosciuto nella nostra cultura. Si cerca di proteggere i bambini dal dolore della perdita, e si mente frequentemente sulla morte dei nonni. Una morte che viene sovente dapprima occultata (non si permette ai bambini di dare un ultimo addio e non li si porta ai funerali) e poi sottovalutata, da genitori che spesso non sono in grado di sostenere il dolore dei bambini. E si tratta di una trascuratezza che può dare esiti problematici, specialmente quando la relazione con i nonni era stretta e quotidiana. I bambini si trovano così ad affrontare da soli la perdita dei nonni, con un malessere che non riescono a interpretare. In questi mesi, con la morte di molti anziani per Covid 19, abbiamo perso molti nonni. È importante non nascondere l’accaduto ai bambini, non dissimulare il proprio dolore: facendolo, si impedisce ai bambini di riconoscere e processare la propria sofferenza.

Anche la perdita di un amico si inscrive nel novero dei lutti poco riconosciuti: per quanto stretta sia stata la relazione amicale, la perdita non gode dello stesso riconoscimento di quella di un membro della famiglia. Ben diversa era la considerazione della perdita di un amico nella cultura greca e romana, ad esempio, dove l’amicizia godeva di uno status di particolare importanza. Si pensi all’Etica Nicomachea di Aristotele, due libri della quale sono dedicati all’amicizia; o al De Amicitia di Cicerone, opera nella quale Lucio tollerava la morte dell’amico Scipione solo in nome della memoria: “mi godo il ricordo della nostra amicizia, così che mi sembra d’aver vissuto felicemente, perché sono vissuto con Scipione, col quale ho condiviso le cure pubbliche e private, col quale ho avuto in comune la casa e la vita militare, e, cosa in cui è tutta l’essenza dell’amicizia, il massimo accordo delle volontà, delle propensioni, delle opinioni.”

Un altro lutto non ancora del tutto culturalmente accolto è quello della cosiddetta “morte perinatale”, la morte del feto o del neonato: è un tema delicato, di cui talvolta abbiamo parlato in questo blog. Accade ancora che i ginecologi, le ostetriche, in generale i curanti che stanno intorno alla donna che ha perso il figlio minimizzino, e dicano: “ma lei è giovane, può farne un altro”. Lentamente, sta emergendo un altro tipo di comportamento, che prevede la sepoltura del bambino morto, e interpreta la perdita perinatale come lutto. Ma è una sensibilità ancora poco diffusa. Erika Zerbini, una mamma che ha deciso di occuparsi di lutto perinatale a partire dalla propria esperienza, afferma in un’intervista : “Molto raramente si hanno le parole per poter spiegare questo tipo di lutto e quasi mai si hanno le parole legate alla morte. Non ci viene mai detto: “tuo figlio è morto”. Ci viene detto: “il battito non c’è più”. Le parole sono importanti per identificare chiaramente quale sia la situazione e per poter mettere in atto quelle dinamiche utili ad accettarla. Le faccio un altro esempio: il parto del nostro bambino morto viene chiamato “espulsione”.

L’esempio più eclatante di lutto non riconosciuto è la morte dell’amante, etero od omosessuale, in quanto i legami clandestini non godono di quel riconoscimento sociale che è essenziale, essendo gli umani animali sociali, per rielaborare la perdita e condividere il dolore.  Una relazione non riconosciuta con il defunto rende difficoltoso il lavoro del lutto, compromettendo quindi il benessere psico-sociale della persona, a breve e lungo termine.

Ma, come abbiamo visto, a essere private del diritto a un lutto pienamente riconosciuto socialmente non sono solo le relazioni irregolari o segrete. La nostra cultura fatica ad accogliere diversi lutti, che si fondano su legami del tutto “alla luce del sole”, come quello dei nonni con i nipoti o dei genitori con il nascituro. La cultura condiziona, certo, ma la consapevolezza culturale è in grado, seppure lentamente, di cambiare le cose.

Quello che è accaduto col Covid è che tutte le persone in lutto hanno dovuto sostenere la mancanza di condivisione che è solitamente caratteristica dei lutti non riconosciuti. Tutti non hanno potuto dire addio, non hanno potuto organizzare riti, hanno dovuto elaborare la perdita nell’isolamento.
Questa esperienza può forse portarci a ripensare i nostri stereotipi culturali riguardanti il lutto, cercando di esserne consapevoli, e immedesimandoci nel dolore di chi ha perso qualcuno che amava, a prescindere dal ruolo che il defunto aveva nella vita di chi resta.

Cosa ne pensate? Avete fatto esperienza di lutti non riconosciuti? O potete raccontare esperienze di altri? Grazie, come sempre, se vorrete condividerle.

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Il lutto perinatale è un vero lutto? di Erika Zerbini

28 Novembre 2016/1 Commento/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

24apr-perdita-figlio-1932-photo-from-webRiceviamo questa importante testimonianza da Erika Zerbini, e ci fa piacere suggerire il suo blog sul luttoperinatale, “ovvero sul lutto”, come scrive Erika.

Il lutto perinatale è un dolore profondo causato dalla morte di un figlio, avvenuta durante i mesi della sua attesa o nel primo periodo dopo la sua nascita. E’ un’esperienza che ho affrontato due volte e che ho avuto bisogno di esplorare a fondo.

“Mi dispiace, il battito non c’è più”. In genere è con queste parole che è dato l’annuncio della morte. Una frase che ho compreso essere ormai di rito in queste circostanze. Non è pronunciata la parola morte. Non è pronunciata la parola figlio, né mamma, né papà, inesistente la parola famiglia.

Sulle prime è un colpo durissimo, come se si venisse fisicamente percossi ripetutamente, fino in fondo all’anima. Stordimento, vertigine, disorientamento, sono le iniziali sensazioni che ho avvertito. “E ora?”, la prima domanda che ho posto. Mia figlia era nel mio grembo da 21 settimane, non mi restava che partorirla, così come era. No, non partorirla in effetti, piuttosto espellerla. Ho atteso tre giorni per poter espellere il materiale abortivo, intanto ho portato in giro una pancia piena di morte: sono stata una tomba.

Lo stordimento del principio è diventato il dolore acuto e potente delle ossa rotte dopo le botte. Finché mia figlia è uscita da me in una sala parto vera, mentre mio marito mi teneva la mano e l’ostetrica l’aspettava là, con le braccia pronte, lo sguardo attento e la testa che spuntava fra le mie ginocchia.

Il giorno seguente siamo usciti da soli dal luogo in cui la vita nasce, mentre la nostra era svanita. “Dove la metto?”, me lo chiedevo mentre mi aggiravo fra le stanze della mia casa. “Tutto questo silenzio, queste cose che non servono più a nessuno, questo corpo che non ha saputo far vivere, questo figlio che non c’è più… ma questo figlio c’è mai stato?”

Ho cercato sul web una traccia di quel che ci era accaduto, speravo di trovare una formula scaccia dolore. Ho trovato queste due parole: lutto perinatale. Un vero e proprio mondo a parte, fatto di figli speciali e madri speciali; giorni del ricordo che scorrono sulle home page, nuovi figli, detti arcobaleno, che portano in loro lo scotto del lutto. Non un lutto qualunque, bensì il lutto perinatale. Un lutto particolare che viene da una morte indicibile, irraccontabile, per i più inesistente.

In effetti una morte con alcune peculiarità: è la morte di un figlio che non è nato, o se è nato non è vissuto, o se è vissuto lo ha fatto per talmente poco tempo che la società non lo ha ancora investito dello status di figlio vero. E’ una morte che talvolta avviene dentro: dentro il corpo della mamma. Un corpo che tradisce, una madre che non assolve al suo compito, una donna che perde il suo valore perché non sa fare ciò per cui è nata.

E’ una morte che non ha le parole della morte, forse sembra che usando le parole della morte si procuri perfino più dolore. Così questa morte assume le parole della malattia: va risolta, guarita. Ed è sistemata quando la donna esce dall’ospedale senza il corpo estraneo che poteva mettere in pericolo la sua esistenza. Quando in verità una famiglia esce dall’ospedale mutilata nel suo intimo e nella sua struttura.

Quale fatica è stata concederci di abbandonare noi stessi al dolore che provavamo. Un dolore incompreso, solitario, invisibile. Quale fatica è stata concederci di accedere al percorso della morte e i suoi riti, per i quali abbiamo dovuto fare precisa richiesta, come se stessimo usurpando la scena ai decessi, quelli veri. Quale fatica è stata, per noi, mettere insieme le sensazioni e in atto i gesti, per poi scoprire che tutti quei gesti hanno permesso alle sensazioni di fluire e ci hanno condotto verso la ricostruzione della nostra famiglia mutilata, eppure viva, poi addirittura speranzosa, ancora dotata del coraggio e la spinta vitale necessari per proseguire nella nostra esistenza con piena soddisfazione.

Offrire a questa morte le parole della morte significa legittimare la vita di quel figlio, il dolore della sua famiglia e riconoscerle il diritto di essere in lutto. Il percorso del lutto prevede delle tappe, è preludio di trasformazione, porta con sé il valore del tempo necessario per compiere il suo percorso. Offrire a questa morte le parole della morte, significa legittimarla al lutto, significa che l’aggettivo perinatale non lo ha infine snaturato: si tratta di un lutto vero.

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