Essere vecchi, di Marina Sozzi
Essere, diventare vecchi è oggi, probabilmente, più difficile di quanto non sia mai stato. Sappiamo tutti come mai: abbiamo costruito un mondo, in Occidente ma non solo, che è tutto tranne che un pianeta “per vecchi”. La frammentazione sociale, la svolta tecnologica, i valori del capitalismo avanzato marginalizzano i vecchi, che non producono più, consumano meno e sono meno belli, dinamici e glamour. Non servono neanche più come enciclopedia (con il beneplacito della pubblicità della Mulino Bianco), perché c’è Google.
La vecchiaia è, come tutte le stagioni della vita, un’esperienza complessa, irta di difficoltà ma foriera di molte possibili gratificazioni.
Certo, il corpo non ha più la stessa flessibilità e riflessi della giovinezza, riserva non ancora esperiti fallimenti, rivela molteplici fragilità. All’improvviso ci viene mal di schiena per un movimento banale, ci ammaliamo di malattie gravi, o croniche, che lasciano tracce di sé nella nostra vita. Ci accorgiamo, forse, di avere bisogno più tempo per fare cose in cui anni fa eravamo scattisti, dobbiamo fare i conti con il tempo della vita che si accorcia, dobbiamo elaborare il lutto anticipatorio della nostra morte, abbiamo nostalgia dei nostri anni vigorosi.
Tuttavia, la vecchiaia è anche (se abbiamo un pochino di salute, e una pensione garantita) la stagione della vita in cui ci viene restituito del tempo per noi, per coltivare il meglio di noi; in cui possiamo sperimentare la gioia di veder crescere dei bambini senza l’ansia della nostra passata responsabilità di genitori; in cui esperire il sapore più autentico della vita, aperti al cambiamento, che già comincia con l’uscita dal mondo del lavoro. E’ l’epoca in cui abbiamo accumulato esperienze, e quindi anche il giusto distacco dal mondo per fare le nostre scelte in modo più maturo. La maggior capacità riflessiva, le emozioni attutite, sono una grande risorsa se si accompagnano alla benevolenza, alla generosità, all’indulgenza per le debolezze umane, ferma restando l’indignazione per l’ingiustizia e l’abuso di potere. Ma in una società così anestetizzata da percepire solo le emozioni forti, c’è il rischio che la saggezza della vecchiaia mostri solo il suo aspetto negativo: l’isterilimento della passione e quindi della vita.
Gli anziani sono così, essi stessi, portati dalla svalutazione collettiva a sentirsi inutili e senza valore, assumendo una posizione di rinuncia depressiva che impedisce il godimento dell’appagamento possibile.
Ci chiedono infatti a gran voce di non invecchiare. O meglio, di invecchiare senza invecchiare. Accumulare anni sì, ma senza rughe, senza cedimenti della pelle, senza patologie, senza rallentamenti nell’incedere e nell’articolazione del pensiero. Conosco più di una donna che alla nascita del primo nipote ha avuto, come primo pensiero: “mio Dio, sono vecchia”. Ci siamo spinti collettivamente così oltre nella negazione della vecchiaia, che sento spesso usare l’appellativo di “diversamente giovani” per indicare gli anziani, il massimo del grottesco del politically correct, che la dice lunga: “normale” è essere giovani, essere vecchi è un handicap.
Ma questo diniego feroce della vecchiaia e della mortalità, che si è infiltrato anche nella valutazione delle fasi della nostra esistenza, ci impedisce di chiamare le cose con il loro nome, di restare aderenti alla realtà, e quindi di poterla processare e comprendere, di farla nostra.
Che fare allora?
Dobbiamo resistere, ribellarci, esigere rispetto! Impegnarci a maturare, invecchiando (non solo ageing, ma growing old, per dirla in inglese), cercando ogni giorno di diventare migliori e più consapevoli, cioè più umani. Possiamo provare, invece di lasciarci risucchiare dal senso di inadeguatezza e nostalgia per il tempo trascorso, magari non proprio come avremmo voluto, a utilizzare con intensità quello che resta per capire quale è stato il nostro posto nel mondo; a vivere con accettazione e consapevolezza ogni giorno, ogni ora; a prenderci cura di noi; a coltivare la relazione autentica con gli altri. Come scrive Enrico Cazzaniga in un libro appena uscito sul tema del lutto: “Lasciare che sia quello che sia non significa abbandonarsi passivamente al trascorrere del tempo e degli eventi, ma evitare che l’impotenza ci logori”.
Dobbiamo trasmettere ai giovani – ai quali lasceremo questo mondo non proprio in ottime condizioni – il messaggio che si può accogliere la fase conclusiva della propria storia di vita con saggezza, e passare la staffetta con serenità: consci dell’importanza di questo lascito, e quindi del nostro ruolo e valore.
E’ la più grande rivoluzione che oggi si possa fare. E la può fare ciascuno di noi, ogni giorno.






