I pessimi discorsi social sull’immortalità digitale, di Davide Sisto
Negli ultimi due-tre anni influencer e accumulatori seriali di like e followers sui social network hanno scoperto la cosiddetta “immortalità o resurrezione digitale”. In particolare, hanno intercettato il fenomeno dei “thanabots”, vale a dire la rielaborazione artificiale, tramite AI, dei dati delle persone defunte di modo che esse continuino a “dialogare attivamente” con i propri cari. Capita spesso, pertanto, che amici e conoscenti, sapendo quali sono le mie attività di ricerca, mi segnalino questi video, prodotti da persone di tutte le età, senza specifiche competenze e con profili social molto seguiti. I loro video presentano generalmente non poche criticità: in dieci-quindici minuti, a volte anche in un lasso di tempo assai più breve, si soffermano sull’impatto angosciante del tema e, con furba retorica, cercano di spaventare o scandalizzare i loro followers, di solito ignari del fenomeno. Viene citata la solita Black Mirror, si allude a una attuale diffusione dei thanabots su larga scala a livello globale, si usano terminologie metafisiche e religiose, si sceglie almeno un evento particolarmente doloroso come esempio emblematico (di solito, il documentario sudcoreano I Met You, di cui ho parlato sul blog qui). Quindi, viene espressa un’opinione di facile buon senso, risultato della somma di qualche frase dal taglio più sofistico che interpretativo. L’obiettivo implicito del video è, infatti, generare traffico sui propri profili social o pubblicizzare qualche evento personale attraverso la paura degli utenti.
Occupandomi dei temi della Digital Death dal 2014 la cosa, ovviamente, mi infastidisce non poco. Innanzitutto, anche io – nei miei libri e nei miei articoli – parlo di immortalità digitale, perché a livello internazionale è il concetto usato genericamente come punto di partenza per i successivi approfondimenti, e cito qualche volta Black Mirror, il cui episodio Torna da me ha oggettivamente ispirato svariate iniziative private nel campo della Death Tech. Tuttavia, subito dopo sottolineo più volte e con tutta la chiarezza necessaria che è pericoloso e fuorviante applicare a questo fenomeno la parola “immortalità”. La persona amata è morta. I thanabots non fanno altro che riprodurre artificialmente limitate porzioni della sua personalità e biografia, creando un dialogo fittizio e privo di esperienza vissuta. Pertanto, se ci focalizziamo troppo sui concetti di “immortalità”, “resurrezione” o “eternità” confondiamo le persone più fragili e meno razionalmente attrezzate, rischiando di generare in loro la speranza di poter davvero parlare con il proprio caro defunto. In altre parole, si rischia paradossalmente di creare più danni che benefici nei followers meno avvezzi a queste innovazioni e magari con un lutto doloroso in corso.
Molto più sensato è fare un discorso che si colleghi, in primo luogo, ai tentativi passati di mantenere in maniera aleatoria un contatto con i morti (pensiamo, banalmente, alle sedute spiritiche) e, in secondo luogo, ai progressi tecnologici nel campo della conservazione della memoria (dalla fotografia all’AI). Solo mettendo in comunicazione i thanabots con la storia dell’umanità, in merito alla relazione tra aldiquà e aldilà, possiamo inserirli all’interno di un contesto capace di coglierne rischi e opportunità. Soprattutto, siamo in grado di comprendere quali siano le novità e quali, invece, i semplici aggiornamenti di un percorso infinito, quello che riguarda l’essere umano intento a non accettare la perdita dei propri cari. Ne segue la possibilità, oramai considerata tutt’altro che bizzarra, di usare questi thanabots anche in funzione terapeutica, in virtù della mediazione intelligente di un esperto.
Un altro aspetto fondamentale da considerare è il seguente: davvero i thanabots sono così capillarmente diffusi in tutto il mondo? Gli investimenti economici nel campo della Death Tech sono oggi di miliardi di dollari e l’attenzione per la cosiddetta “immortalità digitale” è piuttosto alta. Tuttavia, se è abbastanza evidente l’incremento progressivo dell’offerta, non abbiamo dati precisi sulla domanda. Sulla domanda pende un gigantesco punto interrogativo. Innanzitutto, le startup che offrono la possibilità di creare “thanabots” non rendono pubblico il numero dei clienti. In secondo luogo, chiunque voglia creare una simulazione de proprio caro defunto, provando a usare queste startup, incappa in una serie di difficoltà: in alcuni casi, il sistema non funziona o si inceppa durante la costruzione del thanabot, in altri le richieste fatte ai clienti – anche nelle versioni gratuite del prodotto – sono veramente complesse e impegnative. Per creare il thanabot di un proprio caro, occorre fornire generalmente dai 60 ai 100 minuti di messaggi vocali, nonché una quantità inverosimile di messaggi scritti, dopo aver condiviso descrizioni dettagliate della biografia e della personalità del defunto. Si tratta di un lavoro immane, non adatto per chi non ha grandi competenze tecnologiche e inoltre assai problematico per la quantità di informazioni personali private che si dovrebbe dare a non si sa bene chi. Vero, ogni startup ha un regolamento sulla privacy molto dettagliato. Ma sono decine di pagine, in inglese, che sicuramente nessuno leggerà.
Infine, è probabile che tanti dolenti usino il metodo fai da te, vale a dire ricorrano a ChatGPT, Claude, ecc. per creare la simulazione del proprio caro defunto. Difficile, pertanto, intercettare queste persone che agiscono “nell’ombra”. Inoltre, sia ChatGPT che Claude sono molto chiari a riguardo: sottolineano, cioè, che non riproducono i morti. Tramite la simulazione ravvivano, semmai, la loro memoria. Questo è un breve stralcio del disclaimer di ChatGPT:
– Non potrei realmente mettere in contatto con la persona scomparsa.
– Le risposte sarebbero generate a partire dalle informazioni che mi hai fornito e da inferenze statistiche, non dai suoi pensieri reali.
– Con il tempo la simulazione tenderebbe inevitabilmente a riempire i vuoti inventando dettagli plausibili ma non verificabili.
Certo, l’illusione e l’autoinganno sono sempre dietro l’angolo, specie per i più fragili e tenuto conto dei toni persuasivi e seduttori delle AI. Ma proprio qui entrano in campo i professionisti, il cui compito è fornire un sostegno significativo e competente in relazione a questa specie di innovazione.
In definitiva, credo che un tema così delicato vada affrontato con meno superficialità e soprattutto considerando tutti gli aspetti che sono chiamati in causa. Quindi, il mio consiglio è evitare di prendere troppo sul serio questo tipo di video e di rivolgersi a chi sa esattamente cosa sia l’”immortalità digitale”.
Avete mai visto questi video sui thanabots? Nel caso, come vi sembrano? E ritenete di avere acquisito qualche conoscenza specifica sul tema? Fateci sapere.



ChatGPT è diventato, volens nolens, una specie di assidua compagnia quotidiana per un numero significativo di persone di tutte le età, che lo consultano a proposito di ogni possibile tema o argomento personale o sociale. Nel blog, a maggio, avevo già affrontato 
Negli ultimi mesi spopolano su Facebook, in Italia, gruppi denominati “Io negli anni Settanta c’ero”, “Io negli anni Ottanta c’ero” e via dicendo. Ciascuno conta svariate centinaia di migliaia di iscritti, quasi tutti appartenenti alle generazioni boomer e X. La peculiarità dei post condivisi nel gruppo è la seguente: un utente pubblica la versione digitalizzata di una fotografia analogica, appartenente a un passato piuttosto remoto, in cui lo vediamo ritratto insieme al coniuge, al figlio, al fratello o, comunque, a una persona che fa parte del nucleo familiare. Nella didascalia l’utente spiega che è immortalato insieme a un caro estinto e, per tale ragione, chiede a chi ne è capace di “animare” la fotografia con l’intelligenza artificiale. Nei commenti vediamo decine di versioni animate di questa fotografia, grazie al lavoro gratuitamente svolto da più persone. Per esempio, una donna condivide la foto di un bambino in primo piano, con lei posta leggermente sullo sfondo a mo’ di fantasma. Nella didascalia racconta che suo figlio è morto nel 1987 a tre anni. Lei è riuscita a sovrapporre un’altra fotografia che la immortala, di modo che sembrino stare vicini, ma ha bisogno che gli altri utenti creino una sorta di animazione artificiale che dia movimento all’immagine. Pertanto, siamo testimoni di un caloroso abbraccio artificiale da parte del piccolo figlio o semplicemente vediamo il suo volto che di colpo mostra un radioso sorriso. È impressionante la quantità di richieste simili, soddisfatte da un numero altrettanto esorbitante di manipolazioni con l’intelligenza artificiale. Ciò succede anche su TikTok, attraverso la manipolazione artificiale dei brevi video, e su Instagram, dove vengono modificati i reels.
In un’epoca sempre più segnata dal progressivo sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale si stanno diffondendo, in tutto il mondo, nuove modalità per affrontare problemi di natura psicologica o addirittura psichiatrica, soprattutto legati all’elaborazione del lutto. In altre parole, sono state create svariate app, alcune scaricabili gratuitamente altre a pagamento, che offrono supporto sia collettivo sia personalizzato al lutto in una maniera molto particolare: in primo luogo, una volta creato il proprio account, permettono all’utente di accedere a gruppi di supporto e a forum collettivi i quali, moderati da professionisti umani e generalmente intenti a usare la lingua inglese, offrono molteplici testimonianze personali relative a una perdita dolorosa. Ciascun utente, in altre parole, può o solo leggere passivamente i racconti altrui o intervenire attivamente con la narrazione delle proprie vicende private. Ci si ritrova, pertanto, immersi all’interno di gruppi di supporto in cui incontrare persone provenienti da tutto il mondo, le quali hanno vissuto esperienze simili alla propria, confrontandosi con loro senza uscire di casa, usando il solo smartphone e la mediazione dello schermo. In queste sezioni dell’app sono inoltre incluse vere e proprie bibliografie dedicate al tema del lutto e della salute mentale. 
In questo periodo sto traducendo in italiano, insieme a Roberta Clamar, il libro “Foreverism” (Polity Press 2023) del filosofo Grafton Tanner. L’autore ritiene che il mondo presente sia ossessionato dalla durata senza fine degli eventi (personali e non) e manifesti un’avversione totale nei confronti di ogni forma di nostalgia, quale conseguenza di una perdita o di un’interruzione sia reale che simbolica. Il neologismo che Tanner ha coniato – appunto, “foreverism” – rappresenta un punto di partenza significativo per mostrare questa tendenza anti-nostalgica generale, un rifiuto delle cose finite su cui la società capitalistica investe oggi ingenti quantità di denaro. Al di là dei contenuti specifici del testo, mi pare evidente che stiamo vivendo un’epoca segnata da una curiosa contraddizione.