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Tag Archivio per: intelligenza artificiale

La psicoterapia su ChatGPT, di Davide Sisto

10 Novembre 2025/0 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

ChatGPT è diventato, volens nolens, una specie di assidua compagnia quotidiana per un numero significativo di persone di tutte le età, che lo consultano a proposito di ogni possibile tema o argomento personale o sociale. Nel blog, a maggio, avevo già affrontato qui la delicata questione delle diffusissime app per il lutto, che integrano la presenza effettiva di un supporto umano a distanza con l’uso dell’intelligenza artificiale per venire incontro alle esigenze di chi ha vissuto il trauma di una perdita. Oggi, invece, voglio brevemente soffermarmi sull’uso esclusivo dell’intelligenza artificiale quale strumento privilegiato per una sorta di psicoterapia fai da te. Dagli Stati Uniti all’Europa, passando per i paesi asiatici, spopola infatti la trasformazione di ChatGPT in una specie di psicologo personale raggiungibile 24h su 24. Alla base di questo tipo di utilizzo, perlopiù intergenerazionale, vi sono almeno due aspetti fondamentali: il primo riguarda l’abitudine acquisita progressivamente dagli utenti di porre domande intime di natura biografica all’intelligenza artificiale, semplicemente curiosi di consultarne la risposta.
Su Reddit possiamo leggere innumerevoli commenti di chi racconta di aver chiesto a ChatGPT come interpreta la relazione con i genitori, con i partner, con gli amici. C’è chi ammette esplicitamente di condividere patologie o disturbi della personalità con l’intelligenza artificiale, affidandosi alle sue risposte, o di toccare temi solitamente imbarazzanti, come quelli di natura sessuale.

Qui entra in gioco il secondo aspetto fondamentale, quello relativo al tipo di risposta ricevuta. ChatGPT, infatti, per come è programmato, tende ad assecondare e, dunque, a rassicurare l’utente, fornendo un output che aderisca armonicamente all’input ricevuto. Come sottolinea un articolo del Post, il tono amichevole e rassicurante di ChatGPT viene incontro alle esigenze immediate di chi sta affrontando un periodo particolarmente critico della propria esistenza. In tal modo, l’intelligenza artificiale indossa le vesti di un amico intento ad appoggiare sempre le necessità esposte. A questo proposito, è significativo il fatto che, quando si è pensato di rendere ChatGPT meno adulatorio, gli utenti hanno in genere manifestato un feedback negativo. Come sottolinea qui Matteo Flora, “un piccolo “tweak” all’algoritmo, una modifica al tono, non è più un’ottimizzazione tecnica, ma un intervento su larga scala sulla psiche di milioni di persone”.

È evidente che questo nuovo fenomeno apra un orizzonte di riflessioni piuttosto variegato, il quale deve escludere – a mio avviso – interpretazioni pregiudizievoli, apocalittiche o superficiali. Un dato è certo: è assai pericoloso pensare di sostituire il terapeuta umano con l’intelligenza artificiale, ovviamente perché il primo dispone di competenze, di conoscenze e di capacità interpretative dell’identità umana che sfuggono all’asettica rielaborazione di dati contenuti nel web. Il significato dei comportamenti, compresi i silenzi, la postura e il movimento del corpo, è del tutto assente in uno strumento che si fonda sulla probabilità della risposta, estrapolandola dai contenuti ripresi e rielaborati in Rete.

Inoltre, è risaputo che ChatGPT tenda spesso a fornire risposte monche o addirittura errate, che possono diventare fuorvianti per chi ne fa uso. Non è la sostituzione la strada da intraprendere: il percorso di psicoterapia implica una complessità ermeneutica che mai potrà essere raggiunta da una macchina. Detto questo, è evidente che l’aumento esponenziale di richieste psicoterapeutiche a un assistente virtuale è il sintomo di svariate problematiche: a volte il professionista a cui ci si rivolge non soddisfa i propri bisogni, a volte l’utente non ha le possibilità economiche per affrontare un percorso di cura a pagamento, a volte ancora ci sono urgenze che spingono l’utente ad aver bisogno di un sostegno immediato, sostegno ovviamente offerto dall’intelligenza artificiale. Dobbiamo, in altre parole, interrogarci sul perché si cerchi un surrogato virtuale dello psicologo o dello psicoterapeuta, di modo da poter evitare le criticità che un uso incontrollato dell’intelligenza artificiale può produrre in una persona che è già di per sé molto fragile e, dunque, suscettibile.

Credo che la strada della censura non sia quella corretta. Bisogna essere consapevoli dell’estensione della domanda per capire come gestire al meglio l’offerta. Negli ultimi giorni, comunque, OpenAI sembra abbia manifestato l’intenzione di monitorare meglio le informazioni mediche o legali date dal chatbot. Certo, non vanno dimenticate le sagge parole della psicoterapeuta Alice Ghisoni, sempre presenti nell’articolo del Post: “Un buon terapeuta sa fare anche domande mirate così da capire a fondo il funzionamento di una persona e conoscere la sua personalità”, riuscendo anche a intercettare la comunicazione non verbale del paziente, cosa che manca totalmente all’intelligenza artificiale.
Voi cosa ne pensate? Avete mai posto domande di natura psicologica a ChatGPT?
Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/11/GpT-psi.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-11-10 10:59:352025-11-10 10:59:35La psicoterapia su ChatGPT, di Davide Sisto

Le fotografie dei morti animate con l’intelligenza artificiale, di Davide Sisto

1 Settembre 2025/8 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Negli ultimi mesi spopolano su Facebook, in Italia, gruppi denominati “Io negli anni Settanta c’ero”, “Io negli anni Ottanta c’ero” e via dicendo. Ciascuno conta svariate centinaia di migliaia di iscritti, quasi tutti appartenenti alle generazioni boomer e X. La peculiarità dei post condivisi nel gruppo è la seguente: un utente pubblica la versione digitalizzata di una fotografia analogica, appartenente a un passato piuttosto remoto, in cui lo vediamo ritratto insieme al coniuge, al figlio, al fratello o, comunque, a una persona che fa parte del nucleo familiare. Nella didascalia l’utente spiega che è immortalato insieme a un caro estinto e, per tale ragione, chiede a chi ne è capace di “animare” la fotografia con l’intelligenza artificiale. Nei commenti vediamo decine di versioni animate di questa fotografia, grazie al lavoro gratuitamente svolto da più persone. Per esempio, una donna condivide la foto di un bambino in primo piano, con lei posta leggermente sullo sfondo a mo’ di fantasma. Nella didascalia racconta che suo figlio è morto nel 1987 a tre anni. Lei è riuscita a sovrapporre un’altra fotografia che la immortala, di modo che sembrino stare vicini, ma ha bisogno che gli altri utenti creino una sorta di animazione artificiale che dia movimento all’immagine. Pertanto, siamo testimoni di un caloroso abbraccio artificiale da parte del piccolo figlio o semplicemente vediamo il suo volto che di colpo mostra un radioso sorriso. È impressionante la quantità di richieste simili, soddisfatte da un numero altrettanto esorbitante di manipolazioni con l’intelligenza artificiale. Ciò succede anche su TikTok, attraverso la manipolazione artificiale dei brevi video, e su Instagram, dove vengono modificati i reels.
Ora, osservando questi contenuti, la prima impressione è che non stia succedendo niente di nuovo rispetto al passato. Vediamo, cioè, modernizzate con le tecnologie odierne le famigerate fotografie spiritiche del XIX secolo. Sto ovviamente pensando a quelle arcaiche manipolazioni delle fotografie di un tempo, le quali permettevano di scorgere – grossolanamente – dietro l’immagine della persona immortalata la presenza spettrale del suo caro estinto. Questa continuità tra le metamorfosi fotografiche del passato e l’odierna intelligenza artificiale conferma un dato di fatto chiaro a tutti: l’enorme difficoltà, propriamente umana, di accettare la perdita di una persona amata, per cui si cerca ogni possibile forma di consolazione o di autosuggestione. In altre parole, l’animazione con l’intelligenza artificiale di una foto pubblicata su Facebook rientra all’interno di una cornice emotiva, profondamente dolorosa, in cui un movimento creato artificialmente – per esempio, un abbraccio – dona un momentaneo sollievo alla lacerante sensazione dell’assenza (lo stesso tipo di sollievo provato dopo aver sognato chi ci manca). Per tale ragione, mi sembra alquanto superficiale il commento di chi considera esperienze simili come prive di rispetto nei confronti del valore della vita e della morte, rappresentando addirittura una sorta di affronto nei confronti del carattere mortale della nostra esistenza.
Mi sembra, invece, più interessante fare un altro paio di considerazioni. La prima riguarda il rapporto tra l’esperienza dolorosa del lutto e la particolare epoca storica che stiamo vivendo. Il mondo presente è segnato, da una parte, da un aumento costante della durata della vita, per cui è sempre più normale poter vivere assieme ai propri cari per un periodo di tempo alquanto lungo, che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Ciò, ovviamente, rende ancora più difficile l’accettazione del lutto, rispetto ad epoche in cui si metteva in conto amaramente la morte prematura dei genitori e dei figli. Dall’altra parte, il processo di registrazione a fondamento delle tecnologie digitali assottiglia radicalmente la differenza e la distanza tra il passato e il presente. Ci stiamo, cioè, abituando ad accettare una sorta di presente eterno, in cui ogni evento del passato – una volta registrato – può essere ripetuto, rivissuto e riosservato all’infinito. Da un certo punto di vista, stiamo progressivamente superando il sentimento della nostalgia, il quale implica sempre un distacco tra oggi e ieri, in una durevolezza temporale che ci soffoca, dando l’impressione che nulla possa mai essere superato. All’interno di un simile contesto il lutto non può che diventare un’esperienza particolarmente inaccettabile, proprio perché ci stiamo disabituando ai distacchi, alle separazioni, dunque alla fine nel senso radicale del termine.
La seconda considerazione, più politica e sociale, riguarda la quantità spropositata di fotografie private condivise in un luogo pubblico, un social media, la quale favorisce un progressivo affinamento delle capacità proprie dell’intelligenza artificiale e il libero uso di contenuti personali a partire dai quali creare, per esempio, esseri umani inesistenti o identità fasulle.
In definitiva, il problema di un’iniziativa simile non è tanto la dipendenza dalle tecnologie odierne e l’impossibilità di elaborare il lutto. Certo, le persone più suggestionabili possono non comprendere il confine tra il vero e il falso, rimanendo succubi delle emozioni che l’animazione artificiale dell’immagine può generare in chi ha bisogno ancora di un contatto con il caro estinto. Ma questo può capitare anche in mille altre situazioni che non hanno a che fare con le tecnologie. Il problema, semmai, riguarda la natura dell’epoca attuale, condizionata dal rendere per sempre presente tramite la registrazione ciò che è terminato, e la condivisione pubblica di immagini, il cui uso da parte di terzi solleva giganteschi punti interrogativi.
Conoscete questo fenomeno? Cosa ne pensate? Aspettiamo i vostri commenti.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/09/morti-animati.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-09-01 12:46:072025-09-01 12:46:07Le fotografie dei morti animate con l’intelligenza artificiale, di Davide Sisto

Le app per il lutto: opportunità o rischio? di Davide Sisto

5 Maggio 2025/3 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

In un’epoca sempre più segnata dal progressivo sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale si stanno diffondendo, in tutto il mondo, nuove modalità per affrontare problemi di natura psicologica o addirittura psichiatrica, soprattutto legati all’elaborazione del lutto. In altre parole, sono state create svariate app, alcune scaricabili gratuitamente altre a pagamento, che offrono supporto sia collettivo sia personalizzato al lutto in una maniera molto particolare: in primo luogo, una volta creato il proprio account, permettono all’utente di accedere a gruppi di supporto e a forum collettivi i quali, moderati da professionisti umani e generalmente intenti a usare la lingua inglese, offrono molteplici testimonianze personali relative a una perdita dolorosa. Ciascun utente, in altre parole, può o solo leggere passivamente i racconti altrui o intervenire attivamente con la narrazione delle proprie vicende private. Ci si ritrova, pertanto, immersi all’interno di gruppi di supporto in cui incontrare persone provenienti da tutto il mondo, le quali hanno vissuto esperienze simili alla propria, confrontandosi con loro senza uscire di casa, usando il solo smartphone e la mediazione dello schermo. In queste sezioni dell’app sono inoltre incluse vere e proprie bibliografie dedicate al tema del lutto e della salute mentale.

In secondo luogo, queste app forniscono – di solito, sottoscrivendo un abbonamento – anche un supporto del tutto personalizzato. Vi sono, cioè, professionisti riconosciuti – psicologi, psichiatri, svariati terapeuti e addirittura notai e giuristi – a disposizione del singolo utente, di modo da fare sedute terapeutiche tramite gli schermi e da ottenere le consulenze necessarie in merito alla gestione delle eredità del caro estinto, compreso il supporto per la compilazione di documenti legali e finanziari.

Oltre ai professionisti umani, vi sono anche – in alcuni casi – veri e propri chatbot basati sull’intelligenza artificiale generativa, i quali offrono la loro assistenza come terapeuti virtuali 24h su 24. Pertanto, il singolo utente può decidere di parlare delle proprie vicende private con un programma di intelligenza artificiale, in grado di adattarsi alle risposte e di creare un legame emotivo con il paziente, riuscendo spesso ad affrontare anche le situazioni più critiche, come – per esempio – la minaccia di un atto suicidario (o, almeno così, viene garantito). La peculiarità di questi chatbot è la loro disponibilità totale e senza pause. Li si può contattare in qualsiasi momento del giorno e della notte, essendo privi delle esigenze tipicamente umane.

Le app per ora più utilizzate sono Untangle, DayNew, Empathy. Recentemente, un team di ricercatori del Dartmouth ha condotto la prima sperimentazione clinica su un chatbot terapeutico basato su IA generativa, chiamato Therabot. “Dopo otto settimane, tutti coloro che avevano usato Therabot hanno registrato una riduzione significativa dei sintomi, superiore alla soglia considerata clinicamente rilevante”, leggiamo in questo articolo.
La diffusione progressiva di questo tipo di supporto tramite app, soprattutto negli Stati Uniti ma anche nel continente europeo, ovviamente non può non sollevare tutta una serie di domande. In primo luogo, c’è da chiedersi a chi, effettivamente, raccontiamo le nostre vicende personali e confidiamo i nostri problemi di salute mentale. Come spesso capita nel mare magnum delle app, non abbiamo idea di come vengano utilizzati i nostri dati e, soprattutto, se vengono protetti e preservati con cura, tenuto conto dell’estrema vulnerabilità in cui si trova il dolente. Siamo davvero preparati a barattare i nostri bisogni di condivisione e di assistenza con la condivisione sregolata di informazioni estremamente delicate? In secondo luogo, là dove vengono offerti supporti sia da professionisti umani sia da programmi di intelligenza artificiali, ci si chiede se dall’altra parte dello schermo, nel caso l’utente voglia interagire soltanto con un essere umano, se è davvero soddisfatta la sua richiesta oppure se siano utilizzati chatbot a sua insaputa. Se l’utente usa la tal app in piena notte, a causa di un’improvvisa crisi, chi gli risponde? O, detto meglio: chi gli garantisce che a rispondere sia davvero una persona in carne e ossa? Inoltre, i chatbot sono programmati generalmente per trattenere il più possibile gli utenti che ne fanno uso: questo non inficia la relazione terapeutica? Non rischia, ad esempio, di creare subdole forme di dipendenza emotiva e psicologica? In terzo luogo, il supporto mediato dagli schermi, che sia offerto da un terapeuta umana o da uno artificiale, ha la stessa rilevanza di quello fatto in presenza?

L’innovazione tecnologica si evolve più rapidamente del modo di vivere degli esseri umani, dunque c’è da chiedersi se gli strumenti finora utilizzati dai terapeuti nelle sedute in presenza possano essere così facilmente sostituibili da quelli usati a distanza, tramite lo smartphone. Difficile dare oggi una risposta oggettiva. A mio modo di vedere, trovo positivi i forum e i gruppi di supporto presenti in alcune di queste app che, come negli altri gruppi presenti sui social media, possono offrire calore e vicinanza a chi fa fatica a rapportarsi con le persone che lo circondano. Più delicata la questione relativa alla vera e propria terapia tramite app. Di certo, è indice di una realtà in continua trasformazione, la quale intercetta i cambiamenti sociali e culturali degli esseri umani. Occorre, pertanto, non censurare ma tenere gli occhi aperti, facendo in modo che queste innovazioni possano rappresentare un surplus di aiuto, non una sostituzione.
E voi cosa ne pensate? Avete mai provato un app per il lutto? Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2025/05/evidenza.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2025-05-05 10:39:252025-05-05 10:39:25Le app per il lutto: opportunità o rischio? di Davide Sisto

Il rifiuto della nostalgia e la ricerca del “per sempre” di Davide Sisto

20 Giugno 2024/4 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

In questo periodo sto traducendo in italiano, insieme a Roberta Clamar, il libro “Foreverism” (Polity Press 2023) del filosofo Grafton Tanner. L’autore ritiene che il mondo presente sia ossessionato dalla durata senza fine degli eventi (personali e non) e manifesti un’avversione totale nei confronti di ogni forma di nostalgia, quale conseguenza di una perdita o di un’interruzione sia reale che simbolica. Il neologismo che Tanner ha coniato – appunto, “foreverism” – rappresenta un punto di partenza significativo per mostrare questa tendenza anti-nostalgica generale, un rifiuto delle cose finite su cui la società capitalistica investe oggi ingenti quantità di denaro. Al di là dei contenuti specifici del testo, mi pare evidente che stiamo vivendo un’epoca segnata da una curiosa contraddizione.

Da una parte, stiamo prendendo finalmente coscienza degli effetti negativi della rimozione sociale e culturale della morte e, pertanto, stiamo cercando di superare il tabù, parlandone in pubblico di continuo, come – forse – mai si è fatto dal Dopoguerra a oggi. Percorsi universitari di Death Education, convegni, rassegne e festival tanatologici, Death Café, pagine social dedicate alla morte: la pandemia da Covid-19 ha spinto la società a cercare di dare un senso alla paura e all’ansia provate tra il 2020 e il 2022, aumentando le iniziative pubbliche e private durante cui confrontarci sul senso della nostra mortalità e della perdita di chi amiamo. Dall’altra, tuttavia, rifiuto della morte trova un prezioso alleato nello strumento che meglio delinea il rivoluzionario sviluppo tecnologico della contemporaneità: vale a dire, la registrazione. La dimensione online, reggendosi sulla continua produzione di dati e sulla loro immediata registrazione, ha portato alle estreme conseguenze la possibilità di vivere e rivivere senza sosta gli eventi che abbiamo amato, spingendoci a forza all’interno di una bolla in cui c’è il costante ritorno del finito. YouTube, Netflix, Amazon Prime e le altre piattaforme di cui facciamo quotidiano uso intensificano radicalmente le abitudini man mano acquisite durante lo sviluppo novecentesco dell’industria culturale di massa. Pertanto, ci permettono di rivivere in qualsiasi momento della giornata i programmi tv, i film, le serie televisive, i concerti, ecc. che hanno segnato il nostro percorso di crescita. Mai come oggi possiamo tenerci alla larga dallo scorrere del tempo, continuando a far finta che i nostri amati prodotti culturali del passato siano parte attiva e pulsante del presente. Il desiderio di non dover scendere a patti con la fine e la nostalgia che ne deriva si riflette, per esempio, nell’aumento esponenziale dell’uso dell’intelligenza artificiale, dell’olografia e della realtà virtuale nei rapporti tra la vita e la morte. Queste vengono utilizzate, infatti, per permettere ai personaggi pubblici di continuare a “vivere” dopo la loro morte, non solo per mezzo delle tracce registrate e, dunque, di per sé passive. Cantanti, artisti, politici, ecc. sopravvivono al loro decesso sotto forma di ologrammi, i quali continuano a svolgere le attività che li hanno resi noti. Anzi, è sempre più diffuso il pensiero che la vecchiaia e la morte non abbiano alcun diritto di interrompere il processo artistico o sociale sviluppato nel corso dei decenni: se non lo si può portare avanti con la propria natura biologica, sarà compito allora dei loro eredi tecnologici proseguire ciò che è stato realizzato. È tutt’altro che una bizzarria la richiesta della cantante pop Madonna, nel suo testamento, di non diventare un ologramma post mortem.

Questo tipo di iniziativa intercetta anche i bisogni dei privati cittadini. Sembra che una delle principali richieste fatte a ChatGPT dagli utenti di tutto il mondo sia quella di riprodurre le caratteristiche specifiche dei cari defunti, di modo che non si possa mai smettere di dialogare attivamente con loro. Pare che in Cina con soli 52 yuan (6,75 euro) si possa già ora in teoria continuare a parlare con i morti, usufruendo dei servizi offerti dalla piattaforma di e-commerce Taobao. E si moltiplicano gli studi interdisciplinari sui cosiddetti “thanabots”, appunto gli strumenti di intelligenza artificiale che riproducono le modalità comunicative di chi è morto.

In altre parole, a una presunta maturità acquisita progressivamente nei confronti del proprio destino mortale si contrappone un rifiuto estremo del senso della fine. Mai come oggi, le tecnologie plasmano un mondo in cui vogliamo bandire ogni forma di nostalgia, in particolare l’accettazione della separazione, pretendendo inoltre un presente immacolato e privo dei segni del tempo che passa. Ma siamo sicuri che sia salutare un mondo in cui il passato, di fatto, viene a identificarsi con un presente che dura per sempre? Il rifiuto della nostalgia, dunque di quel termine che ne è a fondamento, non rischia di renderci emotivamente più apatici e meno capaci di accettare l’inevitabile corso degli eventi? Ho timore che l’eccessivo soffocamento del presente con un passato che non si accetta come tale possa aumentare le difficoltà quotidiane e rendere arduo un percorso di crescita individuale. Come posso prendere coscienza dei miei limiti se il mondo circostante mi promette l’illimitato e l’infinito?

Al di là di tutto, resta – a mio avviso – interessante notare la contraddizione qui descritta, segno di una metamorfosi in corso del rapporto tra chi dà un valore vitale alla morte e chi continua invece a volerla negare. Rapporto atavico, che fa parte della storia dell’umanità ma che, tuttavia, oggi assume caratteristiche particolarmente radicali, a causa del cambiamento della vita umana dovuto alla possibilità di ampliare i mondi in cui vivere in virtù della dimensione online.

Cosa ne pensate? Anche voi notate questa tendenza in corso al rifiuto della nostalgia? Fateci sapere.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/06/nostalgia.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2024-06-20 09:36:162024-06-20 09:36:16Il rifiuto della nostalgia e la ricerca del “per sempre” di Davide Sisto

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