Il Network italiano sulla Morte e l’Oblio: un’intervista a Giorgio Scalici, di Cristina Vargas
Recentemente ho avuto l’occasione di partecipare al secondo Congresso nazionale di NIMO (Network Italiano sulla Morte e l’Oblio), un’associazione che ha l’obiettivo di creare una rete fra tutti coloro che si occupano di tematiche legate alla morte. Intorno a questa nuova realtà si sta raccogliendo un’interessante rete di ricercatori, professionisti e operatori del settore, ma anche di cittadini che sono interessati al tema per ragioni personali.
Nella bella cornice palermitana, ho avuto l’occasione di dialogare con un gruppo giovane, molto coinvolto e particolarmente attento a quella che potremmo definire una “tanatologia applicata”, che si interroga costantemente sulle ricadute sociali e sull’impatto concreto di ogni progetto.
Per conoscere meglio questa realtà ne abbiamo parlato con Giorgio Scalici, Presidente e fondatore del Network.
Come nasce la vostra iniziativa?
La storia del NIMO si intreccia con la mia storia personale. Qualche anno fa sono tornato in Italia dopo il dottorato con il Professor Douglas Davies a Durham. Il mio campo è quello dell’Antropologia delle religioni, con un’attenzione particolare ai riti funebri religiosi e laici. Ho condotto ricerche sul campo in molti contesti, in particolare in Indonesia, e ho trovato un contesto fertile in Inghilterra, dove esistono, per esempio, diversi corsi di laurea in ambito tanatologico e molte università hanno dei veri e propri centri di ricerca su queste tematiche.
Nei primi tempi le mie aspettative erano alte, ma ho presto realizzato che qui in Italia la situazione è molto diversa.
Nel Regno Unito i Death Studies sono una materia che viene insegnata all’interno di numerosi corsi di Laurea e alcune università offrono Lauree Magistrali o Master specifici sul fine vita. In Italia, invece, questa disciplina non è riconosciuta come settore disciplinare a livello universitario: ci sono antropologi, sociologi, storici, filosofi, pedagogisti, psicologi che si occupano del fine vita, ma nel mondo accademico ci sono ben pochi, forse pochissimi, professori o ricercatori strutturati che vengono considerati studiosi della morte. Questo avviene perché di fatto manca un riconoscimento formale della tanatologia o dei Death Studies come campo autonomo che abbia piena dignità scientifica. Per me questa lacuna non è solo una questione burocratica, ma è una carenza che rende difficile l’attuazione di una vera interdisciplinarità. Lo studio della morte è un sapere per definizione trasversale, che non può esaurirsi nel linguaggio di una singola disciplina. In altri paesi il campo dei Death Studies raccoglie specialisti di molte aree ed è quindi un crocevia di pensieri e di proposte molto arricchente. In Italia forse manca una certa “coscienza di classe” tra chi si occupa di questi temi. Ci si sente prima di tutto architetti, psicologi, antropologi e così via e poi solo dopo studiosi di morte, io vorrei invece invertire la tendenza.
Dopo il mio rientro, i primi tempi sono stati difficili in tutti i sensi, e il Covid non ha aiutato. Poi però ha preso il sopravvento il mio lato più propositivo. Ho cominciato a incontrare persone che condividevano il mio interesse per questi temi, solo che erano un po’ “sparpagliate”. C’erano anche delle realtà consolidate – Centri di ricerca, Fondazioni, Associazioni, Gruppi Universitari – ma lavoravano in modo sostanzialmente indipendente e dialogavano poco le une con le altre. Sentivo la necessità di uno spazio che fosse di tutti; di una rete. Mi sono detto: “se non c’è, allora bisogna crearla”. E così, nel novembre del 2023, è nata l’idea del NIMO, una proposta che è stata recepita molto bene e che poi ho avuto la possibilità di portare avanti grazie ad alcune collaboratrici e collaboratori che hanno creduto in questo progetto. Nel 2024 abbiamo organizzato il nostro primo convegno ed è da poco, nell’aprile del 2025, che ci siamo costituiti formalmente come associazione. Questo ci consentirà di presentare dei progetti e partecipare a bandi, inoltre è un passaggio importante perché ci ha portato a interrogarci su quello che vogliamo fare, a redigere uno Statuto e un Codice Etico.
Che ruolo ha NIMO?
NIMO è uno spazio reale e virtuale per incontrare persone con interessi simili, che magari nemmeno sospettavi che esistessero; è una via per tenerci reciprocamente aggiornati sulle ricerche che sono in corso, sui progetti che stanno sviluppando o sui lavori che stiamo portando avanti. È anche uno strumento per restare agganciati alle reti internazionali, cosa che per me è centrale.
Aggiungo poi che vorrei che NIMO potesse contribuire a creare la “coscienza di classe” di cui si parlava prima, nel senso che mi piacerebbe che, fra le persone che in Italia si occupano di Death Studies, si sviluppasse una riflessione più sistematica sul valore e sulla dignità del nostro ambito di lavoro, che dovrebbe essere maggiormente riconosciuto a livello istituzionale.
Puoi raccontarci qualcosa sui vostri obiettivi e sulle vostre attività?
Partirei dal secondo Congresso, che per scelta abbiamo deciso di riproporre a Palermo, la città in cui vivo e lavoro.
In Italia, quasi tutto ciò che avviene in ambito tanatologico, avviene al Nord. L’unico Master che ad oggi esiste in Italia è quello diretto da Ines Testoni all’Università di Padova e le realtà più attive sui temi del morire, la morte e il lutto sono in città come Torino, Bologna, Parma, Milano e, appunto, Padova. Per noi è importante che anche nel Sud e Isole si sviluppino nuovi poli di aggregazione e si portino avanti delle iniziative di qualità. Per quanto riguarda le attività direi che stiamo facendo molte cose: curiamo molto le attività online, per consentire anche a chi è lontano di partecipare, ma proponiamo anche attività in presenza come presentazioni e Death café. Con cadenza mensile organizziamo dei Death Bar (che sono la nostra versione online dei Death café) e abbiamo in mente diversi percorsi di formazione.
Chi sono i vostri associati?
Sono persone di ogni tipo. Ci sono dei docenti, dei ricercatori e degli studenti che vogliono approfondire questo tema. Ci sono anche molti addetti ai lavori: persone che lavorano nel comparto funerario, operatori sanitari, celebranti laici e altre persone che in vari modi hanno a che fare con la perdita e il lutto. Ci sono degli artisti: c’è chi si occupa di teatro e di danza, di pittura o di marionette. Ci sono anche molte persone che fanno tutt’altro – insegnanti, social media manager, impiegati – che sono qui perché hanno curiosità e interesse per queste tematiche.
Per me questa diversità è una grande ricchezza, credo che sia importante mantenere uno sguardo aperto e ampio: la morte è un tema che riguarda tutti, non solo gli specialisti. A tutti noi capita di vivere dei lutti, di avere vicino persone che soffrono o di ricevere richieste di aiuto.
Secondo me è necessario parlare delle nostre ricerche, ma è anche importante coltivare un “saper fare”. La teoria, da sola, non ci dà gli strumenti per gestire situazioni complesse a livello relazionale.
Immaginiamo, per esempio, uno studente che arriva e ci racconta che si è suicidata sua sorella. Cosa diciamo? Cosa facciamo? Come rispondiamo? Forse la prima risposta che ci viene in mente è “lo invio a uno psicologo”, ma non è necessario essere dei professionisti della salute mentale per avere un contatto umano autentico e consapevole con qualcuno che in quel momento ne ha bisogno.
Rispetto a situazioni di questo tipo credo che per molti di noi sarebbe utile avere degli strumenti in più.
Per me, quindi, è essenziale che ci siano spazi di formazione, di confronto, di dialogo, di reciproco approfondimento: NIMO vuole essere proprio questo.
Vi sembra che questa iniziativa possa essere interessante? Se ne sentiva il bisogno? Ci farà piacere la vostra opinione, come sempre.



