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Tag Archivio per: trauma

Il lutto traumatico: quando la morte degli altri ci interroga come società, di Cristina Vargas

22 Gennaio 2026/0 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

I drammatici eventi dell’inizio del 2026 hanno portato al centro della nostra attenzione il tema della morte violenta e del lutto traumatico. La parola “trauma” deriva dal greco τραῦμα, letteralmente “ferita”. In ambito psicologico, il concetto di evento traumatico può riferirsi a un ampio ventaglio di esperienze estreme e drammatiche, che mettono a repentaglio la sopravvivenza o l’integrità della persona nella sua globalità. Si tratta di eventi che irrompono nella vita di un individuo (o di una comunità), provocando una vera e propria “rottura” fisica e/o psichica, talmente intensa da oltrepassare le possibilità di comprensione, di risposta e di integrazione di quanto accaduto nella storia di vita di chi ne è coinvolto. Questo vale anche per le persone affettivamente più vicine alla vittima e per chi è testimone dei fatti.

Ogni lutto può contenere in sé elementi traumatici, anche quando la morte era attesa, come accade, ad esempio, quando chi muore aveva un’età molto avanzata o al termine di una malattia cronico-degenerativa. Riconoscere e farsi carico di questi vissuti è una parte importante di ogni processo di elaborazione del lutto.

Ci sono, tuttavia, dei lutti in cui la dimensione del trauma caratterizza il modo in cui avviene il decesso ed è preponderante nel percorso di elaborazione. Penso, in particolare, alle vittime di guerra o di crimini violenti; al suicidio o a chi perde la vita in incidenti fatali. Queste drammatiche esperienze interrogano profondamente non solo chi le attraversa in prima persona, ma anche la società nel suo insieme.
In tutte queste situazioni, i superstiti possono sperimentare risposte, e talvolta veri e propri sintomi, tipicamente collegati al trauma. I primissimi momenti sono spesso segnati dal disorientamento, dall’incredulità, dallo shock e dalla confusione. Le emozioni possono essere intense e travolgenti oppure, all’opposto, la persona può “congelarsi” o disconnettersi da esse. In una fase successiva possono emergere stati di ipervigilanza, esplosioni di rabbia o di allarme, attacchi di panico; possono inoltre presentarsi incubi, flashback e immagini intrusive: frammenti disturbanti che si impongono alla mente e riportano a momenti di altissima intensità emotiva. Spesso il ricordo del momento in cui sono accaduti i fatti è pervasivo e disturbante e frammentato. Il timbro della voce o lo sguardo della persona che ha comunicato la notizia. Il suono assordante delle sirene. Le luci intermittenti dei mezzi di soccorso. Gli odori. Il corpo martoriato della persona cara. Queste immagini hanno spesso una qualità profondamente corporea: non sono “soltanto” pensieri, ma qualcosa che fa male, una lama che trafigge, un peso che toglie il fiato. Proprio per questo alcuni dei più attuali approcci terapeutici al trauma, in primis la Psicoterapia sensomotoria, partono proprio dal corpo nei percorsi di supporto e nel trattamento dei sintomi collegati all’esperienza traumatica.

Uno dei bisogni che emergono con maggiore frequenza nell’esperienza di chi attraversa un lutto traumatico è proprio quello di “capire”. Può accadere che il pensiero torni ripetutamente ai fatti, ripercorrendoli più e più volte nel tentativo di ricostruire la dinamica di quanto è successo e di trovarvi un senso. La mente si affolla di domande ricorrenti, a cui non sempre è possibile dare risposte certe: Poteva andare diversamente? Di chi è la colpa? Avrei potuto impedire che accadesse? Questi interrogativi si intrecciano spesso con vissuti emotivi intensi e non sempre facili da nominare, come la paura, la rabbia e il senso di colpa.

Nel caso delle morti violente, il percorso giuridico che necessariamente si apre diventa uno degli aspetti più complessi da attraversare. Il bisogno di verità e di giustizia è molto forte per i superstiti e può portare a riporre elevate aspettative nelle indagini o, quando si verifica, nel successivo processo. Tuttavia, il complesso ingranaggio giudiziario, con i suoi spazi freddi e i suoi tempi tecnici, raramente è allineato con i bisogni emotivi di chi è in lutto: i procedimenti si allungano, le risposte tardano ad arrivare e, con esse, può prolungarsi la sensazione di un tempo sospeso, denso di nodi irrisolti che aggiunge spesso un ulteriore carico di sofferenza.
Può anche succedere che i familiari di chi muore in forma violenta si trovino a confrontarsi con diverse forme di colpevolizzazione delle vittime: puntare il dito contro chi è morto diventa talvolta un modo per evitare di farsi carico di responsabilità collettive, che possono essere difficili da ammettere. Per le famiglie, scontrarsi con questi atteggiamenti rappresenta una vera e propria seconda ferita, una “vittimizzazione secondaria” che si aggiunge a un lutto già profondamente faticoso. A questo si affianca la sovraesposizione mediatica e i rischi a cui essa espone: spazi che consentono l’anonimato, come i social network, possono essere sia una fonte di supporto sia una vera e propria gogna.

Studi come quelli di George Bonanno hanno mostrato come, anche di fronte a eventi potenzialmente devastanti, molte persone riescano a ritrovare nel tempo un nuovo equilibrio dopo la perdita. Qualcuno trova la forza di andare avanti agganciandosi all’amore per chi ancora c’è. Per altri si apre la via dell’attivismo, come forma di restituzione di voce e dignità a chi non c’è più. Per altri ancora, la via passa attraverso la testimonianza e la condivisione del dolore. Per i più, il cammino per continuare a vivere è un percorso faticoso, fatto di fatiche quotidiane, di alti e bassi, di adattamenti spesso silenziosi e imperfetti, che puntellano lo sforzo di continuare a vivere anche mentre si soffre. C’è una pluralità di risposte possibili che va ben oltre i modelli teorici e che non ha tempi prestabiliti.

Anche quando colpisce una singola persona, il lutto traumatico ha una profonda dimensione sociale e interroga il modo in cui una comunità si prende cura dei propri membri. La tutela della vita e della sicurezza non è mai solo una questione individuale, ma il risultato di una responsabilità reciproca. Il dolore degli altri ci riguarda. Accostarsi con rispetto e solidarietà alle storie di chi perde una persona cara in circostanze traumatiche, anche quando siamo spettatori lontani, testimonia la nostra capacità di occuparci dei legami comunitari anche nei momenti più faticosi.

E voi che ne pensate? Avete esperienze da condividere o osservazioni da fare? Grazie come sempre per la vostra partecipazione.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2026/01/lutto-traumatico.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2026-01-22 09:49:192026-01-22 09:49:19Il lutto traumatico: quando la morte degli altri ci interroga come società, di Cristina Vargas

Normalità e trauma: la paura della morte in tempi di pandemia, di Cristina Vargas

25 Aprile 2022/2 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Come molte altre persone che si occupano del fine vita nel campo delle scienze sociali, in questi ultimi due anni mi sono più volte interrogata su quali implicazioni abbia avuto la pandemia sulla rappresentazione del fine vita. Come è cambiata la percezione della morte nel nostro contesto sociale? Quali conseguenze avrà questa esperienza epocale che abbiamo vissuto – e stiamo ancora vivendo – sul modo in cui conferiamo senso al morire? E, ancora, in che modo possono contribuire le varie discipline che si occupano di tematiche tanatologiche (la filosofia, la storia, la sociologia, l’antropologia, la psicologia e altre ancora) a comprendere meglio l’impatto questi cambiamenti?

È ancora presto per dare delle risposte e per fare dei bilanci, ma quel che è certo è che la malattia grave e la morte sono tornate prepotentemente alla ribalta. La pandemia, e in queste ultime settimane la guerra in Ucraina, molto più vicina di altre guerre contemporanee, ci hanno costretti a fare i conti con l’incertezza, a riconoscere la nostra vulnerabilità, a confrontarci con la paura di ammalarci, con il lutto e, in alcuni casi, con il rischio concreto di morire.

Può sembrare contraddittorio, ma in molti sensi, l’onnipresenza della morte ha innescato due reazioni opposte. Se in alcuni contesti il tema della morte è stato “sdoganato” e si è sviluppata una maggior consapevolezza rispetto a questo argomento; in altri si è creato l’effetto opposto: il bisogno di distogliere lo sguardo e di voltare pagina hanno avuto il sopravvento.

Partiamo dal secondo scenario, quello della normalizzazione, un meccanismo che si osserva oggi in molti paesi e che ricorda da vicino quello che è storicamente avvenuto in contesti colpiti dalla violenza protratta. Ed Yong, giornalista scientifico e vincitore del premio Pulitzer per il suo lavoro durante la pandemia, ha ricordato recentemente che, nel maggio del 2020, quando gli Stati Uniti avevano appena raggiunto i 100.000 morti, il New York Times aveva riempito la prima pagina con i nomi di ognuna delle persone scomparse: un gesto che aveva profondamente commosso i lettori ed era diventato un simbolo della drammaticità di una perdita sentita da tutta la nazione. Eppure, ora che gli Stati Uniti si avvicinano a un milione di morti, l’opinione pubblica sembra quasi insensibile, come una cifra così sbalorditiva fosse in qualche modo troppo grande per essere sentita o pensata. C’è chi è in lutto, ma i parenti delle persone decedute sovente si ritrovano a elaborare il loro dolore “in mezzo alla fuga precipitosa della maggioranza verso la normalità”.

La storia insegna che l’abitudine smussa la paura; vivere a lungo in una situazione, per quanto critica essa sia, crea una sorta di “assuefazione” (uso, non a caso, l’espressione con cui Vovelle descriveva la familiarità con la morte che aveva caratterizzato altri periodi storici). Un po’ come avviene nelle guerre che accadono altrove, chi non ha subito le conseguenze più dirette del Covid può fare ricorso a una sorta di “distanza di sicurezza”, che depersonalizza le vittime e attenua, almeno in parte, l’intensità della sofferenza. Questa distanza è in parte necessaria per riprendere il movimento vitale dopo una fase di stallo. Essa, tuttavia, impedisce il riconoscimento dell’angoscia, rallentando la costruzione di una memoria condivisa e l’elaborazione del trauma che, in maggior o minor misura, ognuno ha subito. Molti dati confermano che le conseguenze psicologiche sono state rilevanti anche in chi non ha vissuto in modo diretto la perdita di una persona cara o le conseguenze gravi della malattia. Il Covid, per tutti noi, rimarrà nelle autobiografie come uno spartiacque, ci sarà un “prima” e un “dopo”: uno di quei momenti storici di svolta, un’ondata che, anche se non ci ha travolti, ha sicuramente creato delle discontinuità nella nostra storia personale.

Vale quindi la pena riflettere, per tornare alla prima delle due reazioni che abbiamo inizialmente descritto, sulla possibilità di sviluppare una nuova consapevolezza sulla morte e sulla vita.

Alcune interessanti ricerche, condotte nel corso del 2020 e del 2021 fra gli operatori sanitari in varie nazioni, hanno messo in luce l’importanza della resilienza e della crescita post traumatica, in inglese Post Traumatic Growth (PTG), nel gestire lo stress correlato al lavoro e il rischio di burn out in una delle categorie professionali che ha subito in modo più diretto le conseguenze della pandemia.

Pur senza sottovalutare le conseguenze negative sulla vita psichica di eventi gravi, il concetto di Post Traumatic Growth (PTG) parte dall’idea che le persone che si trovano ad affrontare situazioni drammatiche possano scoprire di avere più risorse di quanto credessero e, in alcuni casi, riemergerne rafforzati. La crescita post traumatica porta a integrare le “cicatrici”, fisiche e simboliche, in una nuova immagine di sé. Per spiegare questo concetto alcuni autori orientali usano la metafora del kintsugi, una forma di artigianato giapponese in cui le crepe della ceramica rotta vengono riempite con delle sottili linee dorate o argentate, che restituiscono la bellezza all’oggetto spezzato. I segni del “trauma” non scompaiono, al contrario, nel restare visibili riescono a trasformare una normale ciotola in un pezzo unico e irripetibile che può avere una nuova vita.

Quando il periodo critico può considerarsi concluso, esso può essere riletto come qualcosa che ha innescato un ripensamento del senso complessivo che prima veniva attribuito alla propria vita. Non è un caso che la pandemia abbia portato molte persone a rivedere le proprie priorità e i propri valori. Anche se non abbiamo dati sufficienti ad affermarlo con certezza, questo processo di cambiamento valoriale e identitario sembra essere alla base della cosiddetta “great resignation”, ovvero il significativo aumento delle dimissioni volontarie che si è verificato a partire dalla fine del 2020 negli Stati Uniti, in molti paesi europei e, in modo più limitato, anche in Italia.

Dato l’impatto negativo della pandemia a livello economico, molti analisti si aspettavano un ritorno celere al lavoro appena l’allentamento delle restrizioni l’avesse consentito. Tuttavia, questo non è avvenuto: molte persone hanno deciso di rivedere complessivamente il proprio percorso professionale e hanno deciso di cambiare radicalmente vita. È come se, durante i mesi della pandemia, la consapevolezza di non avere davanti a sé un tempo infinito avesse permesso di ripensare alle cose importanti, di dare più spazio agli affetti e, quando possibile, di fare scelte concrete in questa direzione. Forse come società non siamo diventati migliori – come nelle prime settimane della pandemia speravamo – ma i cambiamenti individuali fondati su una nuova e più consapevole rappresentazione della vita, in cui la finitudine è presente ma non diventa un pensiero angosciante, sono un primo passo da cui partire per ripensare il nostro futuro. Che ne pensate? Voi come avete vissuto la paura in questi due anni?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2022/04/coronavirus-conseguenze-psicologiche-e1650709432692.jpg 265 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2022-04-25 10:35:392022-04-25 10:35:40Normalità e trauma: la paura della morte in tempi di pandemia, di Cristina Vargas

Il lutto per la morte di un animale domestico, di Davide Sisto

23 Febbraio 2018/603 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Closeup portrait of cute adorable tabby cat with stripes and yellow green eyes lying on a sofa couch with yellow brown blanket comforter on sunny dayIl 30 novembre è diventato, dal 2012, un giorno molto triste. In quella data, infatti, è morto il mio gatto Ozzy, il cui nome è un omaggio al cantante dei Black Sabbath, di cui sono appassionato. Trovato in un bidone della spazzatura, quando aveva circa due o tre mesi, Ozzy è stato in mia compagnia per quindici anni. Abbiamo condiviso due traslochi e, dal momento che lavoro principalmente a casa, siamo stati insieme per tante ore di seguito al giorno, con rituali e abitudini pienamente consolidate. Ad esempio, ogni volta che accendevo lo stereo e ascoltavo i miei cd heavy metal, lui arrivava ronfando e si piazzava sotto lo stereo. Fin da piccolo aveva probabilmente percepito quel suono come qualcosa di molto familiare e, rispettando quindi il nome che gli avevo dato, non si perdeva un singolo ascolto. Cosa che lasciava decisamente perplesso chi non aveva familiarità con la musica metal.

La morte di un animale domestico genera un lutto che non va in alcun modo sottovalutato, checché ne pensino coloro che non ne hanno mai fatta esperienza. La sera del 30 novembre 2012 mi è venuto spontaneo pulire immediatamente casa, cancellando il più possibile le sue tracce. Ho buttato via la lettiera, i piattini in cui mangiava e beveva e ho conservato con attenzione i suoi giochi preferiti, per tenerli come ricordo. Non è stato facile abituarsi a dormire senza il suo peso sulle gambe, che per anni ha condizionato il mio riposo notturno obbligandomi a stare praticamente immobile, quasi mummificato, fino alla mattina seguente. Non è stato facile entrare in un supermercato e passare, senza sussulti emotivi, nel reparto in cui vengono venduti i prodotti alimentari per gatti. Non è stato facile, in linea generale, ricostruire daccapo le abitudini casalinghe, mettendo da parte ciò che ha segnato quindici anni di convivenza. Dalla finestra strategicamente aperta, per farlo andare sul balcone, a quella strategicamente chiusa, per non perderlo. Dall’organizzazione dei viaggi e delle vacanze, tenendo conto delle esigenze casalinghe di Ozzy, all’apertura della porta di casa, dietro cui si manifestava immediatamente la sua presenza “miagolante”.

Il rapporto che si crea con un animale domestico non è dissimile da quello che si crea con una persona amata, per cui si vive una situazione di perdita e di elaborazione del lutto che non va sottovalutata, perché può creare – soprattutto, in persone che vivono da sole – un trauma. Non si tratta soltanto di una forma di autosuggestione legata alle abitudini consolidate nel corso degli anni. Nasce un autentico legame in cui entrambi i soggetti vivono mediando le proprie esigenze con quelle dell’altro. Il gatto, così come ogni altro animale domestico, diviene un membro ufficiale della famiglia, al punto che – come indicato in alcuni studi americani – la sua perdita è una delle principali cause dell’insorgenza di una depressione.

A ciò va aggiunto un aspetto che ho constatato in prima persona. La dimensione affettiva nei confronti del proprio gatto domestico è particolarmente intensa poiché si ha la percezione di trovarsi in una condizione di totale accudimento. Si ha la sensazione, cioè, che quel gatto dipenda totalmente dalla cura della persona, per cui ci si sente molto responsabilizzati nelle scelte e nelle decisioni. Inoltre, pur essendo portato a una forma di autarchia quasi caricaturale, il gatto vive un rapporto di totale amore con la persona che lo accudisce come si deve, evitando quelle situazioni conflittuali che invece caratterizzano le relazioni tra esseri umani.

Tutti questi aspetti rendono la relazione molto forte e accettarne la rottura diventa particolarmente doloroso. Alcuni affrontano questo dolore prendendo subito un altro gatto; altri, invece, non se la sentono di sostituirlo. E anche questi due comportamenti dimostrano quanto sia delicata l’elaborazione del lutto.

Quali sono le vostre esperienze a riguardo? Attendiamo commenti e aneddoti su questo tema molto sentito.

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2018/02/Depositphotos_164913146_m-2015.jpg 667 1000 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2018-02-23 11:53:582018-02-23 11:53:58Il lutto per la morte di un animale domestico, di Davide Sisto

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