Il nostro “sistema della morte” e i suoi correttivi, di Marina Sozzi
Il concetto di “sistema della morte” è utilizzato sia in ambito medico-legale, per definire la cessazione del funzionamento di un organismo, sia in ambito sociopolitico o storico per descrivere le strutture di potere che privilegiano il profitto, la distruzione ambientale o la guerra rispetto alla vita umana. Hannah Arendt l’ha utilizzato per parlare dell’apparato burocratico e tecnologico del Terzo Reich finalizzato allo sterminio degli ebrei.
Coloro che hanno studiato la morte dal punto di vista sociale, invece, come Jean-Pierre Vernant nella società antica o Robert Kastenbaum nella contemporaneità, hanno attribuito un significato più neutro al concetto, come insieme di fattori sociali, politici, economici e culturali che portano a una certa visione della morte e determinate prassi nella sua gestione. L’idea di “sistema della morte” rende evidente che, se da un lato noi fronteggiamo la morte da soli, dall’altro facciamo parte di una società le cui aspettative, regole, motivazioni e simboli influenzano il nostro incontro individuale con essa. Ogni società ha un suo “sistema della morte”, e quest’ultimo ha al suo interno molteplici connessioni reciproche, infinite reti di relazioni e significati e sfere di azione che si influenzano l’una con l’altra. Quando si parla di morte, individuo e società sono strettamente collegati.
La principale funzione di un sistema della morte, dice Kastenbaum, è quella di tenere i cittadini al sicuro. Un sistema della morte efficace deve saper prevedere e contrastare gli eventuali attacchi terroristici o le catastrofi ambientali, al fine di prevenire o almeno ridurre i danni; deve, per quanto possibile, contrastare la morte degli individui (mediante le politiche di salute pubblica, ma anche attraverso il ruolo della polizia, della protezione civile o dei vigili del fuoco); deve accompagnare e prendersi cura dei morenti; deve occuparsi di collocare i resti, rendere disponibili posti nei cimiteri, e legiferare su questo tema (anche nel rispetto delle usanze delle minoranze etniche e/o religiose); deve offrire strumenti affinché il gruppo sociale colpito dalla morte possa essere sostenuto; deve dare un significato alla morte, produrre parole e discorsi capaci di confortare coloro che restano, e attribuire un significato anche al dolore per la perdita; deve assicurare la memoria. All’interno di un sistema della morte, numerose professioni sono impegnate a garantire quanto sopra: dagli impresari funebri ai fiorai, dai poliziotti ai sacerdoti, dai legislatori ai medici.
Sono talmente tanti i fattori che giocano all’interno di un “sistema della morte”, che necessariamente la complessità la fa da padrona. E sappiamo che un sistema complesso è caratterizzato da forte interdipendenza tra gli elementi che lo compongono e da una notevole imprevedibilità. Moltissimi sono i possibili circoli viziosi o virtuosi presenti nel sistema. Una piccola modificazione in una parte del sistema può avere un effetto gigantesco sul sistema stesso. Quando c’è la necessità di imprimere un cambiamento in un sistema complesso è noto che occorre rinunciare alle soluzioni preordinate o semplicistiche, al “si è sempre fatto così” e che occorre monitorare la situazione ed essere pronti a introdurre, anche rapidamente, dei correttivi.
Un esempio di soluzione efficace in un sistema della morte? Si è avuta proprio con la nascita delle cure palliative. L’ospedalizzazione del dopoguerra, il cui obiettivo era quello di salvare vite, ha avuto come effetto collaterale, spiacevole e imprevisto, quello di creare cattive condizioni di morte per coloro che non si era riusciti a salvare. Le cure palliative hanno rappresentato un indispensabile e creativo rimedio alla situazione che si era creata, e oggi esse sono cresciute al punto da rappresentare un nuovo modello di morte e costituire il fulcro di un nuovo “sistema della morte”.
Oggi il nostro “sistema della morte” necessita ancora di correttivi, due tra tutti: in primo luogo l’estensione delle cure palliative a tutte le persone che ne hanno bisogno, come recita la legge 38/2010 (e quindi un nuovo slancio nella formazione di medici e infermieri palliativisti; e maggiori investimenti pubblici), e in secondo luogo un’attenzione più collettiva e comunitaria sia per coloro che si accingono a lasciare la vita sia per le persone in lutto (e i numerosi progetti di Compassionate Cities e Communities stanno muovendo in quella direzione).
Cosa ne pensate? Quali sono secondo voi i correttivi di cui necessita il nostro “sistema della morte”? Cosa non vi piace e cambiereste? Cosa invece va preservato?
Grazie, come sempre, per i vostri commenti e arricchimenti.



Quando parliamo di morte, è evidente che non ci riferiamo all’istante dell’exitus, al momento del decesso: di questo evento puntuale, del quale nessun essere umano vivente ha esperienza, nulla sappiamo e nulla possiamo dire.