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Tag Archivio per: psicologia dell’emergenza

Lutto ed emergenza: intervista al dottor Marco Lesca, di Serena Corongi

5 Febbraio 2019/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Abbiamo intervistato Marco Lesca, medico d’emergenza che lavora da anni sul territorio piemontese sia presso la centrale operativa 118, sia in ambulanza, per chiedergli come affronta il lutto durante un’emergenza sanitaria. Il dottor Lesca ci ha raccontato la sua esperienza a titolo personale e non rappresenta il Sistema 118.
Per chi non conoscesse il Sistema 118 (raggiungibile in Piemonte con il numero unico 112) stiamo parlando di un sistema complesso che supporta il cittadino nelle situazioni di urgenza. Quando componiamo il numero, l’operatore che ci risponde (un infermiere), in collaborazione con un medico della centrale, ha il compito di comprendere l’accaduto, sostenerci psicologicamente e inviarci l’ambulanza più adatta. Il dott. Lesca, quando lavora in ambulanza, collabora con infermieri e soccorritori.

Da anni lavora in emergenza e affronta quotidianamente il lutto, ci racconta la sua esperienza? Cosa la mette più in difficoltà? Vedere il lutto e il dolore dei parenti è faticoso e lo stress che viviamo, soprattutto quando siamo in centrale operativa e ci occupiamo di supportare al telefono le persone in emergenza sanitaria, è molto elevato.
L’esperienza mi porta ad affrontare il lutto in modi differenti. In emergenza infatti ci occupiamo di malattia, trauma, infarto, ictus, ostruzione delle vie aeree e tutte le cause che possono portare una persona al decesso. Ci confrontiamo con la morte di neonati o di bambini così come con quella di adulti e di anziani. In molti casi la nostra paura non è solo la possibile morte, ma anche i danni celebrali che possono essere riportati dai pazienti, in modo particolare dai bambini. Questi ultimi vengono spesso trasportati in ospedale per togliere il dolore dagli occhi dei genitori. Alcuni miei colleghi distinguono tra la morte attesa e la morte non prevista, mentre la mia esperienza mi porta a credere che i parenti non siano mai preparati al lutto e quindi personalmente non credo in tale distinzione. Esiste una differenza tra la costatazione di un decesso e una rianimazione: nel primo caso non trattiamo il paziente, ci occupiamo di decretarne la morte e di supportare la famiglia, nel secondo caso invece procediamo per tentare di far ripartire la complessa macchina che è il corpo umano. Infine, c’è il lutto dovuto al suicidio, uno tra i più destabilizzanti per i familiari. In questo caso chiediamo l’intervento degli Spes, le squadre psicologiche di emergenza sociale, per sostenere i congiunti.
L’emozione che si prova di fronte alla morte è molto violenta. I parenti soffrono e piangono per la persona che li ha lasciati o che li sta per lasciare. Davanti a questa sofferenza io da medico provo una forte sensazione di impotenza.
Spesso le persone vedono i medici come onnipotenti e ci chiedono di “salvare” i loro cari in ogni modo e da ogni male. Siamo noi a sentirci e ad essere consapevoli di essere impotenti, e la responsabilità che percepiamo e che ci viene data è per noi fonte di grande stress. In alcuni casi piangiamo a seguito di un servizio, ma mai davanti ai parenti. Per questo motivo nel corso degli anni è stato inserito un sostegno psicologico per i medici e gli infermieri che ne fanno richiesta, ma non è raggiungibile a tutte le ore e spesso prima di avere un colloquio siamo costretti ad attendere settimane.

Come ha acquisito le competenze comunicative per affrontare il lutto con i parenti?
Purtroppo non abbiamo una formazione specifica che ci permetta di affrontare il lutto al meglio. Negli anni ho compreso che ciò che mi spaventa nel vedere la morte è la certezza che prima o poi morirò anche io. Un buon medico deve fare i conti con la propria morte per stare accanto a chi perde qualcuno e a chi sta per morire, ma anche per non essere schiacciato dalla sensazione d’impotenza di cui parlavo prima.
Ho imparato a comunicare grazie all’esperienza e ai racconti dei miei colleghi. Da anni ci tramandiamo e raccontiamo gli interventi che facciamo e le best practices, comprese le strategie per comunicare nel miglior modo con i pazienti e i parenti e i modi per gestire le emozioni che viviamo.
Ho imparato che con i familiari e i pazienti bisogna comunicare come si fa con i bambini, senza dare la possibilità di fraintendimenti, e che è necessario, soprattutto in caso di rianimazione, dare frequenti resoconti del nostro operato, per permettere alle persone di comprendere cosa sta accadendo in tempo reale. Ho lavorato molto anche sul mio tono di voce, fondamentale soprattutto nel supporto telefonico.
Spesso i parenti ci chiedono di assistere alla rianimazione, e in alcuni casi filmano gli ultimi momenti di vita del loro caro. Io non mi oppongo mai a queste pratiche e rispetto il loro bisogno, il bisogno di vedere la morte e di ricordare l’evento. Altre volte ci chiedono di portare via il corpo del defunto e ci raccontano la loro difficoltà nel restare nella stanza o nel dormire nel letto dove è deceduta la persona cara.

Come affronta con se stesso il lutto? Cosa si porta a casa?
Mi porto a casa tutto, mi ricordo di tutti gli interventi in cui ho aiutato le famiglie in lutto. All’inizio della mia carriera li raccontavo a mia moglie, poi ho capito che non era giusto coinvolgerla. Quindi parlo solo con i colleghi e alcune volte faccio fatica a comunicare anche con loro. Anche se non è facile, la condivisione tra colleghi è fondamentale.
Ritengo che noi medici di emergenza avremmo bisogno di più sostegno e di una formazione più specifica per poter fare meglio il nostro lavoro.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2019/02/superhero-2503808__480-e1549304568228.jpg 264 349 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2019-02-05 09:33:392019-02-05 09:33:39Lutto ed emergenza: intervista al dottor Marco Lesca, di Serena Corongi

Psicologi e morte violenta: un’intervista

9 Settembre 2013/6 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Cari amici, torno finalmente dopo aver concluso, durante la pausa estiva, un libro in cui parlo anche di questo blog…vi terrò al corrente della sua uscita, presso l’editore Chiarelettere.

Oggi vorrei narrarvi di un’istituzione che merita la nostra attenzione, Psicologi per i popoli Onlus (http://www.psicologiperipopoli.it): è un’importante organizzazione di volontariato di psicologi e psicoterapeuti a disposizione del Dipartimento di Protezione Civile, che interviene nei casi di catastrofi naturali e emergenze, articolata in quattordici associazioni locali e due organizzazioni non governative (in Italia e all’estero).
Ve la racconto attraverso le parole di una giovane psicologa volontaria che ho intervistato, la dottoressa Federica Carena, che opera da più di tre anni nell’associazione torinese (http://www.psicologiperipopoli-torino.it), presieduta dalla dottoressa M. Teresa Fenoglio.
Cosa fa uno psicologo in situazione di emergenza?
Noi affrontiamo sia emergenze ambientali (terremoti, tsunami, inondazioni) che sociali (uccisioni, violenze). Io però vorrei parlarti in particolare di un servizio, che si chiama SPES (Squadre psicologiche emergenze sociali) e lavora con il 118, e che costituisce la mia esperienza dentro l’associazione.
Quando c’è una morte violenta, un incidente mortale, un suicidio, veniamo attivati dalla Centrale del 118, e partiamo in ambulanza con infermieri e medici: in genere sappiamo già a grandi linee cosa è successo. Il nostro compito è dare supporto alle persone che sono presenti sul luogo della morte, e di cercare di attivare le loro reti familiari e amicali.
Cioè, concretamente?
All’inizio si tratta di fare piccoli gesti: coprire i superstiti con una coperta se stanno tremando di freddo, dar loro un bicchiere d’acqua, farli spostare dal sole a picco estivo, magari allontanarli dalla salma che deve essere ricomposta dai necrofori. Poco per volta, anche le persone più refrattarie si rendono conto che vogliamo aiutarle, e allora riusciamo a sostenerli quando devono chiamare gli altri parenti, a trovare le parole e il modo meno traumatico. La cosa più difficile, in genere, è dirlo ai bambini.
Cosa accade quando ci sono bambini?
La reazione istintiva delle famiglie è mandarli via, proteggerli tentando di nascondere loro l’accaduto. E per noi non è facile entrare nelle dinamiche familiari, avendo così poco tempo (qualche ora) per il nostro intervento. Proviamo, delicatamente, a suggerire di non escludere i bambini. A volte è meglio allontanarli, specialmente se i genitori sono sconvolti, ma sempre spigando loro cosa è successo e tenendo uno stretto contatto, telefonando, rassicurandoli sulla presenza dei genitori (o del genitore)al loro fianco. Ricordo un caso in cui due bambini sono stati mandati dalla nonna perché il papà aveva avuto una crisi violenta, quasi psicotica, di fronte al suicidio di suo padre. Era opportuno un distacco, non tanto per il suicidio del nonno, ma per la grave difficoltà del genitore.
Di fronte alla morte violenta ci sono reazioni ricorrenti?
Direi di sì, c’è lo choc, il disorientamento. Alcuni bloccano la reazione emotiva, e paiono del tutto distaccati dall’evento tragico. Altri, al contrario, hanno solo una risposta emotiva, e magari girano a vuoto nel luogo dove è avvenuto l’incidente, incapaci di fare qualunque cosa. Noi lavoriamo per la stabilizzazione emotiva, con diverse tecniche, oltre che con la vicinanza e l’empatia. Poi cerchiamo di individuare il parente o l’amico più forte, meno coinvolto dall’accaduto, in grado di continuare a gestire la situazione anche dopo che noi ce ne saremo andati.
Pian piano arriva la consapevolezza. A volte basta uno spunto. A un marito molto confuso dopo la morte della moglie, provai a chiedere se c’era qualcosa che la moglie avrebbe voluto che lui facesse. Si ricordò che la moglie desiderava le venisse messo un determinato vestito. Ricordandosene, cominciò a tornare alla realtà.
Che tipo di formazione ricevete per poter svolgere questo compito?
Siamo tutti psicologi clinici o del lavoro, e tutti facciamo un corso di un anno presso Psicologi per i popoli, guidati dai senior e da grandi esperti di psicologia dell’emergenza, come Luca Pezzullo e Fabio Sbattella, presidenti dell’Associazione in Veneto e a Milano. Impariamo anche a gestire la relazione con le altre categorie professionali con le quali collaboriamo: medici e infermieri, ma anche necrofori, vigili, poliziotti, carabinieri. Cerchiamo di essere utili anche a queste figure: non è facile per un vigile o un poliziotto comunicare notizie tragiche, ad esempio la morte di un figlio a dei genitori. Non ricevono formazione per questo, spesso sono molto in difficoltà: noi diamo loro una mano a mettersi nella giusta dimensione empatica. Poi, le parole da dire sono purtroppo quelle…
Siete tutti volontari?
Sì, infatti il problema principale è che riusciamo a essere attivi solo nel fine settimana. Talvolta le cose più terribili non aspettano noi per accadere. Quando c’è stato l’incendio della Thyssen, alcuni colleghi sono comunque riusciti a esserci. Altre volte non veniamo neppure avvisati. Avremmo bisogno anche di un nucleo di psicologi che lavori stabilmente per l’associazione…

Federica Carena mi ha raccontato anche alcune storie sulla sua esperienza, ma insieme abbiamo deciso che non le avrei pubblicate, perché troppo riconoscibili e per rispetto nei confronti del dolore di chi ha attraversato esperienze tanto dolorose.
A voi chiedo invece cosa pensate di questi interventi. Ritenete che nei casi di morte improvvisa o violenta possa essere utile la presenza dello psicologo, o vedreste meglio altre figure? Avete fatto esperienza di questo servizio, voi o qualcuno che conoscete? Sarebbe bene che gli psicologi potessero essere stipendiati, e quindi sempre presenti?

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2013/09/psicologi.png 262 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2013-09-09 09:39:412013-09-09 09:39:41Psicologi e morte violenta: un’intervista

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