Considerazioni sulla proposta di legge della maggioranza sul suicidio assistito, di Marina Sozzi
Recentemente, il tema del fine vita è tornato al centro del dibattito pubblico a causa della proposta di legge presentata dalla maggioranza riguardo al suicidio assistito. Questo argomento, spesso oggetto di polarizzazione, vede le opinioni dividersi tra favorevoli e contrari, trascurando la complessità delle decisioni che devono affrontare i pazienti in condizioni di fragilità, posti di fronte al declino della propria vita. In questo blog, intendiamo fissare alcuni punti chiave, cercando di evitare schieramenti ideologici.
È importante sottolineare che l’intero arco costituzionale è attualmente chiamato a confrontarsi con questa questione, anche grazie alle sentenze della Corte costituzionale, in particolare la 242 del 2019 e la 135 del 2024. Per questo motivo, anche la maggioranza di destra al governo non può ignorare la questione. Tuttavia, essendo sostanzialmente contraria al suicidio assistito, ha proposto una legge che rende di fatto molto complicato l’accesso a questo diritto.
Tuttavia, ci sono aspetti positivi nella proposta di legge. Ad esempio, il grande rilievo dato allo sviluppo delle cure palliative attraverso alcune modifiche alla legge 38 del 2010: alle Regioni che non hanno presentato il piano di potenziamento delle cure palliative, infatti, può essere imposto un commissario che attui tale rafforzamento. Poiché molti temono che l’approvazione di una legge sul suicidio assistito possa comportare una diminuzione dell’attenzione e dei finanziamenti per le cure palliative, questo aspetto risulta particolarmente significativo.
Tuttavia, sebbene le cure palliative siano un diritto sancito dalla legge 38, esse non devono trasformarsi in un obbligo. La scelta di ricorrere a tali cure deve rimanere una decisione libera del cittadino e non può diventare una condizione per accedere al suicidio medicalmente assistito, come invece vorrebbe la legge: “Non è punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di cui ai commi precedenti, formatosi in modo libero, autonomo e consapevole, di una persona maggiorenne, inserita nel percorso di cure palliative, tenuta in vita da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, ma pienamente capace di intendere e di volere.” Qualora si consentisse il suicidio assistito solo a coloro che hanno intrapreso un percorso di cure palliative (si ponessero quindi le cure palliative come requisito per accedere al suicidio assistito) si rischierebbe di compromettere la dignità delle cure palliative, nel loro compito di assistenza e accompagnamento.
È noto che molte persone che ricevono cure palliative non avvertono più il desiderio di abbreviare la propria vita; tuttavia, è altrettanto vero che in alcune situazioni, malgrado le migliori cure e il forte supporto affettivo, persiste il desiderio di farlo. Questo desiderio può derivare dalla percezione dell’intollerabilità del proprio declino, dalla paura di perdere la dignità, dalla volontà di risparmiare sofferenza ai propri cari, e da altri bisogni soggettivi e profondi. Per garantire l’autodeterminazione dei pazienti, è pertanto fondamentale permettere l’accesso al suicidio assistito per tutti i cittadini, indipendentemente dall’avvio o meno di un percorso di cure palliative.
Per quanto riguarda gli altri requisiti, occorre notare, come molti hanno fatto notare, che sono più restrittivi rispetto alla sentenza della Corte costituzionale, poiché parlano di trattamenti sostitutivi di funzioni vitali e non di «trattamenti di sostegno vitale». La Corte aveva infatti precisato, nella sentenza 135 del 2024 che: «la giurisprudenza di merito ha ritenuto che il concetto in questione (quello di sostegno vitale ndr.) non possa essere limitato alla sola “dipendenza da una macchina”, ma comprenda anche i casi in cui il sostegno vitale sia realizzato “con terapie farmaceutiche o con l’assistenza di personale medico o paramedico”, trattandosi pur sempre di “trattamenti interrompendo i quali si verificherebbe la morte del malato, anche in maniera non rapida”». E’ evidente che restringendo invece in modo così ferreo l’ambito (a trattamenti sostitutivi di funzioni vitali) si finisce per ridurre notevolmente la reale accessibilità al suicidio assistito.
Infine: i pazienti affetti da malattie inguaribili si trovano a fronteggiare un orizzonte temporale limitato. Pertanto, è essenziale che le richieste di suicidio medicalmente assistito possano essere esaminate e soddisfatte in tempi ragionevoli. Non a caso la legge approvata quest’anno dalla Regione Toscana prevedeva che la procedura di valutazione dei requisiti dovesse concludersi entro 20 giorni dal ricevimento dell’istanza.
La proposta di legge della maggioranza, invece, parla di 60 giorni, prorogabili di altri 30. Tre mesi, ulteriormente dilazionabili “in caso di motivate esigenze”.
Infine, merita attenzione la composizione del Comitato di valutazione, che dovrebbe essere nazionale e formato da sette membri nominati dal Presidente del Consiglio, il che rischia di politicizzare fortemente il suo operato, oltre a essere un organismo lontanissimo dalle persone che chiederanno il suicidio assistito.
Non solo: «il personale in servizio, le strumentazioni e i farmaci, di cui dispone a qualsiasi titolo il Sistema Sanitario Nazionale non possono, secondo il testo che è circolato, essere impiegati al fine della agevolazione del proposito di fine vita». Il che significherebbe che le richieste di suicidio assistito potrebbero essere gestite esclusivamente da enti privati. È evidente che, secondo le intenzioni del governo, il compito di gestire le richieste di suicidio assistito approvate sarebbe demandato esclusivamente agli enti del Terzo Settore che offrono cure palliative. Tuttavia, è altrettanto chiaro che questi enti non possono accettare un simile approccio, poiché andrebbe a snaturare la loro missione di offrire assistenza e cure ai pazienti.
Fortunatamente, su questo punto pare che la maggioranza abbia fatto un passo indietro. Vedremo.
Un’ultima, buona notizia. Federazione cure palliative ha avviato un processo di democrazia partecipativa di ascolto dei cittadini su questo tema, come raccontato in questo articolo di Vita. Si tratta di una decisione rilevante, perché il tema del suicidio assistito esce così dal silenzio che l’aveva parzialmente avvolto anche all’interno del mondo delle cure palliative. Occorre dibatterne davvero, senza temere il confronto ed eventualmente anche il disaccordo. Ma occorre sempre ricordare che al centro di questo dibattito non deve stare la politica, ma i bisogni dei pazienti più fragili.
Voi cosa ne pensate?

