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Tag Archivio per: Pascal Bruckner

Avere a che fare con la sofferenza: stare nella ferita è possibile? di Marina Sozzi

7 Aprile 2017/19 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

Distress and suffering with a human eye crying a single tear drop with a screaming facial expression of anguish and pain due to grief or emotional loss or business burnout.Il nostro tempo lotta contro il dolore, non riconosce nella sofferenza un valore o un sacrificio da offrire alla divinità per la propria salvezza, ha respinto il memento mori. Ha finalmente allontanato il dolorismo, per via della secolarizzazione e dei progressi della medicina, che hanno aumentato la nostra aspettativa di vita. Tuttavia, non per questo il nostro rapporto col dolore e la sofferenza è diventato più sano. Anzi. Non dico nulla di originale affermando che, all’incirca dagli anni Ottanta del XX secolo, in Occidente ha vinto un’ideologia edonista, che ha cercato di espungere completamente la sofferenza dall’esistenza dell’uomo. Tale ideologia, che è quella del capitalismo avanzato, ha come valori di riferimento il benessere, o decisamente la ricchezza, il dinamismo, la bellezza, la giovinezza.

Ma in cosa consiste l’eliminazione della sofferenza che perseguiamo? Forse ci spendiamo per ridurre l’ingiustizia sociale, causa di male e dolore, a livello locale e geopolitico? Non direi che l’impegno in questa direzione sia molto diffuso. Ci si lava semmai la coscienza con una donazione per l’Africa, o con un euro lasciato a un mendicante, ma non si permette alla nostra mente di toccare emotivamente, e neppure di pensare, né il proprio né l’altrui dolore.

Piuttosto, siamo inclini a pensare che nella nostra società ciascuno debba fare per sé, salvarsi da sé, trovare il modo per emergere e avere successo: chi soffre è un perdente. Questo modo di pensare (spesso impietoso anche nei confronti di noi stessi) ha vinto quando hanno perso slancio i movimenti sociali del dopoguerra e degli anni Sessanta e Settanta.

Essendo il benessere, e non più il dovere, scopo della vita, la persistenza del dolore, della sofferenza e dell’infelicità sono interpretati come residui arcaici, che la medicina e il progresso tecnologico possono e devono sopprimere, in un ideale di razionalizzazione perfetta del mondo. Il dolore fisico, quello psichico, la sofferenza originata nella storia familiare o sociale, tutto resta sullo sfondo, silente, senza diritto di cittadinanza.

In quanto residui, il dolore, il lutto, la malattia costituiscono zone d’ombra, luoghi di scarsa elaborazione culturale: “impensati” e impensabili. La sofferenza non dicibile diventa allora per l’individuo tabù, non-senso, realtà senza nome di cui ci si vergogna, intollerabile. Siamo probabilmente la prima società nella storia, come scrive Pascal Bruckner in un bel libro dal titolo L’Euphorie perpetuelle, in cui la gente è infelice di non essere abbastanza felice. Non riusciamo a specchiarci nella patinatura della pubblicità, e ci sentiamo inadeguati, imperfetti, sbagliati in qualche misura. Quel che accade è che, in barba al tentativo di negarlo, e forse proprio in virtù di tale tentativo, il dolore si moltiplica, spunta sempre di nuovo, come gramigna infestante, a livello individuale e sociale.

Espungere la sofferenza non è possibile: il tentativo di farlo ci ha allontanati dall’autentica umanità dell’uomo, che sta nell’assunzione della comune vulnerabilità e mortalità (e su questo ha scritto parole interessanti la femminista americana Judith Butler). Lo sforzo del diniego ha fatto sì che, a fronte dell’immenso progresso tecnologico, l’uomo non abbia compiuto un solo passo verso un più alto livello di umanità.

Occorre allora riprendere l’elaborazione culturale intorno all’umana sofferenza, e per farlo sono necessari alcuni cambiamenti di rotta nella mentalità comune.
Intanto, dobbiamo rivedere la nostra diffusa concezione dell’individuo come monade, entità semplice e unitaria, chiusa in se stessa e senza finestre sul mondo. In quest’ottica, infatti, ci illudiamo di poter essere indipendenti dagli altri, mentre è vero il contrario: ciascuno è strutturalmente in relazione con i suoi simili, e con il resto del pianeta, uomini e natura, non fosse altro perché è nato in un determinato paese, in una famiglia, in un contesto sociale, da cui non può prescindere, e che ne segna l’esistenza.

Se io fossi consapevole dell’interdipendenza degli esseri, dell’inter-essere (come lo definisce il monaco buddista vietnamita Tich Nath Han), saprei che parte della mia sofferenza è ineliminabile perché fa parte della mia storia, così come una quota di sofferenza fa parte anche di tutte le storie degli altri uomini: è la porta per poter provare compassione per sé e per gli altri.

Inoltre, occorre trovare nuovi modi per pensare e per condividere socialmente la sofferenza, adeguati al nostro mondo e al nostro tempo: comprendendola, dandole quindi un significato, è possibile farne un’opportunità di crescita personale. Per far questo dovremmo, appunto, stare nella ferita, guardarla, medicarla, averne cura, senza mettere in atto le innumerevoli strategie di fuga possibili, che ci fanno solo stare peggio, aprendo nel nostro intimo voragini di vuoto e rimandando l’approfondimento del nostro dolore a data da destinarsi.

Comprendere l’importanza dell’accoglimento della sofferenza è cruciale: non possiamo essere compassionevoli nei confronti degli altri se non accogliamo la nostra sofferenza. Molte e diverse correnti culturali parlano oggi, con terminologie diverse ma che curiosamente si intersecano, dell’esigenza di essere consapevoli di ciò che viviamo.

Ce lo insegnano le neuroscienze, ambito di studi interdisciplinare interessantissimo e ancora in crescita, che hanno, tra l’altro, contribuito a chiarire il funzionamento delle emozioni, e i gravi danni che derivano dal tentativo di ignorarle. Ce lo suggerisce la psicologia buddista, che ci chiede di stare nel dolore e di comprenderlo, per depotenziarlo. Ce lo confermano alcune correnti della psicologia occidentale più recente, che non a caso hanno messo al centro dell’attenzione le emozioni, e che ritengono che il processo di guarigione sia possibile se fondato sul ritorno al nostro sé bambino, sofferente, per accoglierlo e abbracciarlo come non è stato accolto da piccolo.

In conclusione, varrebbe la pena capire che senza la sofferenza non è possibile né un’autentica umanità, né la felicità stessa. E al contempo che, proprio nell’accoglimento della sofferenza esistenziale di ciascuno, siamo chiamati a vivere come scandalo la sofferenza inflitta, dovuta all’ingiustizia sociale e alla disuguaglianza.

Cosa ne pensate? Qual è il vostro rapporto con la vostra sofferenza esistenziale e con la sofferenza in genere?

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