L’ossessione della perfezione e la rimozione della morte di Davide Sisto
Al rientro dalle vacanze estive i primi pensieri che tormentano la maggior parte delle persone, nel mondo odierno, sono il numero di attività lavorative da svolgere, le scadenze da rispettare, i risultati da conseguire. Ci si sente letteralmente stritolati all’interno di un meccanismo in cui occorre “fare”, impiegando il minor tempo possibile e dovendone rendere costantemente conto a qualcuno. Tutto è incentrato di continuo sulla performance, sul raggiungimento di una perfezione richiesta, sulla valutazione. Pensate a quei ridicoli programmi televisivi di cucina, in cui uno chef vip deride letteralmente davanti alle telecamere il concorrente che gli sottopone un piatto da lui cucinato. Io che sono il Re della buona cucina stabilisco se tu sei degno della mia stima o meritevole del mio disprezzo a seconda di quello che sei capace di fare. O, ancora, pensate a un film come “Whiplash” (2014), vincitore di tre Premi Oscar, in cui un ragazzo che sogna di diventare un grande batterista viene costantemente umiliato da un insegnante feroce che pretende la perfezione assoluta, anche a scapito della salute del ragazzo stesso. Ma non occorre menzionare programmi televisivi e film. Basta che ciascuno tenga conto del contesto all’interno di cui vive e lavora: non c’è modo di fermarsi mai, occorre essere sempre performanti, sempre attivi, sempre ben predisposti alle pretese altrui. Non c’è debolezza che meriti di essere rispettata: il più delle volte nemmeno il lutto di un genitore o di un partner è ritenuto motivo sufficiente per prendere una pausa. Se mi fermo, come posso portare a termine il lavoro richiesto? Rischio di essere licenziato! Rischio di essere scavalcato dal collega! Rischio una penalizzazione.
La mentalità della performatività e della perfezione investe i bambini stessi, subito posti l’uno contro l’altro a partire dai primi passi del loro percorso formativo: un voto positivo o negativo non è la conseguenza di un lavoro più o meno riuscito. È un giudizio perentorio sulla persona. Francesco va bene a scuola, quindi è intelligente; Marco va male quindi è stupido. Appena entrato in società, il bambino è soffocato dall’ansia dell’inadeguatezza e del dover dimostrare qualcosa a qualcuno. E ciò ovviamente non riguarda solo la scuola e il lavoro, ma anche le relazioni interpersonali, nelle quali ogni minimo errore appare come una tragedia apocalittica.
Non c’è scampo: la società odierna sarà ricordata come quella in cui tutti sono sempre sotto pressione. E questo genera depressione, ansia, infelicità, come evidenziano meglio di me Miguel Benasayag e Gérard Schmit nel libro “L’epoca delle passioni tristi” e Alain Ehrenberg in “La fatica di essere se stessi”, per fare due esempi.
Non è un caso, a mio avviso, che il bisogno di perfezione coincida con la ricerca concreta dell’homo cyborg, dell’uomo che deve correggere le proprie debolezze biologiche con tutti gli strumenti meccanici e artificiali a disposizione. L’uomo perfetto è l’uomo che non deve chiedere mai, per citare un noto slogan pubblicitario. Ossia un uomo automatico, che crede che tutto funzioni sempre secondo il modello di causa-effetto, che tutto sia aderente a un principio razionale, principio che respinge e ripudia ogni situazione in grado di limitare la corsa forsennata verso la perfezione assoluta. L’uomo che non deve chiedere mai non può, anzi non deve, ammalarsi, invecchiare, morire.
Ecco, io sono totalmente convinto che vi sia un legame molto stretto tra l’ossessione per la perfezione e la rimozione della morte.
Essere consapevoli della propria mortalità significa riconoscere la normalità della fragilità, prendere coscienza che la perfezione è una gigantesca illusione. Perfetta è di per sé una vita che riconosce l’importanza della debolezza e il valore dell’errore. Daniel Pennac, nel romanzo Storia di un corpo, scrive che «la natura ha orrore della simmetria […] non commette mai un simile errore di stile. Ti stupirebbe vedere com’è inespressivo un viso simmetrico, se ne incontrassi uno!». L’espressività e l’asimmetria sono il segno del nostro modo precario di stare al mondo, una precarietà che non è una debolezza; piuttosto, una fondamentale e preziosa risorsa.
Se la società si impegnasse a educare i propri cittadini, fin dall’infanzia, a riconoscere il proprio limite, partendo dalla limpida coscienza della mortalità e dall’idea che ogni istante di vita non è dovuto o scontato, ma è semmai un che di guadagnato, forse si potrebbero impostare le relazioni lavorative e personali in modo differente. Forse, l’attesa di un risultato potrebbe finalmente non essere più ossessiva. Perché, come succede di continuo, occorre aspettare di ammalarsi gravemente per rallentare la propria andatura, per rendersi conto di quali siano i veri valori della nostra vita? Non sarebbe meglio capirlo collettivamente senza la presenza della malattia, ridimensionando in modo radicale quell’ansia che sorge nella ricerca di una vacua perfezione?
Credete anche voi che la ricerca spasmodica della perfezione sia legata alla rimozione della morte? Fateci sapere.

