“Dovevi fare scudo al gufo con la tua macchina!”: i commenti sui profili social dei morti di Davide Sisto
Da diversi anni osservo con attenzione, da studioso della Digital Death, i comportamenti degli utenti di Facebook all’interno dei profili di persone a loro sconosciute, il cui nome e cognome è però menzionato sui quotidiani a causa di una sopraggiunta morte violenta. Tra le tante novità apportate dall’utilizzo quotidiano dei social network vi è, infatti, quella di poter entrare nella “casa virtuale” di tutti coloro che, per un motivo o per un altro, finiscono sotto i riflettori dei mass media. Nei casi di una morte violenta, conseguenza di un efferato fatto di cronaca nera, si materializza solitamente sugli schermi dei nostri computer e smartphone la famosa scena finale del film “Bianco, rosso e verdone” di Carlo Verdone: morta la nonna di Mimmo all’interno di una cabina elettorale, le persone presenti in loco, invece di rispettarne la morte, litigano rumorosamente tra loro a proposito della validità del voto che la donna ha espresso prima del suo ultimo respiro. Mentre Mimmo piange e chiede silenzio.
Su Facebook succede più o meno lo stesso. Un esempio per tutti. A metà gennaio 2019 i quotidiani nazionali riportano la notizia della morte di una donna ventenne, travolta da un’automobile mentre tentava di aiutare un gufo in difficoltà. Il suo profilo Facebook è stato immediatamente invaso: a) da coloro che hanno sentito il bisogno di esprimere il proprio dolore, scrivendo il classico “R.I.P.” sotto una fotografia della defunta; b) dagli animalisti che hanno attribuito alla donna un ruolo eroico: ha sacrificato la sua vita per aiutare un animale in difficoltà; c) da coloro che hanno offeso la donna, che ha sacrificato la sua vita per un futile motivo, aiutare un animale in difficoltà. Ne è derivato un duraturo scambio di insulti tra la categoria b) e la categoria c), il quale ha implicato poi l’intervento – con un’altra serie di insulti – di coloro che hanno reputato incivile litigare sul profilo di una donna morta. La cosa deprimente è che nessuno di questi aveva conosciuto la vittima, e nessuno ha pensato al dolore provato dai genitori, dal fidanzato e dagli amici.
Questo è un comportamento che si reitera ogniqualvolta ha luogo un fatto di cronaca nera. C’è chi scrive, sempre sul profilo del morto, che ora è “un angelo in Paradiso” e c’è, ovviamente, chi risponde stizzito: “che ne sai se esiste veramente il Paradiso?” C’è chi, nel caso di un omicidio, elucubra pubblicamente – in uno spazio virtuale non suo – sulle modalità con cui il carnefice ha ucciso la vittima. Ci sono quelli che litigano sul presunto comportamento incauto del morto, se la fine della sua vita è legata – per esempio – a un incidente stradale. Centinaia sono state, a questo proposito, le condivisioni del video che due ragazzi italiani hanno realizzato in automobile, prima di morire in un incidente dovuto all’eccessiva velocità. Condivisioni accompagnate da sfottò, rimproveri o insulti.
Come ho detto all’inizio, queste abitudini non sono certo prerogativa esclusiva dei social network. Nella dimensione offline succede più o meno lo stesso. La differenza fondamentale è, però, la seguente: su Facebook tutte le parole e le opinioni personali vengono registrate a tempo indeterminato all’interno di uno spazio privato, anche nel caso in cui l’utente abbia scelto la privacy pubblica per le proprie condivisioni. E quelle registrazioni sortiscono un effetto deleterio su chi sta soffrendo la perdita improvvisa di una persona amata. Violano con superficialità la privacy del dolente, che si ritrova a dover sopportare l’offesa e il giudizio che persone sconosciute manifestano in maniera arbitraria nei confronti della vittima.
Occorrerebbe, pertanto, limitare il proprio perverso desiderio di partecipazione a un evento che non ci riguarda in prima persona, ricordando che la dimensione online e quella offline non sono separate. Soprattutto, sarebbe necessario porre a se stessi la domanda seguente: come mi sentirei se decine o centinaia di sconosciuti entrassero nel profilo social di mio figlio, morto all’improvviso, per esprimere giudizi a caso mentre io sto piangendo la sua inaspettata perdita? In altre parole, la convivenza all’interno dei social network implica una presa di coscienza sui comportamenti da adottare e da evitare in circostanze come quelle descritte. A mio modo di vedere, se proprio si sente la necessità insopprimibile di partecipare a un evento luttuoso, occorre limitarsi a esprimere le proprie condoglianze, evitando commenti e discussioni con altri utenti in merito a quanto è accaduto.
Ciò che più conta è non aggiungere inutile dolore a quello già provato da chi sta soffrendo e, dunque, ricordare che ci si può mettere in disparte e che non è fondamentale “partecipare” se non si è chiamati in causa. Questi pensieri, che sono banali e sorgono spontanei, vanno evidenziati perché sembrano sfuggire a centinaia di persone incapaci di utilizzare con raziocinio gli strumenti digitali.
Quali sono le vostre esperienze a riguardo? Attendiamo, come sempre, le vostre opinioni.



