La morte come scultrice della vita: il fenomeno biologico dell’apoptosi, di Davide Sisto e Marina Sozzi
Le tendenze che oggi cercano di costruire una nuova familiarità con la morte in una cultura che la nega fanno spesso appello alla “naturalità” del morire. Ad esempio, c’è un Natural Death Centre in Inghilterra che insegna alle persone a gestire (senza specialisti funerari) le esequie di un congiunto. Ripetendo spesso che la morte è un processo naturale, da un lato vogliamo confortarci di fronte al morire, in un mondo secolarizzato. E si tratta di un pensiero già presente nella cultura illuministica: con intento anche consolatorio, per Diderot la morte era cambiamento di forma, trasformazione della materia all’interno della Natura. Dall’altro lato, vogliamo riaffermare il nostro rifiuto per l’intervento invasivo della medicina alla fine della vita. Desideriamo morire in modo naturale, cioè senza tubi, cateteri, macchinari.
Oggi però la teoria di Diderot e dei medici vitalisti del Settecento, che affermavano che la materia non muore ma muta costantemente, appare se non errata, fortemente imprecisa alla luce della biologia contemporanea, che ci offre nuovi stimoli per pensare alla morte in termini di accettazione, e non di rivolta e fuga.
Sul piano biologico c’è un fenomeno che evidenzia quanto la vita e la morte siano inestricabilmente legate e non possano esistere l’una senza l’altra. Si tratta dell’apoptosi o morte cellulare programmata: un processo fisiologico che regola le popolazioni cellulari del nostro corpo, che è presente fin dall’origine della prima cellula vivente, e che è necessario per lo sviluppo embrionale e per il funzionamento dei singoli organi. In altre parole, a partire dalle prime divisioni della cellula-uovo ha luogo un vero e proprio “suicidio” programmato: la singola cellula, a un certo punto del suo sviluppo vitale, “si rende conto” di non essere più utile o adatta al raggiungimento del piano evolutivo di un certo tessuto e, pertanto, si auto-annienta. Sembra, infatti, che nel cuore stesso di ogni cellula sia implicito un processo di auto-annientamento quale eventualità che può realizzarsi da un momento all’altro. Questo suicidio cellulare garantisce, innanzitutto, la selezione delle cellule durante lo sviluppo dell’embrione dall’uovo fecondato; permette quindi la costruzione degli organi, scavando i condotti del tubo digerente e quelli del cuore in cui circolerà il sangue. In particolare, grazie ad esso, vengono scolpite le nostre braccia e le nostre gambe; all’interno dei nostri avambracci la morte delle cellule crea lo spazio che separa le ossa, il radio e il cubito, poi scolpisce le estremità degli arti. Permette, inoltre, la separazione delle dita nelle nostre mani.
Ci piace ricordare che il termine “apoptosi” per indicare la morte cellulare programmata è stato suggerito da James Cormack, professore di greco antico presso l’Università di Aberdeen, il quale ha ricordato che Omero lo utilizzava per indicare la caduta delle foglie dagli alberi in autunno o quella dei petali dei fiori. Metafore spesso usate per parlare dell’umana caducità.
Se riflettiamo sull’apoptosi (scrive Jean Claude Ameisen, medico francese e autore di Al cuore della vita. Il suicidio cellulare e la morte creatrice) riusciamo a sostituire nella nostra mente la vecchia rappresentazione della morte come entità estranea, che dall’esterno brandisce la sua falce, con l’immagine della morte-scultrice che, nel cuore del vivente, fa emergere, giorno dopo giorno, la complessità della vita. Se il meccanismo del suicidio cellulare viene inibito, e la cellula singola persegue solo la propria sussistenza e replicazione, nell’organismo insorgono tumori, malattie autoimmuni e infezioni virali.
E’ noto, ad esempio, che le cellule tumorali dispongono di un’inusuale immortalità (reprimono il suicidio) e di una consistente fecondità (scatenano lo sdoppiamento cellulare). Ci troviamo dinanzi ad un affascinante paradosso simbolico: la morte (delle cellule) permette la vita (dell’intero organismo), l’immortalità (delle cellule) determina invece la morte (dell’intero organismo). Vi sono, in definitiva, casi – all’interno degli organismi – in cui è il morire ciò che garantisce il vivere, gravemente danneggiato, viceversa, dal sopravvivere a tempo indeterminato.
Lo stretto legame tra vita e morte all’interno di questo fenomeno biologico ci insegna, da un lato, che è impossibile concepire una vita separata dalla morte e, dall’altro, che è un punto di vista riduttivo pensare alla morte semplicemente come a un fenomeno esterno alla vita, il cui unico rapporto con la vita consista nel distruggerla per sempre.
Viene in mente, da questo punto di vista, ben prima della biologia contemporanea, la riflessione di uno dei primi pensatori dell’Occidente, Anassimandro, che avrebbe affermato che tutti gli esseri hanno la loro origine e la loro distruzione “secondo necessità”, da un unico principio, “poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”, ossia muoiono per permettere ad altri esseri di vivere dopo di loro.
L’immagine della morte come scultrice di vita ci sembra adatta a rimodellare la nostra mentalità intorno alla morte, noi che ci siamo abituati a non volerla accogliere mai, a qualunque costo, né per noi né per le persone accanto a noi. Sembra, anzi, la versione contemporanea della teoria di Anassimandro e di quella di Diderot e dei medici vitalisti. Morire è prima di tutto un dovere, diceva Veronesi, esattamente in quest’ottica.
Cosa ne pensate? Vi ritrovate nell’immagine della morte come scultrice della vita? Siete d’accordo che morire sia un dovere? Come sempre, aspettiamo i vostri commenti.

