Il lutto della vedova, ieri e oggi, di Marina Sozzi

Quando leggo che nella nostra società chi ha subìto una perdita viene lasciato solo, privo di riti collettivi e senza norme codificate, ed è costretto a vivere il proprio dolore ripiegato su se stesso, nel foro interiore, non sono più d’accordo. E desidero argomentare le ragioni di questo mio disaccordo.
Prendiamo una figura emblematica del lutto, quella della vedova. Se si guarda alla storia, constatiamo che nel mondo antico le vedove subivano terribili coercizioni, erano prive di diritti ed erano messe sotto tutela (dei figli o di altre figure familiari), impossibilitate a scegliere per sé: considerate deboli e incapaci, erano spesso indigenti e prive di peso sociale. Nelle civiltà con struttura patriarcale, infatti, la posizione della donna, già subordinata a quella del marito, diventa ancor più precaria a seguito di un’eventuale vedovanza.
Solo durante il tardo Medioevo (XV secolo), le vedove hanno cominciato a poter ereditare la proprietà del marito qualora avessero dei figli minori, e spesso le donne sceglievano di non risposarsi per tutelare la propria autonomia e i propri beni.
Ma anche senza risalire tanto indietro nella storia, durante la seconda metà del XIX secolo, nella società vittoriana, il lutto, ma in particolare il ruolo della vedova, era strettamente normato.
Poiché la mortalità era molto alta, a causa di malattie, mancanza di asepsi, diete povere di nutrienti essenziali, e trattamenti medici del tutto inefficaci, il numero delle vedove (e dei vedovi) era grande. Le regole che regolavano l’etichetta del lutto per le donne variavano a seconda del legame con il defunto: e quelle che andavano rispettate per un marito erano le più rigide e durature. Il lutto delle vedove era suddiviso in tre fasi, da un lutto intenso e profondo a un lutto parziale, con una durata complessiva che poteva arrivare a due anni e mezzo. Abiti a lutto, crespo nero, pesante velo nero sul viso, solo gioielli “da lutto”, in particolare fotografie del defunto. Le vedove non erano tenute solo a precise regole di vestiario (talvolta molto onerose per le famiglie meno abbienti); anche la loro vita personale e le loro attività erano rigorosamente limitate. Per periodi determinati, erano costrette a casa e non potevano fare né ricevere visite, e neppure risposarsi (limitazione grave per quelle che non riuscivano a mantenere se stesse e i figli). L’aspettativa sociale era molto condizionante, e le donne che non rispettavano le usanze erano duramente disapprovate dall’intera comunità. La figura della vedova era soprattutto chiamata a suscitare commozione e pietà, e ci si aspettava che desse spettacolo del suo strazio, che annunciava un lutto inalterabile, definitivo, assoluto. Nel Médecin de campagne di Balzac la vedova compie il gesto, atteso dai presenti, di tagliare una ciocca di capelli; ciò significa che non si risposerà.
Non tutti però condividevano queste elaborate e grevi usanze. Nel 1875 in Inghilterra fu fondata la National Funeral and Mourning Association, che predicava il ritorno alla semplicità, e che ricevette anche l’appoggio della gerarchia ecclesiastica. Ma per vedere un cambiamento furono necessari alcuni decenni, e alcuni importanti eventi politici, sociali e culturali, e purtroppo anche bellici. La Prima guerra mondiale costituì infatti una frattura radicale nelle usanze del lutto per le vedove. Come è noto, la guerra fu un’ecatombe inedita di giovani uomini che perdevano la vita nelle trincee: le loro donne, mogli, madri, fidanzate, mandarono avanti l’economia al posto di coloro che erano al fronte. Queste donne non erano più incoraggiate a portare il lutto: sia perché quegli abiti sarebbero stati inadatti nei luoghi di lavoro, per la loro scomodità; sia perché tante donne in nero avrebbero demoralizzato la popolazione dei paesi belligeranti. Poco per volta le cose iniziarono a cambiare, finché le regole imposte non furono quasi ovunque abbandonate.
Un ruolo molto rilevante, per quanto riguarda la mentalità, lo ricoprì la visione freudiana del lutto, espressa in Lutto e Melancolia, del 1917. Ritenendo che occorresse scindere il legame con il morto per liberare la libido e tornare a vivere, Freud compì uno spostamento interpretativo fondamentale del fenomeno del lutto, portandolo dall’esteriorità (le regole sociali del lutto) all’interiorità. Successivamente, l’interpretazione di Freud è stata criticata da molti studiosi, che hanno proposto modelli psicologici differenti: tuttavia, si è continuato a guardare al lutto come evento che riguarda la psiche.
Nel frattempo, il nostro mondo è cambiato, nelle nostre società di grandi dimensioni sono venute meno le convenzioni rigide, le norme e i protocolli, e si è molto ridotto il controllo sociale, così che generalmente si è ampliata la libertà, la soggettività, la possibilità di scelta su come vivere il proprio lutto. Recentemente è stato inoltre sempre più chiaro che nessun modello di interpretazione può essere rigidamente applicato: ogni lutto è un’esperienza a se stante, ogni persona fa il suo personalissimo percorso di lutto.
Oggi, inoltre, accanto a una maggiore libertà, abbiamo efficaci pratiche di aiuto per chi fatica a superare un lutto: il sostegno della psicologia, da un lato, o l’aiuto tra pari (i gruppi di Auto Mutuo Aiuto), e inoltre siti e strumenti online a disposizione anche di chi vive in parti remote del paese. Cfr. ad esempio: Senza di te del Gruppo Eventi di Roma e l’associazione Maria Bianchi di Mantova.
Tuttavia, chi si occupa di sostegno al lutto rileva ancora una difficoltà tra le vedove. Benché sia loro riconosciuto il diritto di riprendere pienamente a vivere, fanno ancora fatica a concedersi di pensare a una nuova relazione affettiva. I cambiamenti di mentalità, ancora una volta, appaiono lenti, di lungo periodo.
Cosa ne pensate? Avete esperienze vostre o di persone a voi vicine? Che impressione avete del nostro modo di vivere il lutto? Vi pare che stiamo procedendo nella direzione giusta?




