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Tag Archivio per: defunto

Sopravvivere nei propri cari: il rito funebre Yanomami, di Elisabetta Gatto

6 Dicembre 2017/2 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

YanomamiTra il mondo dei vivi e quello dei morti c’è una continuità e una corrispondenza: la relazione tra i defunti e chi è in vita è salda e deve essere coltivata.

È ciò che credono gli Yanomami, una società di cacciatori-raccoglitori e orticultori che vivono nella foresta tropicale dell’Amazzonia del nord, al confine tra Brasile e Venezuela: per loro il legame con i propri cari non cessa al momento della morte. Come presso molte altre società amazzoniche, i rituali funebri yanomami sono cerimonie lunghe e complesse.

Il momento centrale del funerale è il reahu, un rituale che prevede una serie di fasi ben scandite. A cominciare dalla cremazione del defunto e di tutto ciò che a lui apparteneva. Le ossa calcinate sono raccolte e deposte in un paniere coperto poi di foglie e collocato in un luogo alto della casa. Allo spuntare del giorno gli uomini si recano nella foresta per tagliare il tronco dell’albero kamai che, scavato e decorato con motivi geometrici in urucù, un pigmento di colore rosso, servirà come mortaio per triturare le ossa. Quando ha inizio il pianto corale delle donne, un gruppo scelto di uomini – anch’essi con le guance dipinte – inizia la cerimonia della triturazione, riducendo in polvere le ossa.

Il resto delle ceneri – ovvero gli oggetti e la legna usata per fare la pira – è buttato nel fiume, perché nulla di appartenente al defunto rimanga a interferire con i ritmi della vita della comunità.

Il giorno successivo si procede con la preparazione della festa. Ognuno nel villaggio ha un ruolo specifico: alcuni vanno ad avvisare eventuali parenti lontani del defunto, altri escono per la caccia (heniyomu), accompagnata da performance durante le quali ragazzi e ragazze improvvisano una serie di danze e di canti poetici (heri), altri ancora si recano a raccogliere i caschi di banane per la festa. Infine le donne raccolgono manioca per preparare una buona quantità di focacce.

Inizia il conto alla rovescia in base al tempo di maturazione dei caschi di banane. Arrivano gli ospiti, accolti con cibi, bevande e danze. Al ritorno dei cacciatori dalla foresta e alla completa maturazione delle banane, la cerimonia può avere inizio.

Viene preso il paniere con le ossa e portato in processione sul luogo dove già sono stati preparati pestello e mortaio. Dopo la macinazione, le ceneri del defunto vengono mescolate a un frullato caldo di banane. Mentre le donne piangono, i parenti e gli amici del defunto si riuniscono in cerchio e bevono la mistura: è un prezioso momento di condivisione, che testimonia la solidarietà con la famiglia in lutto, sancisce il rispetto per la persona amata defunta ed è un modo per assicurare alla sua anima il viaggio verso l’aldilà. È estremamente importante che vengano consumate le ceneri del defunto, per permettergli di trovare pace e fare in modo che non rechi disturbo ai vivi, nel villaggio. Se il compianto è morto per mano di un nemico, gli uomini evocano maledizioni e promettono di vendicare il morto.

Il rituale osteofagico non è praticato solo in occasione del funerale, ma anche in altri momenti cerimoniali comunitari. Attraverso questa forma di endocannibalismo – vale a dire la pratica di consumare i resti dei propri parenti – i vivi assorbono la forza spirituale dell’anima del defunto. Per evitare che il suo spirito possa ritornare causando problemi alla comunità, vengono distrutti tutti gli oggetti che gli appartenevano e si evita di menzionare il suo nome.

Morire non viene considerato dagli Yanomami un fatto naturale: viene spiegato attraverso i racconti mitici, secondo cui la morte venne inviata nel mondo quando i primi esseri disubbidirono a un comandamento della natura. Essi credono infatti che nell’epoca primordiale gli esseri umani fossero immortali e potessero rinnovarsi e ringiovanire in continuazione.

Nel corso dei rituali gli Yanomami fanno spesso uso di tabacco e yopo, una sostanza stimolante che viene inalata attraverso il naso ed è ritenuta essenziale per entrare in contatto con il soprannaturale e trasmettere la memoria culturale.

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/12/Yanomami_Woman__Child.jpg 2397 2618 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-12-06 11:09:042017-12-11 14:53:18Sopravvivere nei propri cari: il rito funebre Yanomami, di Elisabetta Gatto

La vita nel rito funebre Bororo, di Elisabetta Gatto

28 Settembre 2017/5 Commenti/in Ritualità/da sipuodiremorte

bororoI riti di morte, oltre alla celebrazione del defunto, sono una risposta all’irrefrenabile pulsione vitale dei vivi. Il rito funebre può, infatti, essere identificato come un rito di passaggio, che celebra la morte come avvenimento di transizione non solo per il defunto, ma anche per i vivi: la morte produce di fatto una crepa all’interno dell’armonia del gruppo sociale, e il rito funebre permette alla comunità di integrarla, di rigenerarsi e di prepararsi all’inizio di un ordine nuovo. Il funerale diviene l’occasione per la comunità di riaffermare, attraverso una socialità più intensa, la propria identità e di mettere in scena nella cornice delle pratiche tradizionali la forza vitale del gruppo.

Tra i Bororo del Mato Grosso, in Brasile, il rito funebre è il più carico di significati simbolici e quello che meglio esprime la loro identità culturale. Quando un Bororo muore, il suo cadavere viene deposto al centro del villaggio in una fossa di circa mezzo metro di profondità e coperto con una foglia di palma. È questa la prima sepoltura, che inaugura un periodo di lutto, osservato per circa tre mesi, durante i quali il tumulo viene bagnato varie volte con acqua e erbe per accelerare il processo di decomposizione della carne. Dopo tre mesi, infatti, vengono riesumate solo le ossa, considerate la parte più duratura del corpo umano, alle quali è riservata una particolare cura: vengono ripulite, dipinte con un pigmento rosso (urucù, anatto), decorate con piume di uccello e poi disposte in una grande cesta funebre dipinta con i colori distintivi del clan del defunto e ornata con la visiera e il pariko, il diadema di penne di pappagallo ara che è simbolo dell’identità bororo, infine deposta fuori dal villaggio. È curioso che gli stessi ornamenti usati dai Bororo per rivestire il teschio del defunto siano usati nel rito di nominazione – un potente rito di vita – al momento della foratura del labbro dei bambini. Il funerale, inoltre, è l’occasione per celebrare un altro rito di passaggio: l’iniziazione dei ragazzi del villaggio. Si intende in questo modo celebrare, insieme alla morte, la rinascita.

Dopo la sepoltura, gli abitanti del villaggio intonano canti accompagnati dal suono del bapo, un sonaglio ricavato da una zucca riempita di semi duri o piccole pietre, e danzano attorno al tumulo, impersonando gli antenati con pitture facciali e ornamenti. Le donne in lutto si strappano i capelli, raccolti poi in una treccia da portare avvolta al braccio sinistro o attorno alla testa come ornamento rituale che attesta la condizione di lutto.

Gli uomini partono per la caccia in onore del defunto. La famiglia in lutto dona al cacciatore più abile la treccia di capelli e un powari, una zucca forata, rivestita di penne di uccello con i colori distintivi del clan del defunto: si crede che il suono che produce sia il canto dello spirito del morto. Con questa consegna il cacciatore riceve l’incarico di vendicare il defunto, uccidendo un giaguaro, ritenuto l’incarnazione dello spirito maligno e la causa di quella morte. Uccisa la belva, il cacciatore ne consegna la pelle alla madre del defunto come risarcimento per la perdita perché la usi come tappeto. Vengono utilizzati come ricompensa rituale anche i denti e le unghie del giaguaro, con cui si realizzano rispettivamente una collana e una corona. L’offerta dell’animale riparatore al clan del defunto assume la funzione di ristabilire i giusti rapporti tra gli uomini.

Negli ultimi tre giorni del rito funebre nella capanna centrale gli uomini del villaggio, indossati gli ornamenti tradizionali, intonano un lungo canto lugubre, cadenzato al suono del bapo.

Un anziano è incaricato di richiamare lo spirito del defunto perché si manifesti un’ultima volta: rivestito con un lungo perizoma di foglie di palma, una cavigliera di unghie di cinghiale, il pariko in testa e un tessuto a larga trama davanti al viso, si dirige danzando verso il cortile del villaggio insieme a un corteo, si avvicina a un fuoco e vi getta tutto ciò che apparteneva al defunto quando era in vita. Si crede infatti che il suo ricordo sarà mantenuto vivo non attraverso ciò che possedeva, ma attraverso i suoi insegnamenti. Vengono poi richiamati gli spiriti della natura: questo è un rituale al quale è concesso solo agli uomini partecipare. Il rito funebre è dunque un tempo collettivo, a cui il gruppo partecipa a difesa di se stesso e della propria continuità.

 

https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2017/09/bo-54-w-e1506586654106.jpg 265 350 sipuodiremorte https://www.sipuodiremorte.it/wp-content/uploads/2024/05/93409bba-2fe8-4231-86b3-36648bff989e.png sipuodiremorte2017-09-28 10:22:512017-09-28 10:22:51La vita nel rito funebre Bororo, di Elisabetta Gatto

WhatsApp e il messaggio diretto al morto, di Davide Sisto

19 Gennaio 2017/42 Commenti/in Riflessioni/da sipuodiremorte

whatsapp

Ero al bar con una mia amica e, a un certo momento, cominciamo a parlare a proposito dell’elaborazione del lutto. Lei mi racconta che le è morto il fidanzato qualche mese prima e di quanto fosse a lui legata. Al punto che, il giorno della sua laurea, diversi mesi dopo la morte, non appena viene proclamata Dottoressa ha l’istinto di prendere il cellulare, andare su WhatsApp e mandargli un messaggio per informarlo.

Non ho voluto chiederle perché lo abbia fatto. Non mi è sembrato lì per lì il caso. Però, questo aneddoto mi ha fatto molto riflettere, soprattutto perché – nei miei attuali studi filosofici – sto cercando di capire quanto la cultura digitale influisca sul nostro rapporto con la morte e con il lutto, modificandolo. Già a luglio 2016, su questo blog, avevo scritto a riguardo del legame tra la morte e Facebook, oggi il più grande cimitero (virtuale) che vi sia al mondo, quotidianamente davanti agli occhi di tutti.

Il messaggio diretto alla persona morta su WhatsApp apre, però, un altro orizzonte di considerazioni, molto particolare, che in un certo senso lambisce l’orizzonte dei vari social network, ma ampliandone la portata. Innanzitutto, non ha nulla a che vedere con le parole di commiato pubblicate su Facebook o, in alternativa, con la canzone e la poesia composte per esprimere la propria sofferenza e dare forma all’addio: tutti questi casi sono, che ci piaccia o no ammetterlo, documenti pubblici che, pur rivolti direttamente al morto, vogliamo vengano letti e condivisi anche dagli altri. Non ha nemmeno nulla a che vedere con il diario personale, perché il diario non presuppone vi sia un lettore. Lo scrivo per me stesso, per esprimere i miei pensieri e i miei sentimenti; magari, idealmente e simbolicamente, penso che quelle parole saranno lette dalla persona che ci manca, tuttavia – anche se utilizzassi uno stile di scrittura rivolto al morto – le parole resterebbero tra me e me. Al massimo, c’è il rischio che vengano lette da chi si appropria, con o senza il mio permesso, del diario.

Il messaggio diretto al defunto su WhatsApp è un messaggio privato, confidenziale, che viene letteralmente “spedito”; la ragazza ha spedito un’informazione direttamente al compagno che non c’è più. L’ha indirizzata proprio a lui e a nessun altro. Pertanto, tale messaggio può essere letto, a rigor di logica, soltanto dalla persona viva che lo scrive e, ipoteticamente, dalla persona morta che lo riceve. Nel momento in cui viene dato sul proprio cellulare l’invio, ci può forse essere la speranza di vedere sullo schermo, prima, la comparsa della doppia spunta quale segno del messaggio recapitato e, poi, il divenire blu di questa doppia spunta quale segno del messaggio letto. Ma, al di là di una simile speranza, c’è un gesto simbolico ben preciso, apparentemente in contrasto con la razionalità e con la realtà: la volontà di comunicare una notizia gioiosa – la laurea – alla persona con cui la si sarebbe voluta maggiormente condividere.

E, allora, WhatsApp, se utilizzato in un’ottica appunto simbolica, con la chiara coscienza della realtà della morte, può divenire un tramite romantico tra chi è rimasto e chi non c’è più. Un modo per mantenere vivo, nella propria mente e nel proprio sentire, il legame. Magari immaginando la felicità e l’orgoglio che avrebbe provato lui, fosse stato lì in vita, vedendo la sua compagna laurearsi. Personalmente, non sottovaluterei la portata simbolica e romantica di questo gesto, anzi mi sembra un modo di esprimere quel “legame continuo” tra l’aldiquà e l’aldilà, teorizzato da numerosi filosofi del passato (il romanticismo tedesco ottocentesco, per esempio) e da diversi psicologi odierni e, mai come oggi, avvalorato da quel corpo tecnologico – che è il digitale – in cui si conserva lo spirito delle persone, vive o morte che siano. Inoltre, il fatto che rimanga, dinanzi agli occhi di chi ha spedito il messaggio, la sola spunta della spedizione, senza quella della ricezione, può essere un modo in più per prendere coscienza dello stato delle cose presenti. Quindi, per comprendere l’assenza e la perdita definitive, per farsi una ragione del carattere irreversibile della morte e, dunque, per unire alla natura benefica dell’immaginazione quella pratica del raziocinio.

Vi è mai capitato di scrivere un messaggio o una lettera direttamente a un vostro caro deceduto? E come valutate questa esperienza? Attendo testimonianze e pensieri.

 

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