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Tag Archivio per: cambiamento

Quando si patisce il lutto per la morte di una parte della propria identità, di Davide Sisto

30 Maggio 2019/17 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Al termine di una lezione sulla morte digitale che ho tenuto a un corso di Psicologia, uno studente mi si avvicina per chiedermi un parere a proposito di un tipo di lutto molto specifico: quello per la perdita di una parte della propria identità. Chiedo allo studente di spiegarmi meglio cosa intende. E lui mi risponde dicendo che sta pensando a quelle situazioni traumatiche, o semplicemente dolorose, che ci spingono a cambiare noi stessi radicalmente. A far morire per necessità un lato della nostra personalità e, di conseguenza, a svilupparne altri inediti, ritrovandoci, però, nella condizione di soffrire per la mancanza di ciò che non siamo più e che mai più saremo.

Ovviamente, è una riflessione tanto profonda da un punto di vista emotivo quanto complessa da un punto di vista psicologico. Non è un caso che provenga da uno studente di Psicologia. Resta il fatto che mi ha colpito molto e mi ha fatto pensare nel corso del tempo. In effetti, il ragionamento sembra più astratto di quanto lo sia in realtà. Decidere, più o meno consapevolmente, di lasciar morire – o addirittura di uccidere – una parte della nostra identità è la conseguenza tipica di un’esperienza dolorosa che ci obbliga, per la nostra sopravvivenza, a un sacrificio e a un cambiamento.

Questa esperienza dolorosa è di solito legata a una fine non voluta, magari legata alla morte di una persona amata o a una relazione sentimentale conclusasi male. Ma può anche essere riferita a un malessere riguardante specifiche situazioni esistenziali, le quali devono essere superate e, in parte, rimosse per il nostro benessere psicofisico. Credo che ognuno di noi, nel momento in cui ha avuto luogo uno shock o una delusione, si sia trovato nella necessità di dover sviluppare determinate prerogative della propria personalità, lasciandone sullo sfondo altre. Fa parte dei percorsi di crescita ed è anche il frutto di quella disillusione che, purtroppo, non lascia indenne nessuno a causa degli insuccessi e dei rimpianti con cui – prima o poi – tutti scendiamo a patti.

È interessante, tuttavia, soffermarsi sul lutto che si prova per una parte di noi seppellita. Non si tratta di un lutto metaforico. Ogni fine, di una vita o di una relazione sentimentale, produce contemporaneamente la conclusione di un intero mondo. Il mondo che riguardava il nostro legame unico e irripetibile con l’altro. Siamo abituati a dare una definizione univoca alla nostra identità, ma in realtà ciascuno di noi ha tante identità quanti sono i rapporti che sviluppa nella società. Difficilmente si è uguali con tutti gli interlocutori. Non si tratta di ipocrisia, ma di un normale adattamento della nostra personalità all’esigenza particolare (un partner lavorativo è diverso da uno sentimentale) o alle caratteristiche dell’altra persona (c’è chi è permaloso, chi non si prende sul serio, chi è iroso, ecc.). Tale adattamento è ancor più marcato quando l’intimità aumenta. Ed è ovvio che la fine del rapporto con l’altro si porti via tutto ciò che abbiamo creato insieme, compreso il nostro modo di stare con lui. Ciò avviene il più delle volte contro la nostra volontà. E qui si genera il lutto: l’impossibilità di ritrovare quel noi che è morto con colui che amavamo, quindi l’impossibilità di recuperare l’intero mondo terminato.

Questo è, d’altronde, il meccanismo tipico a fondamento della nostalgia per un tempo che, essendo passato, non tornerà più e che, proprio perché passato, ci sembra preferibile rispetto al tempo che verrà.

La chiave di lettura per l’elaborazione di questo particolare lutto è nell’ultimo concetto espresso. Dobbiamo, cioè, prendere coscienza che ciò che è finito non tornerà più e che ciò che verrà sarà, forse, migliore o comunque non meno importante. Riscoprire la dimensione del futuro come antidoto dell’immobilismo nostalgico provocato dalla morte. Prendiamo il caso, sempre più frequente, dell’anziano che, dopo cinquanta-sessanta anni di matrimonio, resta vedevo. Si ritrova negli ultimi anni della sua vita a fare un’esperienza che praticamente ha vissuto soltanto quando era molto giovane. I figli, il più delle volte, temono che non ce la possa fare. Ma non capita di rado che proprio questa nuova identità da “indossare” sia per l’anziano un modo per crearsi una vita differente, sperimentando ciò che mai avrebbe immaginato. A proposito, consiglio il libro “Fissando il Sole” di Irvin Yalom, in cui racconta proprio una rinascita derivante dalla morte di una parte di sé.

Alla fine, credo che l’unico modo per elaborare il lutto per la perdita di una parte di sé consista nel tentare di guardare il meno possibile al passato, attribuendo un valore superiore a ciò che sta innanzi. Ogni giorno può essere l’occasione giusta per rinascere e, dunque, per comprendere che la morte dell’altro conclude, sì, tutto un nostro mondo ma può anche aprirne un altro, che non è detto sia meno luminoso.

E voi cosa ne pensate? Vi è accaduto di avere l’acuta consapevolezza di aver perso una parte di voi?

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Ripartire dal dolore. L’esperienza di Luke, un americano a Roma, di Di Luke Lombardo, traduzione di Claudio Cravero

22 Aprile 2019/19 Commenti/in Aiuto al lutto/da sipuodiremorte

Può la perdita del proprio amato trasformarsi in una forma di rinascita? A prescindere dal credo religioso, dal tipo di unione, matrimonio o coppia di fatto (ancora da normare in molti comuni italiani), che cosa significa perdere la propria dolce metà?Un incontro inaspettato con Luke, uno straniero di mezza età in visita a Torino di recente, continua a echeggiare con le sue parole: Riavviare, ripristinare e resettare. La lista degli input potrebbe proseguire, ma per Luke l’elenco si ferma a Rinascimento. Luke ha deciso di trasferirsi e reiniziare la sua vita proprio in Italia, culla della rinascita umanistica. Il blog Si può dire morte diventa un’occasione per osservare il tema della morte tenendo in considerazione il melting-pot culturale, ossia la cultura di provenienza o di adozione; il dolore della separazione dal punto di vista di una coppia omosessuale attraverso le parole di ‘Un americano a Roma’. Dopo 23 anni trascorsi con Darin, il marito di Luke morto a causa di un tumore nel 2018, Luke ha deciso di riscrivere la storia della sua vita. Si tratta di un passaggio, che dal biologico (la morte del corpo) diventa biografico. Il suo viaggio è iniziato con un biglietto di sola andata Los Angeles-Roma ed é in-progress nel suo blog The Spaghetti Diaries (Claudio Cravero)

La mia storia di perdita non è unica rispetto al lutto di chiunque altro perda una persona cara. Ciò che potrei considerare unico é l’insieme delle scelte che sto facendo non solo per affrontare il dolore, ma per dare una risposta alla domanda esistenziale che, dalla notte dei tempi, l’essere umano si pone costantemente: “Dove sto andando?”.

Quando subiamo una perdita traumatica, tra queste la morte del proprio compagno, credo sorga spontaneo interrogarsi sul senso di quanto successo e cercarne un significato. Qual è stata la ragione della fine? Che cosa tutto questo ha a che fare con me? Che cosa la morte mi insegna e quale lezione posso imparare da qui in poi?

Dopo la morte di mio marito nel 2018, la mia passione per i viaggi, il desiderio di conoscere culture e persone diverse, unite al mio amore per l’Italia, nonché paese di mio nonno, sono stati di conforto per aiutarmi a scoprire ciò che la vita aveva in serbo per me. La vita di un essere umano non può fermarsi all’esperienza biologica della morte del proprio amato, per quanto lacerante questa possa essere. Credo che il mondo non sia che un piccolo punto, a prescindere dalle dimensione esplorabile del nostro pianeta, rispetto alla grandezza della vita stessa. Adesso più di prima, quindi, la sperimentazione del viaggio e la mia destinazione.

Inizialmente, ho anch’io opposto resistenza ad una possibile fase di rinascita biografica. Per resistenza, intendo il desiderio di non voler cambiare nulla e lasciare tutto esattamente com’era prima che mio marito morisse. Questo avrebbe significato tentare di replicare una vita di fatto non replicabile. La mia resistenza, quindi, era nei confronti di una vita vista in prospettiva. L’aspetto retrospettivo della resistenza, al contrario, mi permetteva solo di stare nel dolore per averne un’esperienza profonda. Ma questo atteggiamento non mi aiutava a uscirne, a guarire. Ho ritrovato questa attitudine più e più volte anche mentre frequentavo gruppi cosiddetti ‘del dolore’. Il mio centro a Palm Desert, in California,  è stato il primo luogo nel quale ho iniziato a dare una forma collettiva e diversa al dolore. Sebbene abbia trovato conforto nel raccontare la mia storia personale e il mio rapporto con la morte, ho visto molte altre persone del centro stagnare e opporre resistenza al cambiamento di prospettiva: non riuscivano a vedere la loro perdita da un’altra angolazione.

Ho ascoltato storie di persone che combattevano da anni contro il proprio dolore, e cercavano continuamente di riconnettersi con quel punto nel quale la morte le aveva separate dai loro cari. Non credo che il tempo guarisca le ferite, come comunemente si è soliti rincuorarci. Il dolore non diminuisce nel corso del tempo. Quello che cambia è l’atteggiamento rispetto alle possibilità di una vita più ampia, proprio lì, al di là del dolore. Il dolore è una forma di crescita per permettere alla vita di chi resta di espandersi. In un certo senso, la nostra biografia si amplifica proporzionalmente allo spazio che decidiamo di dare alla vita stessa, sperimentando così una trasformazione del dolore in qualcosa di più grande e inaspettato. Ho così compreso che l’espansione della mia biografia fosse l’unica opzione per vivere una vita ‘con’ e non ‘senza’.

Con la morte di Darin ho deciso di salutare 30 anni incredibili e colmi di ricordi in California, donando e vendendo quanto possedevo. Al tempo stesso, ho espresso quanta gratitudine possibile rispetto a quanto ricevuto sino ad allora e sono ripartito dalla mia esperienza per creare un nuovo e più profondo valore per la mia stessa esistenza. In questa direzione, il cambiamento ha corrisposto alla mia comprensione, fisica, emotiva ed intellettuale, di una vita da vivere in modo più autentico e profondo, volta alla creazione di valore – ovunque mi trovi.

Essendo italo-americano, sebbene cresciuto negli Stati Uniti, le mie esperienze familiari mi facevano pensare che dopo la morte del proprio coniuge si dovesse convivere con il lutto per il resto della vita, definendo un prima (con) e un dopo (senza); due tempi precisi ma in ogni caso riempiti e definiti dalla perdita. Nonostante i cambiamenti culturali in corso, mi sono scontrato con abitudini sociali alle quali non avevo mai prestato attenzione prima. Ad esempio, non mi ero mai accorto di quanto siamo propensi a catalogare e classificare il nostro status con etichette. Dopo la morte di Darin, mi sentivo continuamente chiamare ‘vedovo’.  Confesso che, a 47 anni, ho rifiutato questa definizione, poiché sarebbe rimasta tale a meno che non mi fossi risposato. È vero, di fatto sono vedovo, ma questa classificazione mi rimanda sempre e solo alla situazione dell’“assenza” di mio marito.

Inoltre, in una relazione gay, credo che l’etichetta ‘vedovo’ porti con sé ulteriori complicazioni ancora da sciogliere. Sebbene i diritti delle coppie omosessuali siano avanzati in modo significativo nell’ultimo decennio, solo ora si inizia a sentire parlare di ‘vedovi’o ‘vedove’ tra le coppie dello stesso sesso. A livello socio-culturale, anche questo aspetto diventerà inevitabilmente sempre più comune e mi auguro che presto sia affrontato anche a livello politico e civile. Infatti, mi sento ancora chiedere come sia morto il mio ‘amico’.

La perdita di un amico è una cosa, la perdita del tuo compagno o della tua compagna é ben altra. Quindi rispondo in genere che “ho perso il compagno di una vita, non ho perso un amico”. Mi sembra ci sia ancora molta confusione in questo senso. Il diritto al lutto del proprio amato è lo stesso a prescindere dalla sessualità dei partner.

Durante questo processo iniziato con la morte di Darin, ho trovato che la scrittura sia a pieno titolo una forma di terapia. Ora capisco perché gli scrittori scrivono, quasi come mossi da un’urgenza comunicativa. Anche se non so ancora dove il mio blog The Spaghetti Diaries mi porterà nei prossimi mesi, vorrei che le persone che leggono i miei post capissero l’importanza delle scelte che facciamo per la nostra vita, indipendentemente dalle circostanze. La mortalità, si sa, é un aspetto della vita, ma la morte del tuo amato non è la morte di te. È, anzi, lo stimolo per ripartire e continuare a cercare il proprio scopo, il più grande possibile.

 

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