Il lutto come disturbo mentale
Due notizie inquietanti: 1) la Big Pharma ha preparato un antidepressivo specifico per il malessere del lutto; 2) al contempo, la depressione conseguente a una perdita è stata catalogata come disturbo mentale nel Manuale Diagnostico e Statistico degli psichiatri, il DSM 5. Il DSM, pubblicato dall’American Psychiatric Association, è una sorta di Bibbia per gli psichiatri di tutto il mondo, molto influente sul piano sociale, poiché stabilisce la linea di demarcazione tra ciò che è “normale” e ciò che non lo è.
Secondo il Washington Post, è scandalo. La Big Pharma commercializzerà un prodotto, il cui nome è Wellbutrin, che renderà miliardi di dollari, sulla base di uno studio fatto su un numero esiguo di soggetti (22); alcuni psichiatri americani, i cui interessi sono molto vicini a quelli della casa farmaceutica, hanno avallato l’operazione, inserendo la depressione post lutto tra le malattie da trattare con antidepressivi.
Oltre all’aspetto delinquenziale dell’operazione, tuttavia, vedo altre considerazioni da fare. Finora non si era giunti a tanto.
Per Bowlby – uno dei maggiori studiosi della fine del Novecento, il cui modello d’interpretazione del lutto è ancora molto seguito – la depressione che si manifesta dopo una perdita è una fase del lutto “normale”, dotata, inoltre, di una sua specifica utilità. La fase depressiva consente di prendere definitivamente coscienza della perdita e di cominciare a intravvedere la necessità di riorganizzare la propria vita.
Fino alla Prima guerra mondiale la parola “lutto” rimandava ai rituali di morte che andavano rispettati. Da allora, e fino a oggi, avevamo “psicologizzato” il lutto, considerandolo un male dell’anima, che andava risolto nel “foro interiore”, “elaborato” all’interno della persona, semmai col supporto della famiglia, e/o di un terapeuta.
Oggi lo stiamo medicalizzando, affidando a una pillola il nostro dolore. Che operazione stiamo compiendo?
Dal punto di vista culturale, non stupisce che gli psichiatri americani che hanno aggiornato il DSM abbiano pensato di farla franca: la loro interpretazione del lutto non è così distante dalle aspettative diffuse nel mondo occidentale.
Al bando ogni esperienza che non sia piacevole! Ingurgitiamo farmaci pur di non fermarci! Non permettiamo che la sofferenza rallenti il ritmo forsennato delle nostre vite, non cediamo al malessere, non facciamo mai spazio alla riflessione, all’introspezione che il dolore, invece, richiede. Ci sarà qualcuno che sarà sollevato sapendo che esiste una pillola miracolosa nel caso in cui perda una persona cara?
Ma davvero vogliamo essere o diventare così, macchine da guerra, senza umanità e fragilità, senza dolore e vulnerabilità, neppure quando la sventura ci è addosso, neppure quando un grande affetto ci lascia? È questa la società di domani che vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli?

