Usi alternativi e trasgressivi dei thanabots, di Davide Sisto
L’immagine è tratta da Futuro Prossimo.
Negli ultimi anni il mondo accademico internazionale sta affrontando sotto molteplici punti di vista il tema dell’immortalità digitale e, in particolare, dei thanabots che, come oramai sapete, corrispondono alle riproduzioni artificiali dei morti a partire dai dati condivisi online nel corso della vita. Tra le numerose ricerche che ho letto ce n’è una in particolare che mi ha colpito. Si tratta di un articolo del 2026 di Joshua Hurtado Hurtado, un ricercatore messicano dell’Helsinki Institute of Sustainability Science (HELSUS). L’articolo si intitola Frontiers of thanabots as DeathTech: Transgressive acts, politics and activism, and emerging professions ed è stato pubblicato qui. L’obiettivo dell’articolo è provare a immaginare un uso dei thanabots che vada oltre l’elaborazione del lutto, sollevando di conseguenza inedite questioni di natura etica, sociologica e psicologica.
Lo studioso messicano ha intervistato quaranta persone, tra possibili fruitori dei thanabots ed esperti di scienze sociali, e ha chiesto come immaginano la loro interazione con i thanabot nel 2040. Dalle interviste ha tratto tre possibili ambiti in cui usare queste innovazioni tecnologiche al di fuori del campo del lutto e dell’eredità digitale: atti trasgressivi, politica e attivismo, professioni emergenti.
Per quanto riguarda gli atti trasgressivi, cioè gli usi dei thanabots che violano determinate norme etiche e sociali, le interviste offrono un quadro decisamente curioso. C’è chi immagina di usare la riproduzione artificiale di un morto per asservirlo, sottometterlo ai propri bisogni. Il thanabot di un morto potrebbe diventare, cioè, un assistente personale che obbedisce alle volontà di chi lo utilizza. Dietro l’uso strumentale della riproduzione artificiale di un proprio caro defunto potrebbe, ad esempio, nascondersi l’implicito desiderio psicologico di una vendetta o rivalsa nei confronti di una persona con cui non si ha avuto un buon rapporto nel corso della vita. C’è chi immagina, invece, di sviluppare relazioni sessuali o comunque intime con thanabots familiari o – per essere veramente provocatori – con quelli di persone solo conosciute in modo relativo. C’è chi infine ipotizza situazioni al limite del comico. Una delle intervistate, per esempio, si chiede se quando prende la metropolitana dovrebbe pagare un biglietto anche per il thanabot di sua madre o quali reazioni avrebbe se un rapinatore tentasse di rubarglielo, caricandoselo sulla schiena e scappando via.
Per quanto riguarda, invece, la politica e l’attivismo alcuni intervistati sostengono che i thanabots potrebbero essere utilizzati per conservare la memoria di figure particolarmente originali o importanti in una comunità di quartiere. Sentire la loro diretta voce potrebbe fare effetto sui cittadini, influenzandoli positivamente con i racconti della loro vita vissuta. Questo tipo di uso è immaginato, soprattutto, da intervistati messicani, i quali fanno riferimento sullo specifico valore simbolico dal punto di vista politico di alcune figure di riferimento per certi tipi di quartiere. All’opposto, potrebbe succedere che vengano creati i thanabots di alcuni capi criminali e, di conseguenza, utilizzati o per continuare a soggiogare le persone che subivano i reati da loro commessi o per diffondere memorie inesatte del passato. C’è chi infine prevede che la possibilità di disporre di un morto che continua a svolgere attività nel mondo dei vivi, pur come mera simulazione, rischierebbe di rendere eterne figure che dispongono di un potere nel campo del lavoro e dell’economia. Ci sarebbe cioè il rischio che nemmeno la morte possa più fermare le azioni di personaggi che esercitano il loro potere nel peggior dei modi.
Infine, per quanto riguarda le professioni emergenti, un intervistato finlandese immagina una nuova specie di curatore museale. Si parte dall’idea che un professore accademico morto sia stato ricreato con un thanabot e, quindi, ci dovrebbe essere una figura che, curando i dati da lui condivisi in vita, fa in modo che il thanabot quando dialoga con gli studenti si attenga scrupolosamente a questi dati. In tal modo, il thanabot del docente ne imiterebbe le conoscenze, lo stile di conversazione, la personalità, perpetrando le sue memorie in una maniera decisamente innovativa. Altri intervistati immaginano nuove figure nel campo dell’avvocatura e del notariato, impegnate a stabilire le regole e i diritti da rispettare in merito alla gestione ereditaria di un thanabot. Infine, c’è chi immagina di introdurre i thanabot nel campo della psicologia, soprattutto per l’assistenza a chi fa fatica a elaborare un lutto doloroso, o nel campo della medicina. In quest’ultimo settore la riproduzione artificiale del morto, a mo’ di gemello digitale, servirebbe come punto di riferimento per la ricerca medica: si terrebbe, cioè, conto delle informazioni che lo hanno riguardato quando era in cura per questa o quella malattia e che sono state condivise in formato digitale. Queste informazioni, sommate a tutte quelle che riguardano altri thanabot, potrebbero essere utili per il progresso scientifico.
L’articolo, come potete notare, è tanto provocatorio quanto curioso. Lo trovo interessante perché prova ad andare oltre le solite cose che diciamo riguardo a questo tipo di innovazione, provando così a mettere alla prova i meccanismi emotivi e psicologici delle persone che di colpo si ritroverebbero a disporre di una simile eredità post mortem. La frontiera degli atti trasgressivi, a mio avviso, dice molto di ciò che noi esseri umani siamo, a prescindere dal tipo di tecnologia di cui facciamo uso.
Voi cosa ne pensate? Trovate l’articolo troppo provocatorio? O pensate che sia utile per ragionare in una maniera più complessa su un fenomeno che certamente provoca forti reazioni emotive e che avrà un probabile sviluppo futuro? Fatecelo sapere.





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