Suicidio assistito in USA

Il 6 novembre, in Massachussets, si vota un Death with Dignity Act. Stato dopo Stato, gli Stati Uniti affrontano il tema del suicidio assistito. Se la legge verrà approvata, i malati terminali la cui aspettativa di vita non sia più lunga di sei mesi potranno chiedere di essere aiutati a morire: dovranno essere coscienti, fermamente decisi, e in grado di prendere da soli i farmaci prescritti. E’ quindi procedura diversa, sia chiaro, dall’eutanasia (somministrazione attiva da parte del medico del farmaco letale), vietata in tutti gli Stati Uniti. Il primo Stato a votare una legge sul suicidio assistito fu, nel 1994, l’Oregon, che ha quindi quasi un ventennio di esperienza. E’ su questo aspetto che vale la pena soffermarsi, come stimolo per i dibattiti nostrani, sovente troppo ideologici e privi di dati.
Uno dei principali timori, di fronte alla legge del 1994, era che rendere accessibile l’abbreviazione della vita finisse per ridurre l’attenzione o gli investimenti per le cure palliative: viceversa, molti esperti ritengono che l’Oregon abbia le migliori cure palliative del paese. Una certa preoccupazione riguardava anche la classe sociale di coloro che avrebbero scelto una morte anticipata, specialmente nel paese delle assicurazioni sanitarie (sistema solo parzialmente corretto dall’amministrazione Obama): invece, coloro che hanno scelto la morte «dignitosa» sono ricchi, colti e provvisti di assicurazione. Non pare, inoltre, che nessuno sia mai stato spinto dalla famiglia, per avidità o per evitare di prendersi cura di un parente alla fine della vita. Molta attenzione è stata posta al tema della depressione. Non è che si chiede il suicidio assistito quando si è depressi? Questa ricerca è più difficile da fare, poiché in fase terminale è normale e fisiologico essere depressi. Tuttavia, gli osservatori della Divisione della Salute pubblica che monitorano, di anno in anno, il modo in cui la legge viene applicata, possono confermare che i pazienti alla fine della vita che chiedono di essere aiutati a morire non sono più depressi degli altri malati terminali. Qualche numero: dal momento dell’applicazione della legge fino alla fine del 2011 il suicidio assistito è stato chiesto da 569 pazienti (1 ogni 500 decessi). La maggior parte avevano forme di cancro con metastasi, e quasi tutti ricevevano cure palliative. Il 94% scelse di morire a casa. Circa un terzo dei pazienti che avevano chiesto la prescrizione letale non ne fecero uso, la tennero a portata di mano, come forma di rassicurazione: avrebbero avuto un’ «uscita di sicurezza» nel caso in cui la situazione fosse diventata per loro insostenibile. Solo un quinto dei pazienti citò il dolore fisico come motivazione principale della loro scelta (il dolore era probabilmente tenuto sotto controllo dalle cure palliative). Viceversa, la maggior parte di loro giudicò intollerabile e indignitosa la perdita di autonomia.
Questo dato mi interroga, pur non intaccando la mia approvazione per la legge dell’Oregon, che auspico sia approvata anche in Massachussets.
Siamo proprio sicuri che la dignità della morte stia nell’autonomia, nel non aver bisogno di aiuto, nel non dipendere da altri per i gesti quotidiani? Forse, la nostra cultura sta enfatizzando troppo questo aspetto, sta innalzando l’autonomia a valore assoluto, dimenticando che tutti, fin dalla nascita, e anche quando stiamo bene, dipendiamo l’uno dall’altro, siamo inevitabilmente in relazione con gli altri, nel bene e nel male?
La dignità non è forse una caratteristica della persona, più intangible e nobile, che consiste nel modo in cui si sta in relazione con se stessi e con il mondo? Un esempio italiano: Piergiorgio Welby ha scelto di non voler proseguire a vivere: ne aveva il diritto e istintivamente siamo dalla sua parte, aveva resistito e sofferto troppo. Ma non era dignitosa la sua vita, prima di morire, anche se non poteva più muoversi dal letto?
Cosa ne pensate?

ps. per chi desideri maggiori informazioni cfr. L’articolo di Marcia Angell, May doctors help you to die? su The New York Review di Ottobre 2012 Guarda l’articolo e i report della Division of Public Health dell’Oregon. Guarda il report

6 Risposte a " Suicidio assistito in USA "

  1. Sandro Milano scrive:

    L’esperienza maturata in Oregon spazza via buona parte delle demagogiche obiezioni di chi e’ contrario alla regolamentazione del suicidio assistito. Quanto al tema “vita dignitosa” credo che ciascuno di noi debba poter decidere cosa e’ dignitoso e cosa non lo e’,per se stesso e solo per se stesso. Cordiali saluti. Sandro Milano

  2. Delia Pace scrive:

    Concordo con Sandro sul diritto di poter decidere sul concetto di qualità della propria vita,tanto da poterla ritenere degna o meno di essere vissuta con tutte le sue conseguenze.Aggiungo che l’esercizio di questo diritto sia,se si può dire,grandemente autopedagogico. Un abbraccio

  3. Giuliano Bono scrive:

    Il suicidio è sempre esistito, e praticato, nella società: difficile accettare che una pratica così diffusa (se ricordo bene più di 7000 suicidi al giorno nel mondo dichiarati, stima per difetto) sia “fuori legge”.. Solo nelle società monoteiste è diventato un peccato, e poi un reato. La deriva è nel considerarlo un atto medico: non lo è e non lo sarà mai. La sedazione terminale/palliativa è un atto medico e come tale viene praticato probabilmente dalla maggior parte di medici che si occupano di malati terminali: essa è deontologicamente doverosa e ripeto comunemente attuata, senza aspettare leggi e vincoli, nel silenzio della relazione medico-paziente.

    • Francesco Stanislao Bove scrive:

      La sedazione terminale/palliativa, non è soltanto un atto medico!
      La “cura” alla persona considerata “malato terminale” per le particolari condizioni di salute irreversibili, viene praticata possibilmente in struttura medico-sanitaria-assistenziale e dedicata, ovvero, l’Hospice! Perchè l’Hospice???
      “Le cure palliative in Italia consistono nell’assistenza attiva e totale dei pazienti terminali quando la malattia non risponde più alle terapie ed il controllo del dolore, dei sintomi, degli aspetti emotivi e spirituali e dei problemi sociali diventa predominante. Le cure palliative hanno carattere interdisciplinare e coinvolgono il paziente, la sua famiglia e la comunità in generale. In questo senso la cura palliativa è un richiamo al più antico e basilare concetto di cura: provvedere alle necessità ed esigenze dei pazienti in qualsiasi luogo si trovino o abbiano scelto per essere curati, al domicilio od in ambito ospedaliero.
      Le cure palliative rispettano la vita e considerano il morire come un processo naturale. Il loro scopo non è quello di accelerare o differire la morte, ma quello di garantire la migliore qualità di vita, sino alla fine”. (Dallo Statuto dell”Associazione Europea per le Cure Palliative)
      Palliativo non significa “inutile”, la sua definizione esatta deriva dalla parola in latino “pallium”:
      mantello, protezione.

      Le Cure Palliative:
      – Affermano la vita e considerano la morte come un evento naturale;
      – Non accelerano né ritardano la morte;
      – Provvedono al sollievo del dolore e degli altri sintomi.
      – Integrano gli aspetti psicologici, sociali e spirituali dell’assistenza;
      – Offrono un sistema di supporto per aiutare la famiglia durante la malattia del paziente e durante il lutto.

  4. sipuodiremorte scrive:

    Il 6 novembre la legge non è stata approvata: il 51% della popolazione del liberale Massachussets ha votato no, contro il 49% di favorevoli. La legge aveva molti oppositori, che affermano che fosse scritta male. Ora vedremo se si terrà conto di quel 49%, percentuale di cittadini non trascurabile.

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