Stare in presenza della concretezza della morte, di Marina Sozzi

3d rendering of a cadaver covered

Data la difficoltà culturale della nostra società di fronte alla morte, non stupisce apprendere che gli operatori sanitari (cui abbiamo delegato la gestione della morte) trovino arduo avere a che fare non tanto e non solo con la morte (concetto in fondo astratto), ma con la materialità del morire, con il cadavere.

Freud aveva parlato dell’ambivalenza antropologica dell’uomo di fronte al corpo morto. Da un lato, non credendo inconsciamente alla nostra propria morte, proviamo una sorta di ammirato rispetto di fronte al cadavere, come se il defunto avesse compiuto, morendo, una missione speciale. Dall’altro lato, tale deferenza è frammista di repulsione. Il cadavere è la persona che abbiamo conosciuto e amato, ma è al contempo qualcosa di estraneo, deperibile e pericoloso, un oggetto inquietante, che appartiene al mondo inanimato delle cose. Da questa percezione nasce l’esigenza universale di dare una collocazione al morto, di smaltire il cadavere: nascondendolo alla vista (inscatolato nella bara e sottoterra), trasformandolo col fuoco, o ancora in tutti i vari modi in cui le culture umane ritualizzano la morte.

La paura del morto è una paura ancestrale, che ha interessato tutte le culture, tra cui l’Occidente cristiano. In epoca medievale e moderna era molto diffusa. Il defunto era pensato come qualcuno (i cosiddetti “revenant”) che poteva tornare tra i vivi, e che sovente non era benevolo nei confronti dei sopravvissuti. Per evitare questi indesiderati ritorni si strutturavano rituali e costumi specifici. Tuttavia, la paura del morto, nel passato della cultura europea, coesisteva (ed era quindi mitigata) con un’organizzazione della vita che creava una maggiore familiarità con i morenti e con i morti, fin dall’infanzia. Si moriva in casa, circondati dai parenti, e (fino al Settecento) anche dai vicini di casa, in locali spesso affollati, dove si svolgevano anche le normali azioni della quotidianità. Erano le donne di casa a lavare il cadavere e avvolgerlo nel sudario, che era stato confezionato da loro stesse precedentemente. Si trattava di competenze che venivano trasmesse di generazione in generazione.

Nella lunga storia del rapporto con la materialità della morte nella cultura occidentale, è soprattutto il Novecento a costituire una netta linea di demarcazione. Sovente non vediamo un cadavere fino a che non siamo adulti: per molte e complesse ragioni, la dimestichezza con la morte non appartiene alla nostra civiltà.

Oggi l’orrore che proviamo per il corpo morto è mutato rispetto alle epoche storiche cui accennavamo sopra. Grazie all’atteggiamento maggiormente razionale nei confronti della vita (e per via della secolarizzazione), è minore il timore dell’ostilità del defunto; in compenso, l’assoluta incompetenza su come avvicinarsi, toccare o manipolare un corpo morto tende a sommarsi all’antropologico sentimento di ambivalenza, aumentando le difficoltà e le paure.

Oggi la maggior parte dei decessi avviene in ospedale, ed è la medicina a gestirli. L’ospedale, però, nel frattempo, è divenuto sempre più esplicitamente “azienda”, ancorché sanitaria, con un preciso obiettivo produttivo, il ripristino della salute per il maggior numero. Tra gli obiettivi di un’azienda sanitaria c’è quindi, in modo piuttosto paradossale, il minor numero possibile di morti nel corso dell’anno. Ma la maggior parte delle persone muore ancora in ospedale.

L’istituzione, profondamente contraddittoria, non aiuta quindi il suo personale a conciliarsi con il morire dei pazienti, e la formazione è carente, sia per i medici sia per gli infermieri. L’imbarazzo regna quindi sovrano, non solo di fronte al dolore dei parenti, ma anche di fronte al cadavere. Pensiamo al percorso di un corpo morto all’interno di un ospedale: i luoghi non sono infatti neutri, e neppure le procedure. Quando muore un paziente, è ritenuto un punto d’onore allontanarlo al più presto dal reparto dove è deceduto per dargli una collocazione nelle camere mortuarie. I morti sono trasferiti in algide barelle metalliche con il coperchio, e, qualora possibile, si fa percorrere loro una strada differente rispetto ai corridoi e agli ascensori utilizzati dai pazienti e dai familiari. La morte va nascosta, occultata, deve strisciare rasente i muri di corridoi riservati al personale, per essere portata nei sotterranei, laddove c’è il luogo deputato ad accoglierli, le camere mortuarie, appunto.

La localizzazione delle camere mortuarie ci permette di cogliere il ruolo che esse rivestono nell’ambito delle aziende sanitarie: alla fine di corridoi sotterranei, vicino a magazzini ospedalieri e spesso a cassoni di rifiuti. Come non pensare che forse, inconsapevolmente, anche i corpi dei defunti siano assimilati, nella macchina ospedaliera, a dei rifiuti?

Si tratta di un contesto in cui è difficile pensare che sia possibile accogliere la morte, o costruire momenti rituali, sia per i familiari, sia per gli operatori. Eppure, a mio modo di vedere, è di questo che avremmo bisogno.

Proviamo a riflettere, a non dare per scontate le cose come sono. Quali sono state le vostre esperienze a contatto con la materialità della morte? Avete trovato un modo per mettervi in relazione con il corpo morto di un vostro caro? Come avete vissuto la morte in ospedale o le camere mortuarie? Avete dei suggerimenti da dare, ai familiari, o agli operatori?

14 Risposte a " Stare in presenza della concretezza della morte, di Marina Sozzi "

  1. antonella cuomo scrive:

    Il mio primo contatto con la materialità della morte è avvenuto precocemente, a tredici anni, quando sono entrata di corsa nella camera da letto dei miei genitori e mi sono trovata davanti il corpo di mio padre, che era spirato da pochi minuti. Nel tentativo di soccorrerlo dopo l’infarto, un medico lo aveva spogliato e gli aveva praticato un’iniezione intra-cardica di adrenalina, poi aveva compiuto delle manovre di rianimazione. Era quasi nudo, sul letto scomposto e diviso in due. Non avevo mai visto il letto dei miei genitori diviso in due parti, il letto di mia madre era stato scostato all’improvviso per permettere quelle manovre disperate. Tempo dopo mi sono resa conto che il caos davanti ai miei occhi era parte della cosa, ma al momento non percepivo i particolari, vedevo soltanto mio padre, bellissimo e meravigliosamente sereno in mezzo allo sfacelo. Fu coperto fino al mento con un lenzuolo, mentre cercavano di soccorrere mia madre che era svenuta ed era stata portata in un’altra stanza. Io rimasi lì accanto, nessuno faceva caso alla mia presenza. Avevo la sensazione che mio padre fosse ancora vivo, in qualche modo che non avrei saputo definire. Eppure sentivo la sua mano inerte, era calda ma non più mia. Qualcuno dei miei parenti entrò e una mia zia iniziò a gridare e a piangere. Passarono alcune ore. Mentre mi spingevano fuori dalla stanza per vestirlo, scostarono il lenzuolo che lo copriva. Mi voltai e vidi che una parte del suo torace e la sua schiena erano diventati completamente lividi. Fu quella vista a darmi la consapevolezza di cosa sia un cadavere, di quanto la morte sfiguri i corpi che abbiamo amato, ai quali ci siamo stretti e di cui abbiamo conosciuto il contatto e l’odore. Nel corso degli anni, quando altre morti hanno colpito la mia famiglia, quando ho atteso nel sotterraneo del policlinico la barella su cui si trovava il cadavere di mia madre, quando ho sollevato la sua testa mentre la spostavano sul tavolo di marmo della camera mortuaria, ogni volta è riaffiorato il ricordo del sangue che aveva inondato il torace di mio padre. Non provo alcun orrore, ma una tristezza senza scampo. Odio le casse da morto, odio i cataloghi idioti delle agenzie di pompe funebri. Odio la scenografia che ottunde la coscienza e impedisce la vista del cadavere nella sua indifesa materialità. L’esigenza di un percorso rituale mi è chiara perché la morte è un passaggio sacro in sé, ma la teatralità che la circonda nel nostro contesto sociale mi sembra una beffa. Accompagnare il cadavere di qualcuno che conosciamo è veramente l’ultima vera occasione che abbiamo per conoscere davvero quella persona, conoscerne l’umanità più fragile, riconciliarci e ri-conoscerci parte gli uni degli altri. Ma credo anche, purtroppo, che questo presupponga sia esperienze personali – frutto del caso o del destino – sia scelte della mente e del cuore, alle quali nessun suggerimento esterno può contribuire. Grazie, un abbraccio.

  2. Serena Oro scrive:

    Grazie Antonella di questa condivisione. Ricordi personali e affettivi, che trasmettono l importanza del momento.

  3. francesca scrive:

    E’ vero la morte in ospedale viene sempre nascosta, occultata perche gli altri degenti non debbono vedere un corpo inerte che viene trascinato fuori, e la cosa triste è che non permettono vicinanza nemmeno ai parenti e l’ultimo atto di pietà che i parenti vorrebbero fare, quello di vestire il loro caro defunto, adesso viene respinto perchè – non so per quale ultima disposizione di legge – i defunti vengono vestiti da operatori sanitari, naturalmente dietro richiesta di denaro. Cordialità Francesca

    • Marina Sozzi scrive:

      Grazie Francesca per la sua testimonianza. In realtà, non c’è nessuna legge che impedisca ai familiari di vestire i propri defunti. Molti operatori cercano di evitarlo, per praticità o imbarazzo. Occorre insistere, se è presente il desiderio di farlo in prima persona.

  4. Elena scrive:

    Mi ha molto colpito questo post, anche perché sono un’infermiera e conosco bene il senso di imbarazzo che serpeggia tra il personale quando un paziente muore. A me sul lavoro non è mai capitato perché lavoro in un reparto, l’ostetricia, dove la morte è l’eccezione, mentre purtroppo ho vissuto questa esperienza personalmente e confermo che non c’è consapevolezza e spesso nemmeno competenza nel trattare la salma. Quando mio fratello è morto per un incidente stradale, l’abbiamo visto in ospedale, dove era stato portato, e ci hanno accompagnato in una stanza isolata dove lui era disteso su una barella, coperto da un lenzuolo fino quasi al mento. Nonostante fossimo da soli con lui, ci hanno permesso di rimanere lì per un tempo che mi è parso molto limitato, considerato anche che eravamo sotto shock e che non sapevamo bene cosa fare. Poi ad un certo punto lo hanno portato via sulla famosa barella chiusa, e l’ho rivisto dopo un paio di giorni da dietro un vetro, in obitorio, per il riconoscimento ufficiale. Essendo morto per un incidente, la procura ha disposto l’autopsia e quella è stata la parte peggiore: ricordo di aver parlato con i medici che l’avrebbero eseguita e di aver chiesto loro di essere delicati.. quando ho rivisto mio fratello il giorno del funerale, il suo viso bellissimo stava iniziando a decomporsi, forse anche perché era passata una settimana dall’incidente e faceva caldo. Non so perché ero convinta che i cadaveri venissero conservati in maniera particolare per evitare tutto questo. La testa era fasciata con dell’ovatta, per via dell’autopsia, e lì ho avuto la chiara percezione che quello che vedevo nella bara non era più mio fratello.
    Quando è morto mio padre in ospedale, pochi mesi dopo, in una stanza di sub-intensiva con altre tre persone, mia madre ed io eravamo vicino a lui, con intorno una tenda per separarci dagli altri. Ho voluto che fosse chiamato subito un prete che ha recitato delle preghiere accanto al suo corpo: mi sembrava così fragile….anche lui è stato portato via dopo non molto tempo, non prima che gli venisse effettuato un ECG per confermare il decesso. Ho chiesto ed ottenuto che venisse vestito non dagli operatori dell’obitorio dell’ospedale ma dagli incaricati dell’agenzia di pompe funebri, con i vestiti che avevamo scelto, con una serie di raccomandazioni, e quando l’abbiamo rivisto, il giorno dopo in obitorio, dove era su un tavolo di acciaio in una stanza piena di altri tavoli d’acciaio con altre salme, il suo corpo non mi è parso così estraneo, e anche il giorno del funerale abbiamo potuto stare vicino a lui per più tempo di quello che avevamo avuto con mio fratello, in una stanzetta con altre stanzette accanto ma che sembrava comunque appartata, e dove tutto mi è parso più sereno.
    Ho letto che esistono dei tanatoesteti che si occupano di truccare e preparare le salme, e trovo sia una cosa bella, perché la salma non mi fa paura ma la corruzione del corpo mi addolora enormemente.

  5. Patrizia scrive:

    Sono OSS da un anno e ho lavorato in questi mesi sempre in RSA. La morte di per sé non mi spaventa. Quello che mi spaventa, e a tratti mi imbarazza, è l’atteggiamento di chi gestisce queste strutture. Quindici giorni fa, prima di cominciare le alzate pomeridiane, sono entrata nella stanza di I., ospite in RSA perché malato terminale per un tumore ai polmoni. Alle consegne mi avevano detto che aveva passato male la notte, al mattino non lo avevano alzato perché aveva difficoltà a respirare e necessitava di maschera per l’ossigeno.
    Purtroppo non ho fatto in tempo a salutarlo. Entrata in stanza, la mascherina era scostata dal viso. Stava esalando l’ultimo respiro; il suo letto era diventato una pozza di sangue per l’emorragia che aveva da poco avuto. Mentre l’infermiera avvisava il figlio, I. ci ha lasciato. A me e alla collega il compito di ripulire il suo corpo e il letto perché i familiari non lo vedessero in quello stato. Avevamo ancora le lacrime agli occhi quando la responsabile di struttura ci dice: “Pensate che fortuna, proprio stamattina hanno chiamato per sapere se c’era un posto per un uomo!!!”.
    Mi direte: “Beh… va così nelle strutture!!!”. Non lo so, forse sì, ma se sono gestite da Religiosi, a me, da cattolica, la cosa imbarazza molto. Il Sig. I. è morto da solo, senza che nessuno gli abbia tenuto stretta la mano, come se il passaggio dalla vita alla morte che si annunciava imminente, non riguardasse più nessuno. Che tristezza!
    Mi scuso per lo sfogo, ma questa cosa ce l’avevo qui… in gola!

    • Elena scrive:

      Patrizia ti capisco bene, anche a me imbarazza terribilmente come vengono curati oggi gli anziani soprattutto nelle fasi terminali della loro vita

      • Marina Sozzi scrive:

        E’ terribile quello che lei scrive, Patrizia. Ma soprattutto mi chiedo: come mai quest’uomo non ha avuto l’accompagnamento di cure palliative? Quanta strada dobbiamo ancora fare!

  6. Giovanni scrive:

    Cara Marina,
    grazie infinite per questo post. Tu non puoi nemmeno immaginare quali corde dolorose tocchi: le più forti, in assoluto, della mia vita. Sono quelle della morte di mia madre. Ho rivissuto tutto, leggendoti. I 4 mesi di ospedale – a seguito rottura del femore inoperabile – di lei già malata di demenza. Speravamo di riportarla a casa, nonostante le condizioni estremamente precarie (e le numerose piaghe da decubito). Quando la situazione è precipitata, a seguito del diabete mal curato (non le veniva misurata nemmeno la glicemia nè c’era alcuna attenzione alla dieta) e di una polmonite che circolava nel reparto (tipica infezione ospedaliera, comunicatami – oltretuttto – solo dopo la sua morte), il primario ha improvvisamente deciso di dimetterla: avevo assistito a una scena analoga all’inizio della sua degenza, con un’altra paziente, e mi era sembrata una crudeltà cinica e gratuita. Io invece ero deciso a proteggere mio fratello disabile dallo spettacolo della sua agonia, ma il medico era irremovibile. Peggio, negava che la morte fosse imminente, nonostante la cosa risultasse evidente a tutti. Dopo aver litigato con lui che rifiutò anche il passaggio in un’ala della stessa struttura a pagamento per anziani e malati cronici, fui immediatamente convocato da un medico-burocrate della struttura che, nonostante le mie proteste, insistette per darmi tutte la carte per l’assistenza a domicilio. Sulla via del ritorno alla sua camera, trovai degli assistenti sociali gentili che mi garantiro il passaggio nella struttura a pagamento nel giro di 3-4 giorni, a patto che il primario pazientasse ancora per quel breve periodo, cosa che non mi garantì affatto. Mia madre morì quel pomeriggio stesso, e non ebbi nemmeno l’opportunità di essere presente, perchè nel tardo pomeriggio la badante mi dava il cambio. Almeno però non morì sola. Convocato, mentre le altre due pazienti della camera – altrettanto anziane e malate – venivano fatte uscire in tutta fretta, mi furono concessi non più di 5 minuti accanto al suo corpo: poi un infermiere mi mise fretta. Un’altra amica di mia madre presente, suggerì: “bisogna staccarsi presto dai morti”. Ma così presto? Mentre salutavo le altre due pazienti della camera, tutte in lacrime me compreso, vidi scorrere per il corridodio a tutta velocità la bara improvvisata di metallo che portava via il corpo di mia madre.
    L’indomani portai i vestiti e la dentiera – il tabù ancestrale del corpo materno mi impediva di occuparmi personalmente della vestizione, e nemmeno sapevo che avrei potuto farlo personalmente. La camera mortuaria era un posto disadorno, tetro e orrendo. Quando la rividi, potei constatare che non era stata usata nemmeno la delicatezza di chiuderle la bocca, cosa confermata dalle altre salme con espressioni ancor più spaventose, ben visibili attraverso le misere tende che separvano una bara dall’altra. Non amo vedere i morti, preferisco ricordarli da vivi. Il corpo di mia madre però mi trasmetteva un’infinita tenerezza, indifeso com’era nel suo sonno eterno, finalmente in pace, dopo anni di tribolazioni. Non lesinai carezze, ormai inutili se non, forse, a me stesso.
    Per non parlare degli impiegati delle pompe funebri, che mi lasciarono un biglietto da visita “casomai avesse ancora bisogno, potremmo farle uno sconto”, ad ancora più allucinanti scene di cinismo assistetti al ritiro delle ceneri al Cimitero di Lambrate. Gli impiegati litigavano al telefono con un parente, poi commnentarono fra loro ad alta voce da vanti a me: “ma quale cazzo di morto è quello?”
    Ho ricavato da quell’esperienza, oltre al dolore, una vera e propria montagna di amarezza, impossibile da dimenticare. E la sensazione di un labirinto kafkiano dove la morte c’è ma non è non dico accolta, ma pervicacemente occultata, negata, rimossa, perfino violata, mentre tutti volgono la faccia dall’altra parte facendo finta di niente, come maschere ostinatamente mute e ostili se non, peggio, irridenti. Mi chiedo quale schizofrenia regga la nostra società in genere, ma anche gli operatori ospedalieri e mortuari – da medici a infermieri ad addetti a funerali e cremazioni – per essere in grado di interpretare un ruolo così sideralmente lontano dalla pietà per i morti e i loro cari. Si chiedono mai quando toccherà a loro stessi? Considero questa una delle più gravi piaghe della nostra società. Assolutamente indegna e imperdonabile.

    • Marina Sozzi scrive:

      Anche a te grazie mille, Giovanni. So bene che questi ricordi si stampano nella memoria e restano incancellabili, dolorosamente incancellabili. Per questo sarebbe tanto importante la formazione. La maggior parte degli operatori non è neppure consapevole…

  7. Elena scrive:

    Carissimo Giovanni, capisco bene tutto quello che scrivi e il dolore che hai provato.
    Da infermiera sono ancora più indignata nel leggere certe cose, e nel vedere come la mia professione sia spesso esercitata da persone indegne, che non conoscono sensibilità nè pietà umana. Mi spiace davvero per quello che hai dovuto provare, e sì. chi lavora in certi settori dovrebbe essere più competente e sensibile.

    • Giovanni scrive:

      Grazie, Marina ed Elena, per le vostre parole. Temo però che il problema non sia solo degli “addetti ai lavori”, ma della società tutta, come sa bene chi frequenta questo blog. Ma, per quanti sforzi si faccia, la questione rimane “di nicchia”, non è oggetto di dibattito pubblico se non nei casi eclatanti ben noti. Si è insistito tanto – almeno sulla carta – per educare i medici a vedere nel paziente non solo un caso clicnico, ma un essere umano con tutte le sue fragilità e la sua dignità di persona. Ma un discorso serio sulla morte resta lontano dai dirigenti degli ospedali e dai nostri media… Capisco anche che per medici e infermieri, addetti alla cura, questa è considerata uno scacco, se non un fallimento, e quindi vissuta male. Ma “quel” medico, evidentemente, la voleva fuori dal proprio ospedale, espulsa e rimossa il più lontano possibile, e così tutto lo staff che lo circondava. Ho ricevuto, dopo, parole di cordoglio solo dal giovane fisioterapista, e da nessun altro, in una sorta di afasia generale – molto eloquente – sul tema..

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