Sono vivo ed è solo l’inizio

Cari amici, oggi vi propongo una riflessione su filosofia e morte. Fermi! non smettete di leggere, non intendo certo parlare della morte nella storia della filosofia, come ci hanno abituati a fare a scuola, lasciandoci spesso in compagnia di teorie mal digerite che apparivano fine a se stesse.
E’ stato molto bello invece discorrerne con Laura Campanello, che ha pubblicato presso Mursia un bel libro dal titolo: Sono vivo ed è solo l’inizio. L’ha scritto, mi racconta, proprio perché ha sempre avuto molta paura della morte, e ha dovuto quindi farci i conti. Il suo strumento privilegiato è stato la filosofia, o meglio la filosofia pratica, l’unica che la coinvolga, e che sorge come ricerca del senso della vita, per vivere meglio. Solo successivamente, Laura, come analista biografica a indirizzo filosofico, ha accompagnato i malati di tumore o di SLA nel loro percorso di malattia.

La meditazione della morte è dunque importante per la vita?
Senza dubbio. Montaigne parlava di libertà, Heidegger di autenticità dell’uomo, ma per me la sua funzione principale è farci arrivare alla fine della vita avendole dato un significato. Non quindi un “memento mori”, ma un “memento vivere”, non dimenticarti di vivere, ricordati di essere consapevole della tua esistenza, come scrisse anche Pierre Hadot.

La riflessione sulla morte è un esercizio individuale, o possiamo condividerla?
Dobbiamo condividerla, pensare alla nostra morte ci porta all’incontro con l’altro, come esplorazione e apertura. La condivisione va dunque concepita come confronto, come integrazione di sguardi diversi.

Cosa rispondi a chi ti dice di non sapere nulla di filosofia, di non possederla come strumento?
Io capisco che siamo abituati a considerare la filosofia come un pensiero complesso e inaccessibile, ma la si può praticare come ricerca di uno stile di vita, come capacità di posare uno sguardo diverso, straniato, su di sé e sugli altri, come possibilità di interpretare il proprio mondo. Noi siamo frutto di una cultura, ma non per questo non possiamo comprenderla e mutarne alcuni aspetti. Non occorre a questo fine conoscere necessariamente il pensiero di Hegel.

Tu citi spesso tre concetti: morte, filosofia e felicità. Come li metti insieme?
La filosofia, se intesa come consapevolezza della propria vita, ci protegge da due rischi: da un lato dai deliri di onnipotenza diffusi nella nostra società, che portano molta infelicità; dall’altro lato ci difende dalla depressione e dall’impossibilità di trovare un senso. Tra l’onnipotenza di chi si pensa immortale e l’impotenza totale, noi possiamo praticare la potenza, ossia l’agire, restando consci del limite e della misura. La felicità risiede nella capacità di accettare quello che non possiamo trasformare, e di intervenire su ciò che possiamo cambiare.

E voi? Pensate che filosofare sulla morte aiuti a dare un senso alla vita? Avete trovato altri strumenti? Altre strade che potete suggerire?

Ps. Per chi desidera leggere il libro di Laura Campanello, questo è il link di Amazon: http://www.amazon.it/linizio-Riflessioni-filosofiche-sullamorte/dp/8842552232/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1394208679&sr=8-1&keywords=laura+campanello.

10 Risposte a " Sono vivo ed è solo l’inizio "

  1. Patrizia scrive:

    Per il mio prossimo gruppo di lettura in biblioteca mi sto documentando sul libro di Duccio Demetrio “Raccontarsi” e su altri testi sia suoi che di altri Autori (Vannini, La morte dell’anima-ad es. o il recente “Oltre il cristianesimo”) alcuni dei quali presenti nel nostro Sistema Bibliotecario Civico; mi interessa approfondire il tema della riflessione autobiografica non solo come “armonizzazione della memoria” e dei propri molteplici vissuti, ma anche sull’esperienza del proprio divenire che include il prepararsi a questo fondamentale passaggio. Anche per il lutto vissuto 7 anni fa con la morte di mio marito e quanto di aperto ha lasciato in me nel percorso di elaborazione e preparazione al mio personale cambiamento di stato. Per tutto questo ritengo ottimo quanto suddetto e spero di poter presto documentarmi sul libro di Laura Campanello. Grazie!

  2. Sandro Milano scrive:

    Nel film “Salvate il soldato Ryan” ,il capitano incaricato di ,appunto,salvare il soldato del titolo gli lascia una pesante eredità , dopo i sacrifici di un intero plotone mormora : ” meritatelo…”.
    A distanza di anni , la moglie del Ryan,così risponde :”si,te lo sei meritato,sei stato un buon uomo”.
    Avrà filosofeggiato? Certamente un contadino del mid-west americano difficilmente avrà scomodato Kant e soci.
    Più probabilmente il ricordo dei compagni morti in battaglia gli sarà servito da etico memento mori,da monito nelle tentazioni morali che ci attraversano la vita continuamente,da sbarramento verso le scorciatoie alla rettitudine comportamentale che ogni tanto ci vengono proposte.
    Ed è stato un uomo buono.
    Retorica a parte anche io vorrei meritarmi un simile ,sincero,epitaffio.
    Non ho compagni morti in battaglia per la mia salvezza,la mia coscienza ne è libera. Come guida ho il mio scampato cancro.
    Cerco ogni giorno di “meritarmi” la patente di uomo buono,spesso senza riuscirci,ma sempre provando a dare un senso morale alla vita che la fortuna mi ha regalato.
    A tutti buone riflessioni a Marina grazie per gli spunti
    S.

  3. Fernando Guidi scrive:

    Una storia palestinese racconta di un uomo che visita un cimitero. Vede le lapidi: una dice “ha vissuto otto giorni”, l’altra dice “ha vissuto un mese”, un’altra ancora “un giorno solo”. “Devo essere capitato in un cimitero per bambini”, dice l’uomo fra sé e sé, ma abbastanza forte da essere udito da una donna che sta passando lì vicino. E questa gli dice: “No, erano tutti adulti. Le lapidi ci dicono quanto tempo ha VERAMENTE vissuto ognuno di loro”.
    Condivido appieno questo brano tolto dall’ultimo libro di Piero Ferrucci (psicosintesi): La nuova volontà.
    Da tanto tempo, per professione e per scelta di vita, cerco di mettere maggiore impegno, più volontà, a VIVERE ogni attimo della vita, qui ed ora, per MORIRE VIVENDO.
    Chiamatela pure filosofia ma questo è diventato ormai il mio motto, il mio inno alla vita, in onore alla morte, lei stessa compresa nella vita, con pari dignità.
    Fernando

  4. maura arbuffi scrive:

    “Voglio entrare nella morte ad occhi aperti” ( Memorie di Adriano), Anche per me è così in quanto a mio avviso, e sono un ‘oncologa che si occupa di pazienti terminali, muore bene colui che ha vissuto bene.

  5. Irene scrive:

    Ho avuto il cancro a 16 anni. Sono stata curata in un ospedale pediatrico, insieme ad altri adolescenti, bambini, neonati. è passato del tempo.

    Soffrire il dolore, vedere l’impotenza negli occhi dei miei genitori, accorgermi che, nel reparto, nessuno parlava della morte. Ancora oggi mi domando cosa sia accaduto a tanti che ho conosciuto, e se, nel corso degli anni, le risposte dei medici alle mie domande sulla sorte altrui siano state sincere.

    Quando ero malata vivevo come tra parentesi, spostando il nuovo inizio della mia vita a quando sarei guarita. Non so perchè ero così convinta di guarire, tra l’altro. I medici non hanno condiviso con me e la mia famiglia molte delle problematiche che avrebbero potuto presentarsi, e che per fortuna non si sono presentate. Allo stesso modo, ho affrontato i primi anni di follow-up senza sapere quanto fosse probabile una ricaduta.

    A posteriori, sono grata del nostro non domandare, e del non dire dei medici. Avevamo già troppo da affrontare ogni giorno.

    Dopo un bel po’ di operazioni, contrattempi e chemioterapici da cavallo, arrivai a quello che il mio protocollo indicava come ultimo ricovero. Uscita dall’ospedale chiesi a mia madre: ‘E adesso?’

    La mia vita coincideva ormai con quella della malata. Avevo imparato a sfruttare al massimo i momenti di libertà e a tenere duro quando non c’era da fare altrimenti, a fingere di non stare male per non essere portata all’ospedale, a sentire i vortici di nausea alla sola vista del complesso ospedaliero. E’ vita? forse sì, forse no. Non saprei.

    Non so se sia un tratto peculiare dell’adolescenza, ma non ho mai accettato la malattia, non mi sono mai rassegnata a presentarmi in reparto per i ricoveri o le operazioni ‘mettendomi un po’ carina’, come mi dicevano i miei, forse pensando di distrarmi o aiutarmi. Quella era una parentesi che in un modo o nell’altra si sarebbe chiusa.

    Solo col passare degli anni ho capito che quella parentesi non si chiude mai. Io non credo che la consapevolezza della morte aiuti a morire, nè a vivere. Aiuta semmai a comprendere, giorno per giorno, che abbiamo il diritto di scegliere per noi stessi. Possiamo vivere come immortali pur sapendo che è un illusione. Personalmente, lo preferisco al peso di essere una ‘sopravvissuta’, alla responsabilità di dover dare un significato alla mia vita.

    Quando si incontrano morte e sofferenza, diventa difficile non accorgersi che la vita non ha un significato. Può averne uno personale, spirituale, religioso, etico; ma anche no. Credo che nè la mia malattia nè la mia guarigione abbiano avuto un senso. Si tratta di biologia, casualità, cellule: questi anni da sopravvissuta non me li sono guadagnati in qualche modo, li ho avuti e basta. Dovrei viverli anche per chi è stato meno fortunato? Forse. Dovrei fare volontariato? l’ho fatto, e ne ho visti morire tanti. Non è vero che quando si è anziani, o malati da tempo, la prospettiva della morte diventa accettabile.

    Questo è quello che si richiede dai malati affinchè chi ci circonda possa non aver paura a sua volta. C’è come una sorta di congiura collettiva, per cui psicologi, medici, familiari e chi per loro iniziano a prepararsi, a preparare il malato, al quale rimane ben poca scelta, si getta a braccia aperte nella retorica dell’accettazione e cerca di farla sua. Quando si vede qualcuno che, invece, si ribella alla morte, mostra la sua paura con una forza primordiale, animalesca, tutti i discorsi, i buoni propositi, le piccole cose che ci confortano ogni giorno svaniscono.

    è agghiacciante accorgersi che a 88 anni non si ha meno paura di morire che a 18 o 48. L’ho visto nei loro occhi, me lo hanno detto e dimostrato. Tutte le volte che prima di affrontare l’ultimo viaggio in ambulanza il paziente chiede che gli si portino gli occhiali, perchè in ospedale vorrà leggere per passare il tempo. Tutti i progetti a lungo termine che vengono condivisi, anche se tutti sanno che il termine è molto breve. Arriverò al prossimo Natale? certo che ci arriverò. Vedrò la primavera? chissà, speriamo. Vorrei almeno un giorno d’estate, per vedere il mare. ognuno ha il diritto di vedere il mare l’ultima volta, no?

    Credo che la conquista più grande sia quella di vedere la morte per quello che è: ci spaventa, non è gestibile, non è teorizzabile o collocabile. Non ci si prepara a morire così come non ci si prepara a vivere. Questa è l’unica consapevolezza che ritengo vantaggiosa. Consente quasi di compiere una scelta ‘informata’: alcuni vorranno riflettere sulla morte ogni giorno, ogni momento, ricacciando l’irragionevole e caparbio istinto di sopravvivenza di cui la natura ci ha fornito (senza il quale forse saremmo estinti?). Altri decideranno che la prospettiva della morte non deve condizionare la loro esistenza pre-morte. Alcuni cercheranno di vivere a lungo, altri di vivere come vogliono, giorno per giorno, senza farlo per qualcun altro, o come se un tribunale designato a stabilire il loro merito, bontà o quel che sia li osservasse ogni momento.

    Discutiamone, condividiamo le nostre esperienze, ma alla fine moriremo da soli. Personalmente, non posso più dedicare le mie migliori energie a cercare o costruire un significato che non mi soddisferà mai, perchè so che non esiste, e non voglio sostituire illusioni con altre, più articolate illusioni. Ma questo è solo il mio punto di vista.

  6. Aldo Vincenzo Pamparana scrive:

    Bellissima e luminosa è la capacità della comprensione, bellissima è la capacità di vedere la bellezza dell’ esistenza in un mosaico che unisce la sobrietà alla bellezza del volto di una donna dal volto arcano e sognante, una corona di parole come una voce divina che dia parole luminose al pianto di un bimbo appena nato e che coroni di polvere di stelle il volto saggio di un anziato che tanto ha navigato e che verso il tempo finale è arrivato, con umile perseveranza porto avanti i miei sogni, sapendo che un giorno essi faranno parte di un disegno eterno.
    Vivo d’ abissi e di trionfi, di morte nell’ anima e di resurrezione. Anche se fra molto tempo sarò ancora giovane nel cuore quando i miei occhi chiuderò, sarà in un giorno di pioggia o di cielo azzurro come l’ infinito ma spero soltanto che in quei frangenti il mio cuore sia il luogo ove si poserà la pace portata da una colomba bianca, quando dopo questa vita nel mare dell’ esistenza nel sonno della morte mi addormenterò.
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    Queste sono mie recenti riflessioni elaborate dopo un tempo molto profondo di depressione che la mia patologia spesso mi dona, mi dona perchè è proprio tramite questa sofferenza anche se difficile da sopportare che le realtà ultime si fanno più tangibili nella loro eterea impalpabilità e riesco ad elaborare queste parole che ho scritto.

  7. Aldo Vincenzo Pamparana scrive:

    CORREZIONE: che coroni di povere il volto saggio di un anziano ……………………
    E volevo aggiungere che personalmente credo che il filosofare sulla morte sia una maniera di ricordare a me stesso l’ importanza di questa vita vivendo ogni giorno come se fosse l’ ultimo ma non per questo perdendo il senso della vita eterna, che da umile credente nel Dio d amore e sempre cercando di frequentare la scuola di Cristo è la mia bussola anche quando questa vita si fa in salita.
    Grazie per lo spazio e grazie gent.ma Signora Marina per la sua capacità di proporre argomenti di cui purtroppo fuori è quasi vietato discutere e che è meglio evitare.

  8. micaela scrive:

    Occorre meditare ogni giorno sulla morte perché non sappiamo quando sara’ la nostra chiamata e dobbiamo essere sempre pronti a lasciare la TERRA che ci propina al contrario eternità e materialismi vari…illusioni che ci allontanano alla Verità più vera: comparire davanti a Dio!La vera Eternità è dopo la morte fisica!

  9. Alberto scrive:

    La mia risposta alla domanda iniziale è sì.
    Sono uno studente di Filosofia che cerca con il coraggio, la speranza e l’abbandono di cui è capace di vivere bene. Di vivere da uomo, nel riconoscimento dei propri limiti e al contempo nella valorizzazione di quel frammento, piccolo ma molto profondo, di responsabilità che abbiamo a disposizione. Pensare alla morte, accoglierla come un’opportunità esistenziale ed etica, senza rinunciare allo sforzo di vivere (il nostro più autentico impegno, visto che – come ricordava Irene sopra – i risultati non rientrano completamente nella nostra “sfera d’influenza”) mi sembra sia di estrema importanza.
    Forse, in qualche misura, ho scelto di dedicarmi alla filosofia anche sotto l’azione di questo stimolo. Condivido con forza la prospettiva della riflessione filosofica come (alto) stile di vita.
    Inoltre, da quattro mesi io e tre miei amici abbiamo attivato un gruppo di condivisione che elabora temi simili (o affini) a quelli presentati in questo sito, con il proposito di stimolare diverse modalità di riflessione, azione e narrazione dialogica nel mondo attorno a noi – tra le persone, che vediamo appiattirsi sempre di più su modelli di comportamento stereotipati, vuoti, illusori. Forse parrà inopportuno, ma credo di potere condividere la soddisfazione e l’umile aspettativa per questa iniziativa con degli interlocutori evidentemente attenti, e fuori dal comune.
    A questo proposito, mi permetto di consigliare a chiunque si trovi a scorrere queste pagine (non ci si arriva per caso, credetemi) altre due letture particolarmente significative sul “problema” del rapporto tra vivere e morire, che passano spesso inosservate: “Oscar e la dama in rosa” di E.I. Schmitt, un breve romanzo contemporaneo; e “East Coker” di T.S. Eliot, un poemetto particolarmente intenso e suggestivo, e di supremo valore spirituale.
    Infine, colgo l’occasione per ringraziare chi ha ideato e realizzato questo spazio, di cui sono da tempo silenzioso (almeno finora) e interessato osservatore. La vostra presenza testimonia una sensibilità e una attenzione importanti e fuori dal comune.
    Sì; grazie.

  10. Luca Perilli scrive:

    Complimenti Irene per la tua lucidità: mi ci ritrovo completamente. Aggiungo però che il “buon vivere” è figlio del “vivere consapevolmente” e ti permette di arrivare in “buona” compagnia al momento di solitudine assoluta che è la morte.
    Ma quel momento -concordo con te- è di astrazione totale dal resto del mondo: lo affronteremo SOLI. Permettiamoci comunque di arrivarci VIVI e non in uno stato di… commorienza!

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