Si può ridere della morte, e come? di Davide Sisto

Negli ultimi anni, non c’è utente dei social network più famosi (Facebook, Instagram, Twitter) che non si sia imbattuto, almeno una volta, nella pubblicità delle onoranze funebri Taffo, il cui leit motiv è fare ironia sulla morte. Durante i periodi elettorali, Taffo rende virale una fotografia in cui sotto la scritta “italiani, vi aspettiamo alle urne” vediamo le immagini di diverse urne che, come potete intuire, nulla hanno a che fare con le cabine del voto. In un’altra fotografia, diffusa quando il Governo italiano ha legiferato a favore del reddito di cittadinanza, leggiamo: “nella vita solo una cosa è sicura. E non è il reddito di cittadinanza”. Sotto, di nuovo, l’immagine di una gigantesca urna. Ancora, durante l’estate, Taffo condivide un’immagine che raffigura due ragazzi che stanno “morendo” dal caldo. Sopra campeggia la scritta “Funeral boom”. Sotto, invece, un esplicito invito: “uscite nelle ore più calde e bevete poca acqua”. Addirittura, in questi giorni, Taffo ha ideato la canzone dell’estate, Magari muori, visualizzata su YouTube da oltre cinquecento mila persone e il cui testo è un invito a godersi la vita, proprio perché consapevoli di morire prima o poi. Una strofa del testo: “Dai, goditi la vita che poi magari muori – e vivi al massimo da qui fino ai crisantemi – non rimandare più che poi magari muori – baciami e stammi addosso che domani sei in un fosso”.

Ridere della morte non è certo una prerogativa esclusiva di Taffo. Nei social network, in Italia, sono molto seguite pagine come Il Salone del Lutto e Necrologika, le quali adottano un atteggiamento in parte dissacrante in parte sarcastico nei confronti di tutto ciò che riguarda il morire, dal lutto al desiderio di immortalità.

Innumerevoli sono, poi, gli esempi cinematografici, musicali e letterari che hanno adottato l’ironia nei confronti del morire. Uno dei più noti esempi tratti dal cinema è quello de Il significato della vita (1983) dei Monty Python, la cui ultima parte è dedicata al Tristo Mietitore, che si presenta alla porta di una graziosa casetta di campagna. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo ci serva per il momento”. La frase divertente di uno dei protagonisti del film è smentita, ahinoi, dai fatti: una mousse di salmone avariata determina la morte di tutti i partecipanti del pranzo. “Offrire una mousse scaduta è socialmente morire”, dice lo spettro digitale della padrona di casa prima di avviarsi – in automobile – verso il Paradiso. O, ancora, ricordiamo Funeral Party (2007), completamente incentrato sulla risata durante la celebrazione di un funerale: si parte dalla consegna al figlio della salma del padre sbagliato fino ad arrivare alle disavventure provocate da uno degli ospiti il quale ha preso, per sbaglio, un potente allucinogeno invece del Valium.

Si può ridere della morte? Si può, cioè, assumere un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di uno degli eventi più dolorosi della nostra esistenza? Quella di Taffo è una strategia pubblicitaria geniale o di cattivo gusto? Dal mio punto di vista, credo che, sì, si possa assumere un atteggiamento ilare anche nei confronti della morte. Ma con dei doverosi distinguo. L’ironia deve, cioè, nascere da una consapevolezza specifica: proprio perché la morte ci spaventa, ci fa soffrire, ci crea ansia, ci paralizza, ecc. possiamo – spesso, dobbiamo – attutirne il peso mettendo a frutto la nostra intelligenza. E l’ironia è, forse, il suo più potente strumento, poiché riesce a ridimensionare il dramma della realtà, cercando di tirare fuori dal tragico l’elemento comico che in esso spesso si cela. Una sorta di detonazione della propria e della altrui tristezza, che fa leva sulla capacità di individuare quel gesto o quella smorfia capaci di ridimensionare, anche per un solo momento, la negatività che ci assale. È, in fondo, un aspetto classico dei comici di professione essere persone, di per sé, malinconiche. La loro comicità è l’arma che gli permette di descrivere quello che provano, forse addirittura di presentarlo per quello che effettivamente è. L’ironia e la comicità, dagli albori dei tempi, sono collegate alla coscienza della nostra mortalità e, senza tale coscienza, probabilmente si sarebbero sviluppate con minor forza tra gli esseri umani.

Assumere questo tipo di atteggiamento nei confronti della morte e della mortalità non deve, però, essere un modo per giustificare qualsivoglia forma di superficialità o la mancanza di empatia. Non deve, cioè, diventare un mezzo con cui deresponsabilizzarci e difendere l’apatia emotiva. In altre parole, il comportamento di Taffo è lodevole se è frutto di una delicatezza interiore, non se è una geniale trovata commerciale che non tiene conto del dolore e della sofferenza che accompagna l’evento della morte.

“Comica o tragica, la cosa più importante è godersi la vita finché si può, perché ci tocca soltanto un giro e quando l’hai fatto l’hai fatto”, diceva Woody Allen in Melinda & Melinda. Ma il godimento della vita non deve, al tempo stesso, essere una scusa per un disimpegno emotivo e una mancanza di condivisione del dolore che, quotidianamente, fa parte del nostro stare al mondo.

E voi cosa ne pensate?

15 Risposte a " Si può ridere della morte, e come? di Davide Sisto "

  1. fiorsngela scrive:

    No in assoluto per me.Ho perso mio marito orsono due anni dopo 50 anni di matrimonio.Parte della mia vita l’ha portata con lui.Vivo di nostalgia malinconia e tristezza senza la sua presenza che mi dava gioia serenita sicurezza e Amore.Ora tutto questo manca eccome.Saluti

  2. Orsetta scrive:

    Sono d’accordo con Fiorangela; mesi fa ho perso l’amore della mia vita e ora mi trovo a 50 anni sola e pure in difficoltà economiche perché lui è morto all’improvviso e non ha lasciato niente di scritto in mio favore. Ho perso la voglia di vivere, non rido e non sorrido più. Forse un giorno tornerò ad essere allegra e solare come un tempo, ma per il momento dolore e tristezza sono gli unici compagni delle mie giornate, altro che risate!

  3. Davide Sisto scrive:

    Care Fiorangela e Orsetta, quello che avete scritto è comprensibile e capisco il vostro punto di vista. Il problema, infatti, di iniziative come quella di Taffo è la difficoltà di mettere insieme uno specifico modo per affrontare la vita con le esperienze dolorose delle biografie personali. Mi rendo conto che certe espressioni ilari sulla morte possano, addirittura, offendere chi ha perso la gioia di vivere a causa di un lutto devastante. Ma, credo, il lato più filosofico e pedagogico che si nasconde dietro a un approccio ilare alla morte consiste nel tentativo di far capire che la vita è fatta così, che ogni momento gioioso può essere di colpo interrotto da uno doloroso e lancinante. Le soluzioni che si possono prendere dinanzi a questo modo di essere proprio della vita sono molteplici, una delle quali è quella indicata da Woody Allen, nella citazione riportata. Citazione che presenta delle difficoltà intrinseche: oltre alla morte, c’è anche la diseguaglianza economica, la menomazione fisica. Facile parlare come W. Allen, se non si hanno problemi di sorta.
    Il discorso, come vedete, è molto complicato. Ma sul piano esistenziale credo che assumere un atteggiamento scanzonato anche nei confronti di un enorme dolore sia un modo per attutire la sofferenza provata. Non tutti ci riescono, non tutti vogliono farlo. E questo è più che legittimo.

    • Ambra Serena scrive:

      Comprendo Fiorangela e Orsetta.
      la perdita di una persona cara mi è stata di “aiuto”, paradossalmente,
      Per conoscere di più sulla vita, è di me stessa. Piano piano ma con volontà
      Ho cercato percorsi di condivisione, di meditazione,di autoaiuto, perché
      Niente è frutto del caso, se noi siamo su questo Pianeta e i ns cari si trovano su un altro piano DI esistenza.
      Ho sentito che non dovevo continuare a “portare avanti la bandiera”- come ha detto un terapista, del fatto che sono rimasta sola. Intorno a noi ci sono persone che ci vogliono bene e la vita non finisce. Ci troviamo dentro ad un cambiamento -nonostante noi-
      Ed è importante ripartire. Certo, non siamo più quelle di prima
      Ma anche con una “ferita” dentro, si può continuare a sorridere perché
      -ma ho le prove. .!- di Ia, oltre il velo chiamato morte- Non si sta così male come si crede. C è troppa ignoranza su qs argomento,ho frequentato convegni,persone che sono on contatto coi propri cari..letto libri, e varie altre cose che mi..hanno riaperto la strada verso la Vita.
      Ho condiviso qs mio pensiero per poter essere di aiuto e vicinanza; -.Non per suscitare polemiche in merito.
      È un percorso che va sempre avanti dato che..l’Anima continua a vivere anche dopo, sebbene in altra dimensione.
      Ambra.

  4. MaryseMiragliotta scrive:

    Sulla rivista Humor fu pubblicato un interessante articolo sull’argomento. Partendo dallo studio condotto da Christopher R. Long della Ouachita Baptist University (Usa) e Dara Greenwood del Vassar College, dal titolo “Joking in the Face of Death: A Terror Management Approach to Humor, si ipotizzava che i pensieri riguardanti la morte possono promuovere, alimentare l’umorismo, proprio grazie al suo straordinario ruolo di difesa psicologica contro l’ansia e la paura.
    In fondo, sdrammatizzare la morte è un modo per riflettere su un tabù (forse, l’unico rimasto) e per celebrare la vita.
    Facciamo nostro l’invito di E. Hubbard, che ci ammonisce bonariamente: “Non prendere la vita troppo sul serio, tanto non ne uscirai vivo”!

  5. Lorenzo Pizzi scrive:

    Dalle mie DAT due note personali ed una citazione sul parlare di morte:

    Insomma, non potendo per onestà e coerenza dire a mia volta “lasciatemi tornare alla casa del Padre”, chiedo per cortesia di non tirarla troppo per le lunghe.

    Detto infine le seguenti disposizioni:
    diffidando della fede, sia essa religiosa, ideologica, politica e finanche calcistica (ad eccezione di quella bianconera, si intende), non richiedo assistenza religiosa;

    “Ce n’erano certi che loro chiamavano “pastelli”, che li aveva fatti una delle figlie quando aveva solo quindici anni, e ora era morta. Erano diversi dai quadri che avevo visto fino ad allora, e in genere più scuri del solito. Uno era di una donna con un vestito nero e stretto, con una piccola cintura che arrivava fino a sotto le ascelle, con maniche gonfie come meloni sui gomiti, e un grande cappello nero che pareva una pala, con un velo nero e sottili caviglie bianche con intorno incrociato un nastro nero, e babbucce piccolissime che finivano a punta come un cesello, e questa signorina aveva la faccia triste e stava appoggiata col gomito destro su una tomba sotto un salice piangente, e l’altra mano era tesa giù lungo il fianco e teneva un fazzoletto bianco e una borsetta, e sotto il quadro c’era scritto: «Non ti vedrò mai più, ahimè». Un altro ci aveva una signorina con i capelli pettinati lisci, tirati su e avvolti intorno a un pettine che sembrava lo schienale di una sedia, e ci aveva un fazzoletto che ci piangeva dentro, e nell’altra mano ci aveva un uccello morto disteso sulla schiena con le zampe alzate, e sotto il quadro c’era scritto: «Non udrò più il tuo dolce gorgheggio, ahimè». E ce n’era uno dove una signorina era alla finestra e guardava la luna, e le scendevano le lacrime dalle guance; e in una mano aveva una lettera aperta, che sul bordo si vedeva la cera nera del sigillo, e contro la bocca ci aveva un medaglione attaccato a una catena, e sotto il quadro c’era scritto: «E tu te ne sei andato, sì, te ne sei andato, ahimè». Questi quadri erano tutti belli, mi pare, ma a me non mi andavano molto, perché se ero un po’ a terra mi facevano venire il magone. Erano tutti tristi che la ragazza era morta, perché ci aveva in mente di farne un sacco di questi quadri, e da quelli che aveva fatto si vedeva che grande perdita era stata la sua morte. Però per me, con quelle idee lì se ne stava meglio al cimitero.”
    Mark Twain, Huckleberry Finn

  6. Luca Perilli scrive:

    Personalmente ho cominciato a irridere la Morte dopo un brutto incidente stradale nel quale avrei potuto perdere la Vita. La lunga degenza in ospedale, la faticosa e talvolta dolorosa riabilitazione e infine la mia rinascita, mi hanno insegnato a usare l’arma dell’ironia affilandola fino a livelli inimmaginabili neanche per me, prima. Naturalmente cerco di essere sempre empatico quando vivo e condivido lutti (e in questo periodo me ne sono capitati almeno 3 o 4 davvero importanti), tuttavia non ho mai voluto perdere questa opportunità -forse effimera- che la Vita mi dà: mio nonno diceva sempre che a parlar di Morte significa essere vivi; il guaio è quando non se ne può più parlare in prima persona!! Apprezzo tantissimo la salace ironia delle pubblicità di Taffo così come i film opportunamente citati, e anche se quella della nota agenzia di pompe funebri è una trovata pubblicitaria, resta pur sempre geniale. Viva la Vita finché c’è, viva il poter ridere della sua acerrima Nemica finché si può!!

  7. Andrea scrive:

    Alcune volte è la morte che ci spinge ad alleggerire lo stato d’animo, dico questo per esperienza personale vissuta in famiglia il giorno del funerale di nostro padre e di seguito vi racconto quanto è accaduto.
    Nostro padre scoprì di avere un cancro in fase avanzata nell’estate del 2010 e finì il suo percorso verso la metà di gennaio 2011, in quei pochi mesi sono stato il suo caregiver principale ed abbiamo anche potuto sciogliere alcuni grossi contrasti, ma questa è un’altra storia, la cosa che ha aiutato tutti è stata la sua fede ed il voler guardare in faccia la realtà della situazione, mi aveva dato anche le disposizioni per la cerimonia ecc…..
    Quella mattina di gennaio nel cimitero di Coviolo vicino a Reggio Emilia si doveva iniziare il funerale alle 9 del mattino, eravamo tutti in attesa che arrivasse il sacerdote ( un suo “amico” che mi aveva incaricato di chiamare) che doveva celebrare la funzione, dopo una lunga e snervante attesa del prete non si avevano ancora notizie, non sapevamo più cosa raccontare ai numerosi presenti. Incaricai quelli dell’agenzia funebre di cercare di contattarlo, dopo inutili tentativi telefonici finalmente lo hanno trovato e ” Udite Udite!” disse al telefono che se ne era dimenticato e ormai non poteva venire perché aveva un altro impegno.
    Non vi descrivo i vari commenti che suscitò questa cosa, io e i miei fratelli ci siamo guardati in faccia increduli e ci siamo detti ” che facciamo?”
    Fortunatamente uno dei presenti, un collega di una mia sorella era un diacono e si offrì generosamente di celebrare la funzione. Verso la fine della cerimonia iniziò una tormenta di neve, il fatto è che la sepoltura doveva avvenire in una località di montagna paese di origine di nostro padre e così dopo aver ringraziato tutti i presenti , visto il brutto tempo li invitai a ritornare a casa. Solamente noi famigliari stretti e un piccolo gruppo di amici ci siamo incamminati con le auto dietro il carro funebre, la neve scendeva sempre più abbondante e la strada saliva sempre di più, ad un certo punto il carro funebre non riusciva più a salire così abbiamo dovuto trasferire a mano la bara su un altro mezzo, arrivati finalmente al cimitero dopo che un gentilissimo signore aveva liberato la strada con il suo trattore spazzaneve, più o meno 10 km, arrivammo al cimitero convinti di trovare la buca già preparata nel terreno, invece no, lo scavatore era rimasto bloccato dalla neve e non era pronto niente. Erano ormai le prime ore del pomeriggio e sembrava che non se ne venisse a capo, non si poteva non sorridere in quella situazione, sembrava un film di fantozzi, ne succedeva una dopo l’altra.
    Siamo andati da un vicino conoscente che abita nei pressi del cimitero per chiedere aiuto e lui ci disse che aveva un piccolo scavatore, non ci sembrava vero!
    Ci ha prestato lo scavatore e così finalmente siamo riusciti a seppellire le spoglie di nostro padre, mi ricordo la scena di mia madre che da brava previdente aveva portato un termos di te caldo e lo offriva ai presenti infreddoliti sotto la neve al cimitero.
    Alla fine dopo ore sotto la neve ci siamo guardati sorridendo e ci siamo detti ” Ce l’abbiamo fatta Finalmente!!!!”
    Ogni volta che lo ricordiamo raccontandolo a chi non c’era ci facciamo un sacco di risate.
    Voglio concludere dicendo che si può ridere di certi aspetti legati alla morte, bisogna fare attenzione con chi e quando farlo.
    Ridere di certe situazioni non significa sminuire la sofferenza di chi ha avuto una perdita, quest’ultima merita tutta la nostra attenzione e rispetto.
    Grazie per queste riflessioni
    Andrea

  8. Franca scrive:

    Buongiorno a tutti, essendo volontaria da 15 anni in un hospice per malati terminali, mi sono trovata e mi trovo , molte,molte volte , faccia a faccia con la morte. Morte di nonni, genitori, coniugi, fratelli e ahimè , figli, e mi rendo conto che la morte per tanti, è ancora un tabù, qualcosa su cui è meglio sorvolare anche se ce l’hai di fronte, come se, negandola, la si potesse, almeno per un po’ allontanare. Non mi piace Taffo, pur ammettendo che da un punto di vista commerciale e pubblicitario sono abilissimi. Io condivido, anzi lo faccio mio, il pensiero di Gilgamesh, eroe babilonese che, ben quattromila anni fa, a proposito della morte di un amico diceva:” …la tristezza mi entra nel cuore. Io ho paura della morte”.

  9. Davide Sisto scrive:

    Grazie davvero a tutti per i contributi che state condividendo. In particolare, ringrazio Andrea per il racconto del funerale del padre che ha condiviso con noi e che, secondo me, mette bene in luce il senso di quello che ho scritto nel post.

  10. Marco M. scrive:

    Si, si può scherzare anche sulla morte, come ci racconta Andrea e il funerale di suo padre.
    Il problema, già da me sollevato una volta, è quello delle onoranze funebri. Taffo, come è emerso da diverse indagini giudiziarie e su una inchiesta della rete LA7, al pari di molte altre organizzazioni analoghe, impone la sua presenza nelle camere mortuarie degli ospedali attraverso metodi non proprio trasparenti.
    La situazione nel centro-sud Italia è abbastanza pesante. Magari se ne potrebbe parlare in una pagina apposita.

  11. Patrizio Pesce scrive:

    “Sono io la morte e porto corona,
    sono io di tutti,signora e padrona” (Angelo Branduardi)

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