Senza parole: parliamo di suicidio

locandina10_09_2016In occasione della giornata internazionale di prevenzione del suicidio, il 10 settembre, pubblichiamo il bellissimo testo di Carla Chinnici.

Carla, “sopravvissuta”, come si usa dire, al suicidio del marito, ci permette di comprendere cosa accade a chi deve affrontare il suicidio di un congiunto.

Sono parole che ci sono parse più efficaci di mille statistiche, peraltro facilmente rintracciabili sul web. Per un 10 settembre diverso è anche il sottotitolo della locandina dell’incontro organizzato alla Claudiana di Milano da Carla Chinnici, Senza Parole.

Consigliamo ai nostri lettori milanesi di partecipare.

 

 

“Mi chiamo Carla e sono una sopravvissuta. Nel gergo di chi gravita attorno al problema, i sopravvissuti sono coloro che hanno perso un loro caro per suicidio.

Mio marito si è tolto la vita nel 2009. Era un quarantenne, un manager rampante dal futuro promettente, lavorava per una importante agenzia di pubblicità.

Ci tengo a sottolineare che oltre ad essere un tipo brillante, colto, intelligente, simpatico, era anche bello e lo dico perchè mi sono sempre ritenuta fortunata del fatto che fra tante, avesse scelto proprio me.

Solo una volta andati a convivere mi sono resa conto che qualcosa in lui non andava, e così indagando ho scoperto la sua dipendenza da alcool e da sostanze.

Sono stati anni difficili, durissimi, fatti di bugie o mancate verità, promesse deluse, impegni non rispettati, litigi, violenze verbali.

Lui come paziente ed io come familiare ci siamo rivolti presso un centro per dipendenze di varia natura, ma i suoi impegni lavorativi lo costringevano a viaggiare spesso e a saltare di conseguenza gli appuntamenti previsti.

A volte avevo la presunzione di credere che le cose stessero migliorando, magari bastava poco, un gesto, una parola per creare in me questa illusione, ma poi bastava un attimo per riportarmi alla realtà.

Così si arriva in fretta a quel cinque giugno, ricordo che mi accompagnò in ufficio e quel bacio prima di scendere dalla sua auto, fu l’ultimo.

Dopo circa due ore arrivarono gli agenti della polizia di stato ed in maniera piuttosto diretta mi comunicarono che si era defenestrato. Confesso di non aver mai sentito quel termine prima di allora, eppure di aver avuto nell’immediato la percezione di quello che era successo .

La perdita di una persona cara per suicidio è scioccante, dolorosa e inaspettata.

A differenza di altri decessi, in cui la responsabilità dei cari non è messa in discussione, in quanto la morte sopraggiunge per malattia, incidente o vecchiaia, nel caso del suicidio, le persone che hanno avuto anche un minimo contatto con il suicida, si domandano se avrebbero potuto in qualche modo evitare, ostacolare e quindi prevenire l’atto letale.

I survivors sono persone che si sentono colpevoli per non essere stati presenti in quel momento, per non aver capito, per non aver impedito, per non aver chiesto aiuto, per non aver visto.

Contribuisce ad accrescere questo stato d’animo il fatto che molti di loro percepiscono la sostanziale mancanza di sostegno dalla rete sociale che spesso o non sa come reagire, oppure non si attiva proprio perché il senso di vergogna impedisce di chiedere aiuto. Ciò scatena spesso rabbia, i sopravvissuti si sentono rifiutati ed abbandonati.

Le persone che affrontano un lutto sono generalmente comprese e ricevono compassione, nonché sostegno; non si può dire che lo stesso avvenga per coloro che hanno perso un caro per il suicidio.

Esiste una sorta di processo d emarginazione nei loro confronti, eppure il suicidio è un forte segnale di disagio e come tale dovrebbe spingere la società intera ad interrogarsi sulla propria inadeguatezza e difficoltà a comunicare valori e significati che motivino la vita stessa anziché negarla.

Un’altra grande difficoltà dei sopravvissuti è immaginare momenti felici con chi è deceduto, il quale, avendo scelto di suicidarsi, ha scelto di non vivere più con i suoi cari, privandoli della possibilità di condividere anche i momenti lieti.

Questa difficoltà sussiste perché manca un evento accidentale come causa di morte; il suicida ha scelto di morire e dunque per i survivors ha scelto anche di interrompere qualsiasi rapporto con i suoi cari. Questi sono in conflitto nell’accettare e rifiutare la memoria del suicida.

Riemergere da un suicidio è possibile, ma è necessario affidarsi a professionisti dell’aiuto, gruppi terapeutici e\o, di auto mutuo aiuto, occorre attraversare il dolore lasciandosi accompagnare, soprattutto all’inizio.

Io stessa ho seguito un percorso di questo tipo ed oggi sono impegnata in prima persona a favore della prevenzione per il suicido.

Malgrado le statistiche, a me personalmente non piace parlare di categorie a rischio, ma di persone che hanno bisogno di essere ascoltate e capite nelle loro personali ed esistenzialistiche problematiche.

Persone cui la morte sembra la soluzione migliore alla loro sofferenza, ma che se solo potessero aspettare un altro momento, scoprirebbero nuove modalità risolutive ai loro dolori.

Le persone che si suicidano hanno perso la speranza.

Serve una cultura dell’ascolto e della relazione che si faccia carico della fragilità e dell’incertezza, del dolore e della frustrazione, senza interpretarlo come fallimento.

Una cultura rinnovata che accolga il disagio dei più deboli in una dimensione collettiva e trasformativa che produca resilienza e capacità di adattamento.”

 

 

20 Risposte a " Senza parole: parliamo di suicidio "

  1. Monica scrive:

    Toccante, profondo, completo in tutti gli aspetti.
    grazie

    • Claudio scrive:

      Cara Carla,

      Ti ringrazio per questo post e per le parole di aiuto e conforto che il tuo messaggio profondono con tanta attenzione e delicatezza.

      C’è un aspetto della tua storia che ci accumuna e che nel tempo ho accettato, digerito e che in qualche modo pensavo di aver dimenticato. Le tue parole, però, hanno risvegliato un “fastidio” che credevo di aver superato: il senso di colpa di chi sta intorno al suicida.

      Il mio ex compagno, dopo 4 anni di relazione, ha tentato il suicidio nel 2012.
      Un segnale che lui ha però lanciato proprio nel mezzo di quella notte programmata con la morte, é arrivato a destinazione per impedire che accadesse. Nel cuore di quella notte, infatti, e per puro caso io lasciai il telefono acceso, ricevo un sms, mi sveglio e leggo un breve e ambiguo messaggio da lui inviatomi.

      Mi precipito nella nostra ex abitazione, e il mio sospetto carpito nella non chiarezza di quel suo messaggio diventa realtà. Lui ha scelto di morire e lo scrive in due lettere di addio alla sua famiglia depositate lì, nero su bianco, sul tavolo del soggiorno.
      Mi attivo con polizia e carabinieri di quei distretti provinciali dove lui ha programmato di suicidarsi, e dopo 5 ore, orami all’alba, la sua auto viene rintracciata in uno sterrato di campagna da un contadino locale. Il suo corpo assuefatto dal gas introdotto nell’abitacolo, quasi al limite della respirabilità, e le sue membra intorpidite dall’alta dose psicofarmaci ingerite.
      Quell’intervento dell’abitante locale é provvidenziale per impedire il peggio. Lui si é salvato.

      Quello al quale facevo riferimento rispetto al tuo racconto é il senso di colpa per chi sta intorno al suicida. A quel grado di responsabilità che abbiamo (o non abbiamo) nei confronti degli altri, e soprattutto dei cari che ci circondano.

      Quante volte mi sono chiesto se un maggior ascolto da parte mia potesse cambiare le cose, evitare di arrivare quel punto, e mille altri perché e altrettante domande sono seguite a quell’episodio.
      Per quanto avessi io deciso di interrompere la nostra relazione, non è però stata mia la responsabilità delle azioni che ne sono conseguite. I suoi familiari , anziché ammettere le difficoltà del proprio caro, hanno negato l’instabilità emotiva del soggetto coinvolto, e hanno rincarato la dose sulle responsabilità di chi ha permesso che questo potesse accadere. Quindi mi sono trasformato – o meglio ho lasciato e permesso a terzi di trasformarmi – nel carnefice, nel colpevole dell’accaduto, e anche nel soccorritore.

      Questa persona ha delegato il raggiungimento della sua felicità nella vita a terzi, dipendendo quindi da altri anziché attingere alla forza vitale che ognuno ha dentro.

      Non siamo colpevoli o responsabili della vita e della felicità altrui. Né tantomeno siamo rescuers o redentori delle vite degli altri. Non ho la presunzione di aver salvato nessuno, perché non sono nessuno per poterlo dire, ma nemmeno sono colpevole delle azioni altrui.
      L’unica cosa che possiamo fare, come nel tuo caso, é stare attenti ai segnali di personalità cosiddette borderlines, cogliere sfumature e affrontarle per come possiamo, ricorrendo alla psicoterapia, consultori, medici o altre forme di aiuto. Manifestare, in poche parole, la nostra sensibilità di esseri umani che sanno “sentire”, provare empatia, simpatia e compassione (sentire insieme). Ma dobbiamo, almeno nella mia esperienza, smettere di investirci di ruoli quali salvatori o redentori che non siamo. La vita altrui é, appunto, altrui. E nessun gesto, presunto o mancato da parte nostra, ci può trasformare né in carnefici né in vittime del suicida.

      • Asenath scrive:

        mi piace come hai saputo affrontare quella tragedia. Sei una persona equilibrata che ha avuto il coraggio di dire: gli altri non sono responsabili né della felicità né dell’infelicità altrui. Quindi è inutile e dannoso sentirsi in colpa per loro.

  2. elvira scrive:

    Queste storie importanti mi hanno fatta tornare bambina,una bambina che non sapeva cosa è il sesso e quindi non conosceva nulla delle problematiche dei trans e gay. Avevo 13 anni e una mia cara amica di 15 anni una notte baciò il fratellino,lasciò le pantofole vicine e si buttò dal 7 piano non morendo subito…..Solo molto dopo mi dissero che era omosessuale ,non accettata dai genitori e dalla società ,anni 65′ ,fu un grande dolore …..non ero adeguata non avevo capito niente …..ma cosa capiamo …bambini o adulti che siamo……forse dovremmo essere più presenti …..forse….forse…..tanti pensieri…tante riflessioni …che mi inducono a cambiare ……..pensiamoci…..

  3. Paola scrive:

    Cara Carla, ho la sclerosi multipla, perciò ho scelto il suicidio assiito, cerco di non farmi troppi sensi di colpa.
    Non credo che chi sta bene possa capire, e non certo per mancanza di intelligenza.Non importa, ma vi prego, lasciatemi andare. Paola

  4. Paola scrive:

    Cara Carla, il mio intervento sarà breve, ho la sclerosi multipla e faccio davvero fatica. Per questo ho scelto di andarmene,

  5. Giovanni scrive:

    Grazie a Carla, e anche a Claudio per il loro racconto fatto di accorate ma ferme parole.
    Condivido tutto. Io stesso ho perso un amico appena trentenne in questo modo, uccisosi per banali (in superficie) problemi di lavoro legati all’eredità di un padre ingombrante che lo aveva caricato di troppe responsabilità, verso le quali si era sentito un fallito. Il suicidio di una persona cara è devastante, e i sensi di colpa non si contano. E’ vero, Claudio, ognuno è responsabile della propria vita, non si può costruire un rapporto con una persona molto fragile con l’intento di “salvarla”, né si può solo “aggrapparsi“ all‘altro. Anche in coppia occorre imparare a camminare sulle proprie gambe. Eppure. Ad esempio, nel mio caso, forse sarebbe bastato un niente (il mio amico aveva telefonato alla sua psicologa prima di spararsi, ma lei non c’era o comunque non aveva risposto), non si può evitare di pensare: forse bastava uno scarto del caso, oppure un minimo d’intuito in più, una parola, un gesto di apertura, di condivisione… Troppo spesso la nostra vita e la nostra morte sono legate a una circostanza crudelmente imponderabile. E poi, quale affetto non ha un anelito salvifico verso l’altro innanzitutto, ma in fondo anche per noi stessi?
    All’epoca ho pensato: viviamo tutti chiusi nelle nostre “scatole” che spesso contengono un veleno che ti uccide: eppure ce lo teniamo stretto. Da allora ho imparato ad aprirmi molto di più, a condividere, anche a chiedere aiuto quando occorre, oppure – per non ammorbare gli altri – a scrivere, per obiettivizzare e ridimensionare.
    E’ anche vero che c’è sempre l’eterno problema di cui in questo forum da sempre di dibatte: viviamo in una società che non sa accogliere le fragilità – lutto, malattia grave, morte, ma anche disabilità, dipendenze, perdita del lavoro, qualunque malessere altrui -, anzi spesso ne rifugge a gambe levate. Di conseguenza in questi frangenti ci si sente soli e abbandonati, ci si ritrova isolati, emarginati, prprio nel monto del bisogno. Nel caso del marito di Carla – e forse anche in quello del compagno di Claudio – c’è anche il problema dello stigma sociale, della vergogna. Si dovrebbe essere più aperti, attenti e compassionevoli, ma l’empatia è un dono e temo che non si possa imparare se non trovandosi – per i casi della vita – sulla stessa lunghezza d’onda delle fragilità altrui. Infine, come dice Claudio, ognuno dovrebbe avere la forza e la spinta per investire sulla propria vita: ma se il coraggio uno non lo trova, se il caso o qualcuno non gli offre una possibilità cui aggrapparsi? Ecco che gruppi, associazioni come quella di Marina rivelano la loro enorme importanza e utilità. Ma tanto, troppo è ancora da fare, una cultura intera – oggi ancor di più – bombarda tutti, soprattutto i giovani, di scemenze e futilità, rende poi le persone incapaci di affrontare – se non con le proprie misere forze – qualsiasi difficoltà.
    Chiudo dicendo che anch’io nella mia ormai lunga e un po’ tribolata storia ho valutato qualche volta il suicidio. Ma ho sempre pensato che sia una scelta da farsi non sulla spinta della disperazione (che impedisce di avere un sguardo lucido e obiettivo), ma, come spesso ha affermato Cioran (il quale ha detto che la via di uscita della possibilità del suicidio gli ha letteralmente salvato la vita), come soluzione di libertà quando l’esistenza si fa intollerabile. Ma, se guardo ai tanti motivi che mi spingono a vivere, non sono le mie mille passioni – viaggi, libri, cinema, teatro, giardinaggio – che mi sorreggono anche se sono finti inesauribili di vitalità; quelli essenziali sono gli affetti, della persona che ti sta accanto, e degli amici. Verso i quali il minimo che possa pensare è, oltre allo slancio empatico, la responsabilità verso di loro. I legami che abbiamo pazientemente costruito con slancio, con tenacia e con pazienza, sono i mille fili che ci tengono legati – nel bene e nel male – a questa vita. Senza i quali la nostra esistenza sulla Terra – tanto bella quanto spesso terribile – non avrebbe alcun significato.

  6. giovanna Temperanza scrive:

    Mi ritengo anche io sopravvissuta . Mio marito si è tolto la vita grazie all’ equitalia sparandosi il 3 novembre 2013 una mattina come tante altre abbiamo preso il caffè insieme e programmando il nostro lavoro ,avevamo un ristorante, non potevo immaginare che quella mattina decise di mandare me a fare la spesa mi disse,vai te che sei sempre chiusa in queste quattro mura .Sono ritornata alle 10,30 sembrava tutto a posto luci accese e musica diffusa ho chiamato per farmi aiutare a scaricare la macchina sono entrata e l ho visto seduto e appoggiato al davanzale ,pensavo si fosse sentito male invece in terra c era la pistola e una lettera piena d amore e di scuse da quel giorno mi sento in colpa per non avere capito sono andata avanti da sola per 2 anni nel ristorante e per 2 anni ho dormito sul divano con le mie paure mi mancava la sua voce il suo profumo le nostre chiacchierate del nostro passato e del futuro la sua presenza la sentivo ovunque e per questo andavo avanti il tempo passa ma più vado avanti e più la solitudine aumenta adesso non ho più nessuno scopo io non ho il coraggio di mio marito mi sto lasciando andare mi hanno fatto chiudere il ristorante mi sento inutile spero che lei mi capisca un bacio grande

  7. Elisabetta Amorosi scrive:

    Penso alla solitudine e a quel perenne dolore che mi stringe lo stomaco e tutto il resto del corpo. A volte vorrei che la mia vita si fermasse di colpo per non soffrire più. Poi quando la stretta allenta e il battito del cuore riprende quasi regolarmente, immagino che forse ho ancora qualcosa da fare su questa terra. Questa terra tanto bella e spesso troppo crudele, nonostante tutto riesce ancora a tenermi legata a sé anche se non capisco bene di cosa sia fatto questo strano legame. La meraviglia per ogni nuovo giorno ? Il ricordo presente e perenne di te, di ciò che sei stata ? L’immaginare che da qualche parte, forse tu esista ancora e che qualche tua cellula sia sempre accanto a me, a spingermi a continuare questo viaggio che da quel sette maggio si è trasformato in un lento cammino irto di ostacoli, nostalgia e amarezza.
    Forse anche il racconto della tua vita fa parte in qualche modo di quel legame. Forse da qualche parte è stato deciso che la mia esistenza non possa e non debba aver fine prima che io abbia raccontato la tua storia; quella che da un certo momento è cambiata, trasformando per sempre la tua vita e la mia.
    Non è stata una decisione improvvisa ma neppure meditata nel tempo che lentamente è trascorso da quando ci hai lasciati sbigottiti e per sempre smarriti. Non è semplice , ma è la tua, la nostra storia e soprattutto è vera . Sono passati più di quattro anni dalla morte di Sara, mia figlia .Questo racconto non ha la pretesa di essere un testo per addetti ai lavori e neppure quella di parlare attentamente del suicidio. Questa è semplicemente la vicenda di Sara, morta suicida a soli ventitré anni. Una “parte” della sua storia, quella compresa tra il suo primo ricovero in Psichiatria e il suicidio, ultimo estremo gesto di un tormento durato sei anni. Vorrei che chi lo leggesse si accosti ad esso con animo semplice. Ma vorrei anche che chi, per sua fortuna, non è un “sopravvissuto” ad un familiare suicida, possa almeno provare a comprendere e affrontare questo argomento con la mente sgombra da pregiudizi e false leggende . Di suicidio si parla pochissimo. Eppure in Italia, ma non solo, è la seconda causa di morte tra i giovani e giovanissimi, dopo quella per incidenti stradali.
    Il racconto continua….. Lo sto scrivendo e spero un giorno possa diventare un piccolo libro di cui parlare e su cui meditare….

  8. Vera scrive:

    Ciao Carla e ciao a tutti i survivors..

    fino a pochi giorni fa non sapevo che si chiamassero cosi’ quelli come me destinati al girone eterno della disperazione e dei sensi di colpa…già sensi di colpa..
    Ancora piccola picchiavo la testa contro il muro quando i miei litigavano perchè volevo sentire qualcosa di piu’ forte addosso che le urla dei miei…poi crescendo ho imparato cosa significa l’ anoessia finoa non sentire piu’ la fame e poi la depressione e poi le altalene tra gioia e dolore, fino a che crevevo di aver raggiunto un punto di equilibrio, aiutata da quella gioia immensa che ti regala essere mamma di un meraviglioso bambino…
    Ma la vita a volte è infame altre è subdola e quel vuoto d’ amore l’ho sempre portato con me, ma sono riuscita a non regalarlo a mio figlio, colmato di regole ma affetto e amore e soprattutto la certezza di avere una madre che per lui ci sarà sempre…
    E poi, 5 anni fa esatti, dopo tante difficoltà, separazione, una vita di stenti a cui una volta erano abituati i nostri antenati ma che adesso ci rendeno la quotidianetà un traquardo difficile da raggiungere, di emigrare in quel della Svizzera Tedesca….un’ impresa per la lingua e per superare nel cuore i 1.700 km che mi separavano ogni giorno da tutto cio’ che per 32 anni era stato familiare..
    Ma ci si abitua, davvero, mio padre mi diceva sempre: è tutta questione di buona volontà ed era vero…
    Ho superato (seppur le cicatrici sono sempre qua a ricordarmi il percorso che ho battuto) un compagno depresso, bipolare, aggressivo, violento, con una famiglia malata di gioco e purtroppo succube egli stesso di un perverso meccanismo psicologico che lo portava a delegare un cambiamneto di vita radicale ad un gioco alle Slot Machine…
    Ho superato tutto cio ma ho pagato con una denuncia alla polizia perchè mi ha picchiata per l’ ennesima volta , aggiungendo stavolta la presenza di mio figlio, e un aborto da lui obbligato alla settima settimana, con minaccia di omicidio/suicidio…
    Si, sono ancora qua e ho imparato anche a credere ancora nell^amore e nell’ affetto del mondo…ho imparato molto ma non ho cambiato il mio animo nobile, generoso verso chi è meno fortunato .. ma non sono tutta intatta, no questo sarebbe impossibile..
    Ma adesso non posso fingere di essere ancora cosi’ forte…no, fingerei di brutto..
    Il 3 Febbraio di quest’ anno, solo 18 giorni fa, mi arriva la telefonata di mia mamma, proprio mentre nutrivo un senso di serenità…e tra tante iniziali bugie, in cui vengo implorata a scendere il prima possibile, mi viene vomitata addosso la verità: papà si è ammazzato…
    Solo NOOO esce dalla mia bocca…insieme ad un dolore lancinante…non ho mai in vita mia sentito la fine cosi’ vicno a me, cosi’ concreta, tutto è finito, mio papà si è impiccato…e mi sembra di vederlo, li’ penzoloni su quell’ albero a cui dedico’ l’ intera vita e prima di lui suo papà…
    Non è possibile..mio papà, quella roccia di padre indistruttibile ha deciso o forse,per meglio dire, si è lasciato convincere dal suo malessere,ad abbandonare tutto e tutti, lasciandomi sprofonadare in quello che credo sia il dolore piu’ continuativo e insidioso che possa esistere, perchè non passa giorno in cui non mi chiedo: perchè? Uguale a chi sia indirizzato il perchè, a mio padre, a mia madre, a me stessa, c’è sempre un perchè a perseguitarmi..perchè l’hai fatto papa’, perchè non mi hai chiamata papà, perchè non hai voluto ascoltarmi papà, perchè mia mamma non mi ha coinvolta di piu’, perchè non sono riuscita, due mesi prima, nell’ ultima visita che gli feci, ad ascoltarlo a cuore aperto e libero da pregiudizi, anzichè vedere in lui l’ ennesimo egoista ed egocentrico di sempre, che adesso che ha lui la depressione merita e pretende la comprensione e l’ ascolto e delle mie violenze fisiche o dell’ aborto e della successiva fase depressiva, mio papà non sapeva nullla…Perchè?
    La sera è per me il momento piu’ difficile, perchè nei miei sogni albergano sempre uomini trovati con il cappio al collo e lasciati penzolare per un’ ora in attesa di un riscontro medico…e sento i suoi singhiozzi e il suo pianto, le sue ultime parole, vedo quello sguardo disperato rivolto al cielo e poi sento quell’ orribile rumore di ossa cervicali rotte…e mi dispero e mi angoscio e non vivo piu’…soppravvivo..

  9. Pasquale scrive:

    Ho perso un mese fà mio figlio suicida a 21 anni, lasciando senza un perchè nel dolore più totale anche mia moglie e la sorella maggiore di 24 anni. E’ un continuo alternarsi di rammarico per le sue potenzialità e giovinezza che mai saranno espressi, rabbia per una morte innaturale per la quale nulla abbiamo potuto fare non intercettando il malessere del ragazzo, e dolore indicibile che ci ha buttato nello sconforto più totale ed ha anniantato la nostra gioia di vivere rendendo pesante l’andare avanti nel continuare la vita quotidiana. E’ un dispiacere e dolore immenso che rende fragile tutta la famiglia orfana del figlio e mi domando dove potremo trovare la forza per continuare.

  10. Cinzia scrive:

    15 settembre 2017, 12.36 ero al lavoro, squilla il mio cellulare è mio marito “ciao amore…solo un salutino veloce, visto che sei impegnata…ci sentiamo dopo, un bacio ciao “.
    15 settembre 2017, 15.30 squilla il mio cellulare, è un collaboratore di mio marito che mi avvisa che mio marito ha tentato il suicidio . Nei 30 minuti che ho guidato per recarmi sul luogo di lavoro di mio marito pensavo solo alla parola ” ha tentato ” e mi aggrappavo alla quella speranza. Arrivata, vedo il suo corpo sdraiato sul piazzale con i medici che tentavano di rianimarlo…hanno provato per 1h e 20, poi un medico si è avviato verso di me e stringendomi la mano mi porge le sue condoglianze. In poco tempo, almeno per me è stato poco, il corpo di mio marito è avvolto da un sacco nero e io non lo rivedrò mai più.
    Devo essere forte ! è l’unico pensiero che mi girava in testa, devo essere forte per i miei figli e soprattutto per il più piccolo di soli 12 anni. Come faccio ora andare a casa e dirlo? cosa e come devo dirglielo ? cosa ne sarà di noi? saremo in grado di affrontare questo dramma? Dopo tanti come, cosa sono arrivati i perché!!! …non ti danno tregua, ogni minuto di ogni giornata t’invadono la mente e ti distruggono l’anima. Si fa sempre più forte anche la rabbia. Rabbia per essere stata lasciata sola a proseguire e portare avanti le scelte che avevamo fatto insieme. Rabbia perché ti sentì “fregata” e abbandonata. Rabbia perché in fondo hai sempre dato dell’egoisti quelli che suicidavano ed ora era tuo marito l’egoista. Poi c’è la rabbia per non aver capito ma soprattutto che lui non ti abbia chiesto aiuto. E dopo tanta rabbia arrivano i sensi di colpa…e quelli ti devastano. Li percepisci anche nei figli e questo ti fa male fino a toglierti il fiato e di nuovo ti ritorna la rabbia verso di lui per averci messo in questa dura realtà da affrontare.
    Siamo una famiglia forte e unità e son certa che riusciremo ad andare avanti anche se il dolore, il senso di colpa faranno sempre parte delle nostre giornate, nella speranza che per tutto questo ci sia un perché.

  11. roberta scrive:

    cinque mesi fa, senza che io me ne accorgessi, è uscito di casa con la bici, è andato sulla riva del Po, si è legato una corda al collo ed è saltato giù da un ponte. A 46 anni ha lasciato me e suo figlio di 10 anni… non riesco a perdonarlo… non c’era niente di così grave… si era solo stufato di vivere… non aveva avuto la pazienza di superare un momento no… come devo fare… non riesco a perdonarlo… a volte piango perchè mi manca… a volte lo odio perchè è stato lui a volerlo… è molto più facile per chi perde un caro per malattia o per un incidente, deve solo elaborare il lutto, la mancanza… per noi non è così… il turbine di emozioni è devastante…ti manca ma al tempo stesso lo odi… per me è così almeno…

    • Cinzia scrive:

      Cara Roberta,
      Esattamente un anno fa anche mio marito ha fatto il medesimo gesto, lasciando me e un figlio di 12 anni.
      Capisco perfettamente la tua rabbia!!!… mi ha accompagnato per molto tempo.
      Vedrai cara Roberta che il tempo ti aiuterà e pian piano riuscirai anche a sorridere ricordandolo nelle cose belle.
      Sii forte per il tuo bambino…guardalo sempre negli occhi e regalagli ogni giorno un grande sorriso…e troverai una forza che neanche sapevi di avere.
      Non porti domande… tanto non ci sono risposte!
      Non chiederti se mai lo perdonerai… il perdono, sotto forma di una tua tranquillità, arriverà con il tempo.
      Non chiederti mai se avresti potuto fare qualcosa…
      Se puoi non giudicarlo…ti servirà per trovare prima una tua “serenità“
      Se hai persone vicine e care …confidati di quello che provi, parlane e butta fuori tutta la tua rabbia !!!
      Vi stringo in un abbraccio forte carico di energia e affetto.
      Se vuoi parlarne anche con me … io ci sono.
      Cinzia
      (vedi art. pubblicato 28.02.2018)

      • cinzia scrive:

        9 agosto 2018 mio marito ha fatto la stessa cosa nella nostra casa.
        Era mattina presto ero andata a correre, al mio rientro lo trovo lì come nei peggiori degli incubi. Lascia me e il nostro bambino di soli 4 anni che per fortuna non si è svegliato prima del mio rientro.. Da allora tutto è cambiato e mio figlio è l’unico motivo che mi permette di andare avanti. Lui deve crescere pensando che la vita è meravigliosa e che deve essere vissuta. Ho trovato grande aiuto con lo psicologo che mi ha seguita dal primo istante.
        Verso mio marito provo sentimenti che si alternano alla velocità della luce, odio, rabbia, comprensione. Continuo a dirmi “basta che ora stia bene” ma la verità è che dentro me brucia un fuoco di delusione avendo pensato di togliersi di mezzo lasciando noi qui a sopravvivere.
        Ma è andata cosi maledettamente male e credo che ognuno di noi dentro riesca in un modo o nell’latro a trovare la forza per ripartire . Qui da me in zona non ho trovato gruppi di sostegno al suicidio, ho conosciuto vedovi e vedove ma i sentimenti sono diversi. Anche se la depressione è una malattia bastarda lascia quel senso di colpa che un incidente o altro forse non lasciano.

  12. Mafaga paolo scrive:

    Salve Carla.. sono sposato ho 2 figli maggiorenni ,uno dei 2 e portatore di handicap. Tra me e mia moglie non c’è nessun rapporto . Nei miei confronti c’è sempre stata molta ostilita’….talmente tanta che evitare sempre discussioni ho sempre ingoiato senza reagire. Questo status mi ha portato a avere una relazione con una persona e dopo un po e’ rimasta incinta e nato un bambino. A mia moglie glie l’ho detto ed e’ scoppiata la bomba. Rendendomi conto che separandomi o non separandomi si crea un danno esistenziale x me e x tutti drammatico…sto pensando di fare questo gesto. Non ce la faccio piu .

    • Ste scrive:

      Leggo oggi (18.4.19) dopo 16 giorni dal sicidio di mia sorella (di 49 anni). Innanzitutto spero che “Mafaga paolo scrive: 5 Dicembre 2018 at 18:19” NON SI SIA SUICIDATO…è la cosa più stupida che possa fare specialmente contro le persone che gli vogliomo bene e che resterebbero sole in vita su questo mondo!…Anche io sto vivendo il senso di colpa per non aver capito ed evitato il sucidio di mia sorella con cui avevo da oltre 30 anni un rapporto inesistente e conflittuale a causa del suo carattere e in dipendenza delle sue credenze sul malocchio…purtroppo circa un mese prima del suo suicidio (ai primi di marzo 2019) si era rimessa in contatto con me manifestando il suo disagio psicologico: ha pianto per un’ora abbracciata a me per strada chiedendo perdono per i suoi errori e manifestando ancora molto dolore per la morte prematura di nostro padre (avvenuta nel 1982 quando lei aveva 12 anni ed io 16) e per la succesiva morte straziante di nostra madre avvenuta nel 2014. lei era rimasta avivere con nostra madre, non si era sposata, nopn aveva relazioni e ormani neanche più amici. Si era rivolta ame chiedendomi di poter venire a vivere con me (ma sono divorziato ed ho una figlia di 16 anni che convive con me dei giorni prestabiliti) o in alternativa di poter andare per solo 2 giorni nella mia casa al mare…non ho dato corso a queste sue richieste poichè la vedevo molto turbata e temevo altresì per la mia incolumità poichè nel passato aveva anche avuto rezioni violente nei miei confronti. Mi rammarico poichè non ho capito il livello di gravità del suo disagio psicologico, ma non aveva mai minacciato il suicidio…non potevo immaginare tanto!…Sto cercando di allontanate i sensi di colpa che ovviamente ricadono pesanti su di me, chi arriva a suicidarsi difficilmente può essere fermato e comunque il suo dolore è troppo pesante per lui da sopportare, compiendo il gesto terribile del suicidio oltre a fare del male a se stessi fanno del male a chi vuole bene a loro e questo basta da solo per dimostrare che poco interessa a loro di noi altrimenti per evitare il dolore a chi resta non si sarebbero suicidati…in fondo il loro unico destino su questo mondo era solo quello di suicidarsi (in modo egoistico) quindi nessun senso di colpa per i famigliari sopravvisuti. Un abbraccio a tutti.

      • DANIELE scrive:

        La vita appartiene al singolo individuo e se egli di togliersela ritengo sia un atto legittimo, naturalmente senza avere conseguenze dirette. Per le conseguenze indirette invece poco si può fare

        • Giuseppe scrive:

          Io sono un sopravvissuto. Non come voi. Sono uno degli altri. Quelli che dopo alcuni mesi di ospedale ne escono fuori; rattoppati, sdruciti dentro e quasi vergognosi per essere realmente sopravvissuti. Liberi….. di scoprire il reparto psichiatrico dell’ospedale, liberi una volta usciti di essere obbligati a seguire un programma terapeutico psichiatrico all’ asl, liberi di raccogliere i propri “cocci” e cercare di ricomporre un puzzle improbabile, liberi di guardare il mondo con altri occhi, di camminare radente i muri per la vergogna, di reinventarsi per non provare a morire di nuovo,di ricostruire relazioni, di riscoprire amicizie e di essere selezionato da tutta la cerchia di persone conosciute prima di “quel momento” Un poco di fortuna e qualche buon amico oltre alla necessità dei miei bambini di avere un padre che li accudisca, mi hanno obbligato a sentirmi libero di darmi da fare. Scotch,colla e adesivi vari hanno provato a reintegrare una parte dell’uomo che ero. I fili di sutura hanno riattaccato le parti di carne e ora, dopo quasi tre anni si vedono solo più icatrici. Quelle dell’anima non si vedono. Siate più indulgenti verso coloro che vi hanno lasciato. Tutti i sentimenti che ho letto, sono comprensibili ma,l’indulgenza spero per voi sia quello più forte.
          Alle volte la vita è davvero difficile e non tutti sono persone forti. Molti sono solo persone. Solo esseri umani. Solo persone, appunto con tutto il bene e purtroppo il male che ci contraddistingue.
          Giuseppe

  13. Gianni scrive:

    Cara Carla sono Giovanni, ho letto il tuo testo, condivido il termine di sopravvissuti, io ho perso la mia adorata moglie pochi anni fa a Sorrento (lei era della penisola sorrentina) in una piovosa giornata di maggio, decise nel giorno 13 maggio di suicidarsi lanciandosi dalla finestra. Eravamo giovani, belli e tutto era radisoso, eravamo sposati da 3 anni (dopo 9 anni di fidanzamento). Non l’Ho mai dimenticata… ne lei, l’amore nei suoi confronti, la scena (ho scoperto io il cadavere), il dolore. Non ho occhi tristi ma solo persi nel mondo che ci circonda.

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