Riflessioni sulla morte di Vincent Lambert, di Marina Sozzi

E’ morto Vincent Lambert, ieri mattina. Il suo caso ha sollevato un dibattito bioetico in Francia sul fine vita, con notevoli ripercussioni anche in Italia.

Riassumiamo i termini della questione, per come è possibile dedurla dai giornali, italiani e francesi, per poi fare alcune riflessioni a margine (perché sono convinta che per esprimere opinioni sulla vita di un uomo occorre: a) una competenza medica specialistica approfondita, b) una competenza giuridica, c) e soprattutto una conoscenza profonda della persona (non solo del caso) e della sua storia biografica e psicologica.

Vincent nel 2008 faceva l’infermiere e aveva 32 anni, era sposato e aveva avuto da poco una bambina. Le conseguenze del grave incidente stradale di cui fu vittima sono descritte in due modi dai quotidiani on e off line. C’è chi ha parlato della tetraplegia e di una lesione cerebrale definita “sindrome della veglia non responsiva”, interpretando quindi Vincent come un disabile, poiché respirava senza ventilatore, il suo cuore batteva, e non era in stato di morte cerebrale.

Altri hanno definito la sua situazione come stato vegetativo, come fecero nel novembre 2018 gli esperti incaricati dal Tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne: “stato vegetativo irreversibile cronico”.  Le due definizioni sono simili, e tuttavia lasciano spazio a diverse letture etiche: infatti, intorno a questo caso penoso, si è combattuta per dieci anni una battaglia non solo legale, ma anche intrafamiliare. E questo è, se vogliamo, l’aspetto più triste di questa vicenda.

Le considerazioni che mi vengono spontanee sono le seguenti: e sono interrogativi e auspici piuttosto che certezze.

1) Credo che la medicina dovrebbe essere molto più prudente e guardinga nei suoi tentativi di rianimazione, e che dovrebbe considerare un fallimento grave produrre un vivo/non vivo come è accaduto a Vincent, o ad Eluana, (e oggi pare ci siano in Italia tremila persone che si trovano in una situazione analoga, estrema). Nel suo bellissimo libro, Quando il respiro si fa aria, il neurochirurgo indo-americano Paul Kalanithi scrisse: “Di pari passo con le mie competenze aumentarono anche le responsabilità. Per imparare a valutare quali vite si possono salvare, quali no, e quali non si dovrebbero salvare, serve una capacità di prognosi inarrivabile. Commisi anch’io i miei errori. Come trasportare d’urgenza un paziente in sala operatoria solo per salvargli abbastanza cervello da fargli battere il cuore, anche se non avrebbe parlato mai più, avrebbe mangiato attraverso un sondino e sarebbe stato condannato a un’esistenza che non avrebbe mai voluto… Arrivai a considerarlo un fallimento ancora più madornale rispetto alla morte”.

Si tratta di una riflessione che ogni rianimatore dovrebbe aver modo di apprendere e discutere all’università. L’etica comporta in questo caso, al contempo, esperienza e tecnica: evitare di trasformare una vita umana nell’esistenza di un metabolismo inconsapevole. Fermarsi prima. Rinunciare. Accettare che subentri la morte.

2) Una volta che un medico o un’équipe medica abbia creato, per inesperienza o per fatalità, un’esistenza di questo tipo, si entra evidentemente in un terreno minato, perché qualunque sia la decisione che si prende, si rischia di farlo contro il volere che avrebbe avuto il paziente quando era cosciente. Le Dichiarazioni anticipate di trattamento, o testamento biologico, diventano a questo punto fondamentali. Non depositarle ci espone al pericolo di subire un’esistenza che mai avremmo voluto: non solo, ma rischiamo anche di creare situazioni estremamente penose di litigio tra le persone a cui abbiamo voluto bene, come è successo per Vincent. La moglie contro i genitori e viceversa, parole terribili invece del lutto comune. Anche in Italia, vi ricordo, abbiamo finalmente una legge sulle DAT (legge 219/2017) che dà loro una certa cogenza sulle scelte mediche. E tuttavia, mentre scrivo questo, sono consapevole della lunga strada ancora da percorrere nel nostro paese affinché la compilazione delle DAT diventi una scelta maggioritaria.

3) Inoltre, occorre finirla con l’uso improprio delle parole, come troppi giornalisti hanno continuato a fare anche per il caso Lambert. La parola “eutanasia” non ha nulla a che fare con quanto è successo, perché nessuna sostanza letale è stata somministrata a Vincent. Sono state sospese delle cure, che nel suo caso riguardavano l’alimentazione e idratazione artificiale. Che queste ultime siano da considerarsi cure mediche è stato ampiamente riconosciuto dalla comunità scientifica. E il fine vita di Vincent è stato accompagnato da cure palliative (da una sedazione palliativa profonda), per accertarsi che non soffrisse.

Chi ha scritto che il caso di Vincent è paragonabile a quello dell’anziano non più capace di nutrirsi da solo o del bambino disabile ha fatto un’operazione che non condivido, quella di utilizzare un caso estremo e generalizzarlo, per colpire la mente e la pietas di chi legge. Ma, come non bisogna applicare tecnologia medica sproporzionata, sia per gli anziani sia per ogni altra persona, qualunque sia la sua età, così non bisogna generalizzare. Ogni caso ha la sua specificità, e deve essere pensato nella sua singolarità, mentre le leggi fungono da quadro di riferimento.

4) Mi è subito venuto in mente, vedendo lo strazio della madre, che è rimasta accanto a Vincent per più di dieci anni, che questi genitori vadano aiutati e sostenuti a elaborare il lutto e a dare un senso diverso alla propria vita. Altrimenti, si sarà responsabili del deragliare di altre vite, vite che rischiano di frantumarsi senza lo scopo di tenere in vita il figlio.

Voi come la pensate? Come avete visto questa storia?

26 Risposte a " Riflessioni sulla morte di Vincent Lambert, di Marina Sozzi "

  1. Sergio Manna scrive:

    Condivido pienamente tutto ciò che hai scritto, cara Marina e condividerò volentieri i tuoi pensieri sulla mia pagina. Sergio

  2. Cinzia Picchioni scrive:

    grazie, cara Marina, per questa bella riflessione che condivido totalmente.
    Grazie davvero
    Cinzia Picchioni

  3. sipuodiremorte scrive:

    Grazie a te, Cinzia!

  4. Ambra Serena scrive:

    Cara Marina, condivido in toto- la tua riflessione e punto di vista.
    Da parte mia mi impegno sempre più per la “divulgazione”- dell’importanza di sottoscrivere le D.A.T.
    e la conoscenza di queste.
    Le Dichiarazioni Anticipate, ritengo siano utili non solo per la persona stessa, ma anche/soprattutto per chi segue la persona in oggetto- familiari, personale medico…
    Nonché grande senso di civilta’ – essere responsabili della propria Vita/corpo in cui si vive.
    Temi ancora..scomodo –
    Ma, per dirla con E.kubler-Ross,
    Di importanza Vitale!
    La VITA è un ciclo continuo- non ha fine.
    IL Corpo ha fine-. Importante prenderne consapevolezza.
    Un caro abbraccio
    E ancora GRAZIE per il tuo impegno.

  5. luciana spinelli scrive:

    Ciao Marina,
    è difficile arrivare a far comprendere a taluni come una vita senza ciò che, per un essere umano, è vita non abbia dignità.
    A mio avviso deve cambiare l’approccio globale alla tematica, molto si sta già facendo ma per alcuni versi il sentire comune sta regredendo…purtroppo.
    Condivido le tue riflessioni che sono anche le mie.
    Grazie Luciana Spinelli

  6. Ernesto Bodini scrive:

    È sempre un atto di coraggio esprimersi sul tema della morte, e al tempo stesso di grande “responsabilità interiore”, ai quali ogni essere umano prima o poi dovrà affrontare, fatta forse eccezione per i cosiddetti stoici dell’esistenza, e magari anche degli atei e degli agnostici. Ma come in tutte le esperienze della vita prima di esprimere un sereno parere e/o giudizio in merito bisogna trovarsi (previa coscienza) nel contesto di sofferenza-morte, ancorché condizionati dall’angoscioso enigma: che cosa ci aspetta dopo la morte? A mio modesto avviso non credo che si tratti di mera filosofia e di prendere coscienza di quell’esistenzialismo ben espresso da Soeren Kierkegaard, perché quando si tratta di decidere se porre fine alla propria (o altrui) esistenza di fronte ad un lungo periodo di estrema sofferenza, che quasi sempre “condiziona” coloro che assistono questi pazienti come Vincent-Lambert, l’impegno è oltremodo immane tanto che nessun essere umano (se intellettualmente onesto) può arrogarsi di agire per o contro. Ma tant’é. La vie d’uscita sono sempre solo due, e quindi deve prevalere quella forma istintiva o d’impeto della quale nessuno può frapporsi, e questo al di là dell’etica medica o di una legislazione favorente o di negazione. Lasciare il mondo biologicamente è un fenomeno universale ed irreversibile e, in questi casi, il “movente” sofferenza la fa da padrone ed è estremamente umano lasciar decidere in un senso o nell’altro all’interessato. Personalmente, pur frequentando da molti anni il mondo medico e in senso più lato quello della sofferenza, non mi sento in grado di proseguire con ulteriori approfondimenti se non evidenziando il fatto che l’uomo non dovrebbe mai arrivare a trovarsi a stabilire l’ora della propria morte: una tale conoscenza, si recepisce da più parti, lo getterebbe (quando nel pieno delle sue facoltà mentali) in uno stato di depressione tale da privarlo di ogni volontà di agire o del desiderio di sopravvivenza. E anche di fronte all’esperienza della profonda ed irreversibile sofferenza, non sono le persone deputate a giudicare e a darci ragione ma soltanto il tempo che ne ha determinato l’exitus.

  7. Alberto Dolara scrive:

    Condivido il commento.
    L’uso delle parole è estremamente importante. La recente indagine INVALSI h mostrato che 1/3 degli studenti non sa interpretare un testo in italiano., il futuro non è incoraggiante, bene comunque gli sforzi per renderlo migliore.

  8. Luisa scrive:

    Sono d’accordo con quanto dici.

  9. Antonella Cuomo scrive:

    Ti seguo fedelmente, ti ringrazio una volta di più per le tante cose che ho imparato leggendoti.
    Forse la maggior parte delle persone non si rende conto che la percezione del tempo, per un ammalato, è completamente diversa che per un sano. La maggior parte delle persone non si accorge di come il tempo si dilati, si arresti, in un letto di ospedale e di come dieci anni nelle condizioni di Vincent Lambert siano stati una specie di eternità, qualcosa come il fermo-immagine di un istante atroce, una pena inflitta senza motivo a un essere inerme da qualcuno che non è onnipotente.

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie Antonella, non sappiamo se Vincent potesse avere una “percezione del tempo”, quasi certamente no. Ma i suoi cari, sì, qualunque fosse la loro posizione sul proseguimento o meno delle cure.

  10. Marilde scrive:

    Grazie Marina, delle tue parole sempre così puntuali. Seguendo questa vicenda riflettevo sullo strazio che vive chi non può fare i conti con il proprio lutto, e piuttosto obbliga altri a uno strazio peggiore: un quotidiano che non si può chiamare vita. E dà inizio a un conflitto familiare che su un tema del genere immagino impossibile da risanare. Una lacerazione dolorosissima. Mi pare davvero incredibile che in tanti anni i genitori non siano stati aiutati/non abbiamo permesso a nessuno di aiutarli a lasciare andare questo figlio. Eppure, così è accaduto, se si è arrivati a tanto. Sì, un’ulteriore monito per ricordarci dell’importanza del testamento biologico.

    • sipuodiremorte scrive:

      Imparare a lasciar andare è la cosa più difficile. Dovremmo cominciare a capire quanto è importante educare i bambini a sopportare le piccole perdite e le frustrazioni…

  11. Patrizia Mathieu scrive:

    Cara Marina condivido completamente le tue riflessioni. Da medica ,seppur non direttamente coinvolta ( sono medica di medicina generale ) credo che la classe medica debba sentirsi responsabile per la pessima qualità della vita che troppo spesso imponiamo alle persone. A costo di ripetermi ribadisco che bisogna sapersi fermare per riflettere su quello che stiamo facendo nelle urgenze ma non solo: che senso ha portare un grande anziano in rianimazione quando le speranze di un ritorno almeno allo stato prima dell’evento sono minime? Imporre una nutrizione tramite PEG ,un pace maker, stent coronarici in persone non più in grado di decidere per se’ perché perse nelle demenze? Certo è un discorso difficile perché lasciando da parte la medicina difensiva ( i medici fanno molte cose preoccupati dalle denunce ) bisogna avere il coraggio di dire che le persone non sono tutte uguali, la qualità della vita non significala stessa cosa per tutti e spesso sono i figli/le figlie, i parenti, i care giver che non sono pronti a lasciar andare il paziente,ad accettare la morte come conclusione di quella vita, magari troppo presto, magari pensando che non è giusto, magari tormentandosi su cosa si poteva fare prima …ma lasciar andare. Io leggo la scarsa adesione alla compilazione delle DAT nel nostro paese come la conferma di questa nostra difficoltà di parlare della nostra morte e della morte delle persone che i sono care.

    • sipuodiremorte scrive:

      Sono perfettamente d’accordo, Patrizia. Anche se, accanto alla componente culturale, vi è la difficoltà emotiva di immaginarsi inconsapevole e incompetente … ma anche questa, in fondo, è una questione culturale!

  12. Maura Arbuffi scrive:

    Assolutamente condivise le tue riflessioni , cara Marina

  13. Maria Laura Cattinari scrive:

    Pienamente d’accordo, cara Marina e ho condiviso sulla pagina facebook di Libera Uscita e sulla mia personale.
    Mi è gradita l’occasione per complimentarmi con Te per la Tua nuova fatica editoriale.

  14. Franca Di Mauro scrive:

    Totalmente d’accordo con quanto scritto da te, ogni “persona”va vista” come persona, non come “caso”senza trascurare la sua storia personale. Sono contraria ad ogni tipo di accanimento , anche se, umanamente, come madre posso comprendere la difficoltà di lasciar andare un figlio. Grazie

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie a te, Franca. Proprio per la difficoltà a lasciare andare un figlio occorre accompagnare i genitori in casi del genere (e non giudico, perché non so se sia stato fatto, o si sia provato a farlo).

  15. Anna Tozzi Di Marco scrive:

    Cara Marina, la riflessione su questi temi è continua con molti dubbi.
    Il primo spunto di riflessione dovrebbe essere su cosa s’intenda per vita di un essere umano, se vita delle cellule e semplici parti di corpo o consapevolezza della propria vita nel pieno delle facoltà intellettive.
    Io credo che l’accanimento terapeutico su persone non più in grado di aver un minimo di attività cerebrale intellettiva sia una violenza, ma d’altra parte pensandomi in tale situazione o mettendomi dalla parte di un familiare caro avrei sempre la speranza che qualcosa possa modificarsi. Quindi di fronte a tale tema sono in una situazione d’impasse psicologico tra la razionalità e l’emotività.
    Ciao un abbraccio

    • sipuodiremorte scrive:

      Cara Anna, essere consapevoli dell’impasse, avere dubbi, invece di schierarsi ciecamente, è l’inizio della riflessione etica. Grazie, quindi, per il tuo intervento.

  16. Ernesto Bodini scrive:

    IL VALORE UNIVOCO MORALE E NON MATERIALE
    DI FRONTE ALLA SOFFERENZA E ALLA MORTE

    L’estrema valorizzazione post mortem di personaggi noti è
    una “priorità che lede la dignità del comune mortale. Come pure
    l’enfasi per l’estremo saluto ne caratterizza l’assenza di sobrietà

    di Ernesto Bodini (giornalista e opinionista)

    Le innumerevoli fonti di comunicazione ci aggiornano quotidianamente su quello che è stato il destino di molti esseri umani: dalla loro venuta al mondo alla conseguente dipartita. E quando l’exitus ha raggiungto questa o quella persona, è inevitabile soffermarsi sul suo trascorso esistenziale soprattutto se ha fatto parte di una certa notorietà, ad opera dei vari mass media che fanno riemergere le tappe più significative che hanno caratterizzato la vita del personaggio in questione. Ma oltre alla fama delle star che meritano di essere rievocate e “riportate alla ribalta”, quante altre persone benché anonime meriterbbero essere menzionate anche per il solo fatto di aver fatto parte della società? Con questo quesito mi rendo conto di essere anticonformista (ma ben lungi dalla polemica) perché significherebbe parlare di tanti dei quali non interesserebbe a nessuno il loro vissuto, ma proprio per questo mi sovviene il concetto di Persona che raramente si considera in quanto persone siamo tutti. Il 13 agosto, è deceduta una giovane star, alla quale si è dato (giustamente) lustro non solo per il suo trascorso professionale ma anche per i vari messaggi che ha trasmesso nel corso della sua esperienza di malattia, che poi l’ha portata al decesso. Un “rituale” che si è ripetuto moltissime volte per altre star del cinema, dello spettacolo, dello sport, della cultura, della imprenditoria, etc.; per tutti con lo stesso copione tanto da valorizzare al meglio le loro doti, nonché performance, affiché tutti ricordino e, mi raccomando, nessuno dimentichi cosa è stata questa o quella Persona. E ciò è accettabile come umanamente normale, se non anche doveroso; ma quando si tratta della dipartita del nostro vicino della porta accanto o del semplice conoscente, quale tributo in forma pubblica riconoscergli? E perché ciò non avviene? A volte veniamo sapere, magari per caso, che dopo anni di dedizione al prossimo e lontani dalla propria patria sono mancati quei missionari, o quegli eremiti di cui si erano perse le tracce, che hanno lasciato questo mondo dopo anni di vita contemplativa…; od anche quei clochard che, per scelta o per costrizione, hanno mendicato con dignità senza imporsi a chicchessia. A tutti questi non si dedica mai un pensiero o un ricordo… nonostante siano state anch’esse Persone, che hanno lasciato comunque una testimonianza (anche se non individuabile dai più) del loro operato esistenziale… anch’esso messaggio di vita da tramandare ai posteri. La “differenza” di considerazione tra i primi e questi ultimi, mi permetto di sottolineare, rende sempre più distanti gli esseri umani, e mi riesce difficile comprenderla ed accettarla, forse perché ciò rientra nei nostri limiti di accettazione e di considerazione…, ma è significativo il fatto che alla morte di chi è stato famoso venga dato (a volte quell’eccessivo) risalto come se la morte dell’emerito sconosciuto debba passare in secondo piano se non nel silenzio più assoluto. In alcuni casi anche le persone più anonime hanno avuto una vita intensa ma è la loro spiritualità che ha dato valore all’esistenza e, il fatto di non apparire sul podio della notorietà (prima e dopo), è un messaggio non meno importante di quelli che ci hanno trasmesso le star con le affermazioni (post mortem) dei loro fan. Con questa mia analisi che definirei “sociologia dell’esistenza”, non intendo demonizzare nessuno ma più semplicemente richiamare l’attenzione sui concetti della sofferenza e della morte; due tappe nemiche del genere umano, di fronte alle quali ogni differenza in vita si vanifica: nel primo caso la fama è ciò che resta della popolarità, spenti gli applausi; nel secondo caso l’anonimato è la costante che ne ha giustificato la scelta.

    E che dire, infine, della spettacolarità ai funerali nel corso dei quali si tende dire addio con poca sobrietà? Gli appalusi e i cori delle esequie di alcuni personaggi, anche se dettate dall’affetto, sono manifestazioni eccessive che hanno, a mio avviso, della irriverenza in quanto il dolore e l’amore vanno espressi con maggiore serietà. In quasi tutti questi casi, specie se il defunto ha avuto una certa notorietà o è stato vittima di un evento particolare, i funerali si sono trasformati da addii in vere e proprie manifestazioni di popolo con tanto di lacrime e applausi sino all’eccesso. Eclatanti e disdicevoli, ad esempio, i rombi della Ferrari al funerale di Litte Tony e le fan che intonavano “Cuore matto”, la sua canzone più famosa, per dirgli addio. Per non parlare di tante altre star che al loro decesso hanno mandato in visibilio folle oceaniche con atteggiamenti irrazionali… «Il dolore e l’amore – ha scritto tempo fa su un periodico nazionale Don Antonio Mazzi (1929), fondatore del Progetto Exodus – si possono e si devono manifestare con il silenzio e il raccoglimento… I funerali caciarosi, laici e profanatori non servono a nessuno».

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