Quando si patisce il lutto per la morte di una parte della propria identità, di Davide Sisto

Al termine di una lezione sulla morte digitale che ho tenuto a un corso di Psicologia, uno studente mi si avvicina per chiedermi un parere a proposito di un tipo di lutto molto specifico: quello per la perdita di una parte della propria identità. Chiedo allo studente di spiegarmi meglio cosa intende. E lui mi risponde dicendo che sta pensando a quelle situazioni traumatiche, o semplicemente dolorose, che ci spingono a cambiare noi stessi radicalmente. A far morire per necessità un lato della nostra personalità e, di conseguenza, a svilupparne altri inediti, ritrovandoci, però, nella condizione di soffrire per la mancanza di ciò che non siamo più e che mai più saremo.

Ovviamente, è una riflessione tanto profonda da un punto di vista emotivo quanto complessa da un punto di vista psicologico. Non è un caso che provenga da uno studente di Psicologia. Resta il fatto che mi ha colpito molto e mi ha fatto pensare nel corso del tempo. In effetti, il ragionamento sembra più astratto di quanto lo sia in realtà. Decidere, più o meno consapevolmente, di lasciar morire – o addirittura di uccidere – una parte della nostra identità è la conseguenza tipica di un’esperienza dolorosa che ci obbliga, per la nostra sopravvivenza, a un sacrificio e a un cambiamento.

Questa esperienza dolorosa è di solito legata a una fine non voluta, magari legata alla morte di una persona amata o a una relazione sentimentale conclusasi male. Ma può anche essere riferita a un malessere riguardante specifiche situazioni esistenziali, le quali devono essere superate e, in parte, rimosse per il nostro benessere psicofisico. Credo che ognuno di noi, nel momento in cui ha avuto luogo uno shock o una delusione, si sia trovato nella necessità di dover sviluppare determinate prerogative della propria personalità, lasciandone sullo sfondo altre. Fa parte dei percorsi di crescita ed è anche il frutto di quella disillusione che, purtroppo, non lascia indenne nessuno a causa degli insuccessi e dei rimpianti con cui – prima o poi – tutti scendiamo a patti.

È interessante, tuttavia, soffermarsi sul lutto che si prova per una parte di noi seppellita. Non si tratta di un lutto metaforico. Ogni fine, di una vita o di una relazione sentimentale, produce contemporaneamente la conclusione di un intero mondo. Il mondo che riguardava il nostro legame unico e irripetibile con l’altro. Siamo abituati a dare una definizione univoca alla nostra identità, ma in realtà ciascuno di noi ha tante identità quanti sono i rapporti che sviluppa nella società. Difficilmente si è uguali con tutti gli interlocutori. Non si tratta di ipocrisia, ma di un normale adattamento della nostra personalità all’esigenza particolare (un partner lavorativo è diverso da uno sentimentale) o alle caratteristiche dell’altra persona (c’è chi è permaloso, chi non si prende sul serio, chi è iroso, ecc.). Tale adattamento è ancor più marcato quando l’intimità aumenta. Ed è ovvio che la fine del rapporto con l’altro si porti via tutto ciò che abbiamo creato insieme, compreso il nostro modo di stare con lui. Ciò avviene il più delle volte contro la nostra volontà. E qui si genera il lutto: l’impossibilità di ritrovare quel noi che è morto con colui che amavamo, quindi l’impossibilità di recuperare l’intero mondo terminato.

Questo è, d’altronde, il meccanismo tipico a fondamento della nostalgia per un tempo che, essendo passato, non tornerà più e che, proprio perché passato, ci sembra preferibile rispetto al tempo che verrà.

La chiave di lettura per l’elaborazione di questo particolare lutto è nell’ultimo concetto espresso. Dobbiamo, cioè, prendere coscienza che ciò che è finito non tornerà più e che ciò che verrà sarà, forse, migliore o comunque non meno importante. Riscoprire la dimensione del futuro come antidoto dell’immobilismo nostalgico provocato dalla morte. Prendiamo il caso, sempre più frequente, dell’anziano che, dopo cinquanta-sessanta anni di matrimonio, resta vedevo. Si ritrova negli ultimi anni della sua vita a fare un’esperienza che praticamente ha vissuto soltanto quando era molto giovane. I figli, il più delle volte, temono che non ce la possa fare. Ma non capita di rado che proprio questa nuova identità da “indossare” sia per l’anziano un modo per crearsi una vita differente, sperimentando ciò che mai avrebbe immaginato. A proposito, consiglio il libro “Fissando il Sole” di Irvin Yalom, in cui racconta proprio una rinascita derivante dalla morte di una parte di sé.

Alla fine, credo che l’unico modo per elaborare il lutto per la perdita di una parte di sé consista nel tentare di guardare il meno possibile al passato, attribuendo un valore superiore a ciò che sta innanzi. Ogni giorno può essere l’occasione giusta per rinascere e, dunque, per comprendere che la morte dell’altro conclude, sì, tutto un nostro mondo ma può anche aprirne un altro, che non è detto sia meno luminoso.

E voi cosa ne pensate? Vi è accaduto di avere l’acuta consapevolezza di aver perso una parte di voi?

13 Risposte a " Quando si patisce il lutto per la morte di una parte della propria identità, di Davide Sisto "

  1. Fiorangela scrive:

    Certamente ho perso mio marito due anni orsono dopo 50 anni di matrimonio con un Amore bellissimo.ora vivo di ricordi nostalgia e tristezza con foto del mio amato Franco dappertutto..La sua morte mi ha tolto una parte di me da Franco trascinata.mi fa molto bene scrivere cio che ho nel cuore.Cordiali saluti.

  2. Laura scrive:

    si mi capita…avverto quando la fine / morte di una mia parte è vicina e come è necessario ascoltare e lasciarla andare con grande rispetto.

  3. Maria Cristina Rinaldi scrive:

    Io sono nel pieno di questo lutto. Ero una persona attiva, impegnata e sempre piena di attività anche gratificanti.
    Da sette anni convivo con una grave neoplasia, che mi ha costretto a lunghi periodi di pausa, di interruzione di attività e relazioni. Grazie però all’immunoterapia stavo ritornando ad essere quella di un tempo, mi sentivo più forte ed energica e gradualmente mi sembrava di essere ritornata a vivere. Ora invece – da alcuni mesi – tutto è cambiato: un grave effetto collaterale (che mi ha anche costretto ad interrompere la terapia antitumorale) ha indebolito fortemente la mia forza muscolare e mi ritrovo ad essere meno autonoma in tutto. Non mi riconosco più: cammino con difficoltà e fatica, ho spesso bisogno dell’aiuto di altri, non riesco a programmare più nulla (io che sono ancora piena di desideri) anche per non sentirmi frustrata ogni volta che vi devo rinunciare…
    È davvero difficile accettare questa nuova persona, quella che sono oggi rispetto a quella che sono stata. Rassegnarsi non è la soluzione ed è complicato guardare avanti, ad un futuro che temo peggiore del presente. Oggi le mie giornate sono più vuote, nonostante gli sforzi per “riempirle” con le mie passioni, quelle compatibili con il tempo che trascorro in casa.
    So che dovrei ritrovare in me le energie per accettare la nuova realtà, quella persona diversa che sono ora, con tutti i nuovi limiti, ma per ora ci riesco ben poco!

  4. Maria scrive:

    Mah. Quando si perde una persona realmente e intensamente amata, attribuire un valore “superiore” al futuro è davvero arduo. Questi discorsi di ruoli e prospettive sono tanto più inconsistenti quanto più autentica e profonda è stata la felicità condivisa. Si può eventualmente riconquistare una serenità, una gioia di vivere, ripensare e anche per forza di cose cambiare tutto il proprio modo di vivere. Ma non ha nostalgia solo chi non ci ha perso granché, per quanti infiniti tesori (?????) il futuro possa offrire.

  5. Davide Sisto scrive:

    Ovviamente, il ragionamento che ho provato a fare dipende sempre molto dalle singole situazioni. E mi rendo conto quanto sia delicato cercare di offrire delle soluzioni. Perché è sempre molto facile parlare in astratto. Su un piano, potremmo dire, più esistenziale e meno legato a problemi di natura patologica o a lutti molto dolorosi è più facile cercare di trovare degli stimoli per elaborare il lutto per la morte di una parte di sé. O, almeno, in teoria le armi a disposizione sono maggiori. Quando la propria vita è condizionata da malattie che ridimensionano il proprio modo di vivere è tutto più complesso. Conosco tuttavia personalmente individui che, pur avendo malattie che li hanno costretti sulla sedia a rotelle, hanno trovato una forza senza precedenti per adattare la nuova persona alle contingenze quotidiane.
    Ma, ripeto, non voglio farla facile. Il ragionamento che vi è esposto può essere in molti casi fallace.
    Resto però convinto che, soprattutto nei casi in cui è possibile conservare una certa autonomia, si possa quantomeno guardare il futuro e il nuovo presente, senza rimanere imprigionati nella nostalgia per il passato.

    • Maria scrive:

      quando perdo qualcosa di mio, può essere mio anche quello che risorge in mio soccorso – quando sono malata io, quando affronto la morte io, quando perdo la mia autonomia e devo adattarmi a qualcosa di mio e per me,sono sempre più serena. Quando ciò che perdo è un’altra persona, tutto ciò che era e che dava, non ho nessun potere. Quella persona era unica e non ero io a creare il dono che era per la mia vita. La rassegnazione viene quando vuole e può, il futuro le questioni di ruolo etc per quanto mi riguarda sono una convenzione , qualcosa di accessorio e collaterale rispetto alla realtà del dolore. I ruoli sono negoziabili, ricreabili, riguardano qualcosa di pattuito con lo sguardo degli altri. Non sono per quanto mi riguarda la vera perdita, è la parte che scordo alla svelta. La perdita della persona amata non è negoziabile, è un dolore che prescinde dallo sguardo degli altri. Che è spesso “cieco”.

  6. Nadia scrive:

    Sono più di cinque anni che il mio adorato compagno è morto portando con se un parte di me. Non credo proprio che possa esserci ancora per me quella felicità. No sono certe che non sarà mai più bello vivere anche se ho tanti interessi, tanti amici e parenti cari, quella parte di me è finita per sempre.

    • Fiorangela scrive:

      Fiorangela scrive. Perfetto lo scritto di Nadia pure a me da due anni ho perso mio marito dopo 50 anni e lui ha portato via una parte Della Mia vita.Passano I giorni ma senza entusiasmo e con la tristezza e nostalgia nel cuore per la sua mancanza.Non e piu un vivere.Cari saluti.

      • PAOLA scrive:

        Condivido pienamente quello che dite anch’io dopo un anno dalla morte di mio marito, posso dire che non si vive più come prima , ti manca qualcosa che è insostituibile e quindi solo nostalgia, sofferenza, tristezza .niente più Saluto tutti .

  7. FABRIZIO VARDA scrive:

    Debbo peraltro e senz’altro condividere il pensiero.
    Una parte di me,evidentemente molto importante se non la più importante,si è letteralmente fumata nel camino.
    Mia moglie non c’è più………..

  8. Luigi scrive:

    HO perso mia moglie 33 giorni fa sono distrutto non so che fare se non a pensare che devo raggiungerla, era una persona bellissima amabile e buona nessun’altra la può sostituire, la mia vita è finita con lei ,dopo 40 anni di matrimonio sempre assieme e felici ora è finita la mia vita non ha più senso mi sono isolato da tutti cerco di stare da solo il più possibile, ho una figlia sposata con due nipotine e questo mi frena nel suicidarmi, il pensiero di farmi trovare morto magari nel bagno impiccato o con altri mezzi per loro sarebbe uno shock, e non voglio far soffrire mia figlia che già soffre per la morte della sua amata mamma, Ho tanto sperato che mi venisse un colpo, un infarto una malattia che mi condurrebbe alla morte al più presto, ma la sorte è maligna e sono ancora qui a pensare e piangere di dolore, ma che vita del c…o è la mia? un vecchio pensionato solo anche se non abbandonato, i miei parenti mi stanno vicino specialmente mia figlia e nipotine che mia moglie adorava……
    Spero di non avervi stressato con queste parole, non era nel mio intento, scusatemi dello sfogo, Addio a tutti, e cercate di sopravvivere alle disgrazie della vita.

    • Cavoti Anna Maria scrive:

      Mi dispiace luigi, anch’io ho perso mio marito improvvisamente per un infarto 11 anni fa,lui ne aveva 57 io 53. Ho passato tutto quello che lei descrive nel suo racconto, per uscirne fuori ho dovuto assumere psicofarmaci e fare sedute dallo psicologo. Le posso dire che tutto quello che lei sta vivendo adesso si attenuerà col tempo,ora è troppo presto, le consiglio vivamente di farsi aiutare. Un forte abbraccio, io ci sono se vuole sfogarsi un pochino, la capirò perfettamente.

  9. Cavoti Anna Maria scrive:

    In seguito ad un lutto, particolarmente importante per noi dal punto di vista sentimentale, si è costretti a cambiare, ci vuole tempo per accettare la nuova situazione e per condividerla e ci si trova inevitabilmente a non riconoscersi più. È fisiologico.

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