Psicologi e morte violenta: un’intervista

Cari amici, torno finalmente dopo aver concluso, durante la pausa estiva, un libro in cui parlo anche di questo blog…vi terrò al corrente della sua uscita, presso l’editore Chiarelettere.

Oggi vorrei narrarvi di un’istituzione che merita la nostra attenzione, Psicologi per i popoli Onlus (http://www.psicologiperipopoli.it): è un’importante organizzazione di volontariato di psicologi e psicoterapeuti a disposizione del Dipartimento di Protezione Civile, che interviene nei casi di catastrofi naturali e emergenze, articolata in quattordici associazioni locali e due organizzazioni non governative (in Italia e all’estero).
Ve la racconto attraverso le parole di una giovane psicologa volontaria che ho intervistato, la dottoressa Federica Carena, che opera da più di tre anni nell’associazione torinese (http://www.psicologiperipopoli-torino.it), presieduta dalla dottoressa M. Teresa Fenoglio.
Cosa fa uno psicologo in situazione di emergenza?
Noi affrontiamo sia emergenze ambientali (terremoti, tsunami, inondazioni) che sociali (uccisioni, violenze). Io però vorrei parlarti in particolare di un servizio, che si chiama SPES (Squadre psicologiche emergenze sociali) e lavora con il 118, e che costituisce la mia esperienza dentro l’associazione.
Quando c’è una morte violenta, un incidente mortale, un suicidio, veniamo attivati dalla Centrale del 118, e partiamo in ambulanza con infermieri e medici: in genere sappiamo già a grandi linee cosa è successo. Il nostro compito è dare supporto alle persone che sono presenti sul luogo della morte, e di cercare di attivare le loro reti familiari e amicali.
Cioè, concretamente?
All’inizio si tratta di fare piccoli gesti: coprire i superstiti con una coperta se stanno tremando di freddo, dar loro un bicchiere d’acqua, farli spostare dal sole a picco estivo, magari allontanarli dalla salma che deve essere ricomposta dai necrofori. Poco per volta, anche le persone più refrattarie si rendono conto che vogliamo aiutarle, e allora riusciamo a sostenerli quando devono chiamare gli altri parenti, a trovare le parole e il modo meno traumatico. La cosa più difficile, in genere, è dirlo ai bambini.
Cosa accade quando ci sono bambini?
La reazione istintiva delle famiglie è mandarli via, proteggerli tentando di nascondere loro l’accaduto. E per noi non è facile entrare nelle dinamiche familiari, avendo così poco tempo (qualche ora) per il nostro intervento. Proviamo, delicatamente, a suggerire di non escludere i bambini. A volte è meglio allontanarli, specialmente se i genitori sono sconvolti, ma sempre spigando loro cosa è successo e tenendo uno stretto contatto, telefonando, rassicurandoli sulla presenza dei genitori (o del genitore)al loro fianco. Ricordo un caso in cui due bambini sono stati mandati dalla nonna perché il papà aveva avuto una crisi violenta, quasi psicotica, di fronte al suicidio di suo padre. Era opportuno un distacco, non tanto per il suicidio del nonno, ma per la grave difficoltà del genitore.
Di fronte alla morte violenta ci sono reazioni ricorrenti?
Direi di sì, c’è lo choc, il disorientamento. Alcuni bloccano la reazione emotiva, e paiono del tutto distaccati dall’evento tragico. Altri, al contrario, hanno solo una risposta emotiva, e magari girano a vuoto nel luogo dove è avvenuto l’incidente, incapaci di fare qualunque cosa. Noi lavoriamo per la stabilizzazione emotiva, con diverse tecniche, oltre che con la vicinanza e l’empatia. Poi cerchiamo di individuare il parente o l’amico più forte, meno coinvolto dall’accaduto, in grado di continuare a gestire la situazione anche dopo che noi ce ne saremo andati.
Pian piano arriva la consapevolezza. A volte basta uno spunto. A un marito molto confuso dopo la morte della moglie, provai a chiedere se c’era qualcosa che la moglie avrebbe voluto che lui facesse. Si ricordò che la moglie desiderava le venisse messo un determinato vestito. Ricordandosene, cominciò a tornare alla realtà.
Che tipo di formazione ricevete per poter svolgere questo compito?
Siamo tutti psicologi clinici o del lavoro, e tutti facciamo un corso di un anno presso Psicologi per i popoli, guidati dai senior e da grandi esperti di psicologia dell’emergenza, come Luca Pezzullo e Fabio Sbattella, presidenti dell’Associazione in Veneto e a Milano. Impariamo anche a gestire la relazione con le altre categorie professionali con le quali collaboriamo: medici e infermieri, ma anche necrofori, vigili, poliziotti, carabinieri. Cerchiamo di essere utili anche a queste figure: non è facile per un vigile o un poliziotto comunicare notizie tragiche, ad esempio la morte di un figlio a dei genitori. Non ricevono formazione per questo, spesso sono molto in difficoltà: noi diamo loro una mano a mettersi nella giusta dimensione empatica. Poi, le parole da dire sono purtroppo quelle…
Siete tutti volontari?
Sì, infatti il problema principale è che riusciamo a essere attivi solo nel fine settimana. Talvolta le cose più terribili non aspettano noi per accadere. Quando c’è stato l’incendio della Thyssen, alcuni colleghi sono comunque riusciti a esserci. Altre volte non veniamo neppure avvisati. Avremmo bisogno anche di un nucleo di psicologi che lavori stabilmente per l’associazione…

Federica Carena mi ha raccontato anche alcune storie sulla sua esperienza, ma insieme abbiamo deciso che non le avrei pubblicate, perché troppo riconoscibili e per rispetto nei confronti del dolore di chi ha attraversato esperienze tanto dolorose.
A voi chiedo invece cosa pensate di questi interventi. Ritenete che nei casi di morte improvvisa o violenta possa essere utile la presenza dello psicologo, o vedreste meglio altre figure? Avete fatto esperienza di questo servizio, voi o qualcuno che conoscete? Sarebbe bene che gli psicologi potessero essere stipendiati, e quindi sempre presenti?

6 Risposte a " Psicologi e morte violenta: un’intervista "

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