Paura di morire, è affrontabile? di Marina Sozzi

Nessun essere umano ignora il timore suscitato dalla morte, buco nero che tutto assorbe, ignoto, misterioso e inquietante. Anche i bambini e gli adolescenti hanno un’apprensione nei suoi confronti, spesso mista all’attrazione per ciò che è pericoloso e sconosciuto. Spesso ripetiamo che occorre reintegrare la morte nella vita: ma questo non significa affermare che sia possibile superare la paura della morte, connaturata con l’uomo in quanto essere consapevole della propria mortalità.

Tuttavia, se, come a molti accade, la paura della morte diventa un’emozione dominante nell’equilibrio della vita, senza che vi sia un’imminenza della morte o un rischio di vita con una concreta base di realtà, vale la pena occuparsene con maggiore attenzione.

E c’è qualcosa che possiamo fare per capirla meglio. Possiamo cominciare a guardarla da vicino, questa paura, e ad analizzarla, spacchettandola, per così dire, dividendola in parti. Che cosa mi fa paura nel fatto di morire?
Non è tautologico. La paura della morte si compone di diverse paure più piccole, che, se comprese, possono contribuire a rendere più accettabile la grande Paura. Tutte le componenti del terrore della morte riguardano la vita.

Una delle più frequenti è quella di non sentire la propria vita come gratificante, di non essere soddisfatti di ciò che si è realizzato. La nostra cultura, che ci spinge a credere di essere individui assolutamente liberi nel mondo, capaci di creare la propria vita dal nulla, come un’opera d’arte, non aiuta a comprendere il limite intrinseco nelle nostre biografie. Siamo invece persone con un radicamento e una storia familiare, sociale e culturale che fanno di noi esseri determinati, che hanno solo alcune possibilità di realizzazione. Se riusciamo a cogliere il senso di quest’affermazione, ad accettare senza rimpianti eccessivi alcune sconfitte e frustrazioni, potremo essere persone più felici, vivere appieno la vita che abbiamo, e vedremo allontanarsi un po’ la paura di morire.

Vivere con consapevolezza sembra un altro elemento centrale. Se siamo sempre proiettati solo nel futuro, senza nulla assaporare del presente, rinviando continuamente le gratificazioni e la felicità, immaginando che arriveranno con la prossima vacanza, con la promozione attesa, con una nuova relazione, l’idea di morire si presenterà come una mannaia che cade su un’opportunità perduta, quella di godere della vita. Se proviamo a essere più presenti, più appagati di quello che abbiamo, più consapevoli e maturi, avremo meno paura di morire.

L’amore è l’altra questione cruciale. La profonda gioia del dare e ricevere amore, amore in senso lato, è un buon antidoto contro la paura di morire. Se abbiamo sperimentato la gioia di dare amore disinteressato e pieno almeno una volta, se ne abbiamo ricevuto in cambio, il senso della nostra vita ci appare più chiaro. E se il significato è compreso, lasciare la vita incute meno panico.

Poi ci sono tante altre paure che non riguardano il fatto in sé di non vivere più, ma il timore di come arriveremo alla nostra morte. La paura di perdere l’autonomia, di dover dipendere da altri, di avere lunghi periodi di sofferenza fisica e spirituale. In una parola, di perdere la propria identità e la propria dignità.
Ma cosa è la dignità? Occorre distinguere tra la paura di perdere la dignità e la percezione, o l’esperienza di perderla. Chi ha studiato l’esperienza di perdere la dignità (come Harvey Max Chochinov nel suo Terapia della dignità) ha messo in luce il fatto che tale percezione non dipende dalle numerose perdite che alla fine della vita indubbiamente si presentano, ma da come si relazionano con noi coloro che si prendono cura della nostra vecchiaia, o della nostra malattia. Il Royal College of Nursing inglese ha dato un’interessante definizione della dignità, affermando che nessun essere umano la perde se coloro che lo circondano continuano a considerarlo un individuo di valore, degno di stima. La dignità ha a che fare con la relazione, non è realtà oggettiva, non esiste a prescindere dagli altri.

Ma se così stanno le cose, come facciamo a essere certi che chi si prenderà cura di noi ci guarderà come esseri dotati di valore? Non è, naturalmente, una certezza che possiamo avere (anche se stendere le nostre disposizioni anticipate di trattamento può aiutare), e tuttavia c’è qualcosa che possiamo fare. Quel che possiamo fare per rassicurarci è attribuire sempre a ogni singolo essere umano, qualunque sia la situazione in cui ci si presenta, quello stesso valore che vorremmo che gli altri attribuissero a noi. E’ l’imperativo categorico kantiano, formulato nella Metafisica dei costumi, e quanto mai attuale: “agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale”. Universalizzando, con Kant, il nostro comportamento (agisci come vorresti che gli altri agissero nei tuoi confronti), possiamo contribuire a creare una cultura del rispetto dell’essere umano e della salvaguardia della sua dignità. Ricordiamolo, quando incontriamo persone che hanno bisogno del nostro sostegno, o anche solo della nostra considerazione. Poveri, immigrati, malati, disabili, morenti, eccetera eccetera. La nostra paura di morire decrescerà.

Mi sta molto a cuore il vostro parere. Sia sulla paura della morte, sia sul tema della dignità.

11 Risposte a " Paura di morire, è affrontabile? di Marina Sozzi "

  1. Roberto scrive:

    Grazie della sua sensibilità; le sue considerazioni mi paiono condivisibili e di valore… compassionevole. Grazie.
    Ho e avrò paura della morte, con cui, a causa della mia età, è opportuno che intensifichi il dialogo e se possibile stabilisca un poco di amicizia. Ultimamente ho seguito il transito di un amico morente e i dubbi sul significato della morte e le domande sulla vita, il dolore, la paura, insomma le grandi domande hanno alzato la loro voce. Un’amica mi ha consigliato un libro dove a queste domande risponde un Dio amabilissimo, simpatico e vertiginoso. Lo raccomando anche perché chi promuove Dio, accumula punti (lo dice il Dio di Walsch). L’autore è il notissimo Neale Donald Walsch, quello di Conversazioni con Dio (clamoroso successo internazionale). Il libro si chiama Accanto a Dio. La vita non finisce. Recensione: ” Se il nostro è un viaggio per tornare nella Casa di Dio, ma in realtà noi siamo sempre accanto a Dio, allora dove andremo dopo la morte? Anzi, che cos’è la morte? Da queste domande basilari ne nascono poi molte altre. Il percorso migliore è quello che raggiunge più direttamente la meta o quello che tocca alcune tappe necessarie? E quale bussola va utilizzata per scegliere la giusta direzione quando si arriva a un bivio? Ma l’ironico e provocatorio Dio di Walsch spiazza il suo interlocutore con altri quesiti, assai più radicali. Siamo davvero in viaggio, o ne abbiamo solo l’impressione? Siamo vittime degli eventi o ne siamo gli artefici, seppure a livello inconscio?” A me il libro ha dato tanto, anche se non ho capito tutto e dovrò, anzi, vorrò, rileggerlo….perché il libero arbitrio è un “must”… E se l’info vi è arrivata…sembra voglia dire che eravate pronti. E poi non vorrete perdervi un Dio così amico. Grazie Marina.

  2. Lina scrive:

    La dignitá viene offesa dalla esposizione e invasione del corpo,le risatine,i commenti tagliano come i coltelli.non ho paura della morte.ma dell’invasione si!ariel

  3. Roberto scrive:

    Ancora Roberto, scusate il ritorno. Il libro che ho detto più su, Accanto a Dio, credo sia fuori commercio; io l’ho letto prendendolo in prestito dalla Biblioteca, altrimenti di seguito una versione pdf, sperando di non infrangere i diritti d’autore: accanto _ a_ dio _n.d_ walsch libro _ pdf.pdf
    “Tutti fanno tutto per se stessi…
    Quando capirete che questo vale anche per la morte, non
    avrete più paura di morire.”
    “Una volta che avrai risposto alla maggior parte
    delle domande che ti sei posto sulla morte,
    avrai risposto anche alla maggior parte
    delle domande che ti sei posto sulla vita.” Come ha detto Marina
    “Pensi che morire sia qualcosa che succede
    contro la tua volontà?”
    “Non c’è nessuna verità tranne quella
    che esiste dentro di te.
    Qualsiasi altra cosa è quello che qualcuno ti dice.”
    “Non importa quale via percorri,
    non puoi non arrivare a Casa.”
    “Qualsiasi cosa tu faccia,
    non credere a quello che viene detto qui.”
    “Tutte le anime trovano la pace dopo la loro morte.
    Non tutte la trovano prima.”

    ………….

  4. Maria Cristina Rinaldi scrive:

    Convivo con l’idea della mia morte, da quando mi sono ammalata di cancro, l’ho sentita immediatamente “vicina” e reale e ne ho avuto paura, una paura piena di tante emozioni diverse e contrastanti, una paura inizialmente respinta ma che via via ha perso il suo aspetto più scuro e cupo. A sette anni dalla diagnosi e con terapie che stanno funzionando, oggi la morte è una convivente – come la malattia – a cui penso spesso, provando anche ad immaginarla. Ultimamente ho finalmente avuto il coraggio di coinvolgere in questi miei pensieri e desideri anche mio marito, mi sentivo troppo sola e mi sono detta: a cosa serve che io mi prepari, se poi nessuno conosce ciò che mi farebbe stare meglio? A parte le disposizioni anticipate, già redatte, ciò che vorrei è essere lasciata andare via dolcemente, essere assistita da persone conosciute e non da estranei, che mi tratterebbero solo come un corpo malato e morente, conservare ciò che chiamiamo “dignità”, nel senso di poter essere protagonista fino alla fine, secondo le volontà del momento, senza prevaricazioni. Ammesso che io sia in grado di poterle comunicare in qualche modo. Sarebbe bello che ci fossero la musica, i colori, la tenerezza e l’amore, non sicuramente in una anonima corsia ospedaliera, tra gente che va e che viene, luci al neon accese e spente, ecc. Morire a casa propria, con le giuste cure palliative, o se non è possibile in un hospice.

  5. Ennio Ranaboldo scrive:

    Bellissimo post, condivido le argomentazioni e sottoscrivo ogni commento. “Carne dolente” siamo tutti, per citare l’appena trapassato ed indimenticabile Guido Ceronetti. La cultura della relazionalità e della reciprocità, naturalmente, non l’ha inventata Kant ma è fondamentale negli insegnamenti di Confucio, Cristo e di ogni altra religione o filosofia dello spirito, e ne informa comandamenti e pratiche. Ed è poi cruciale ai fini delle scelte politiche ed organizzative in materia di fine vita, come lo è sul fronte del vissuto di ognuno. E la frase chiave di Marina è la seguente: “la dignità ha a che fare con la relazione, non è realtà oggettiva, non esiste a prescindere dagli altri”. Esattissimamente.

  6. Elena scrive:

    Io non credo di avere paura di morire, quanto invece di perdere i miei cari. Ho paura della morte delle persone che amo e ho paura di non ritrovarle dopo la morte. Sono credente, ma dopo la morte di mio fratello e di mio padre sono diventata enormemente ansiosa nei confronti del resto della mia famiglia. E nonostante abbia sperimentato circostanze e coincidenze che mi fanno pensare che i miei cari scomparsi siano altrove vicino a noi, vorrei averne la certezza, da brava persona razionale. E poi, dopo aver visto persone morire per malattie croniche e debilitanti, vorrei che la morte arrivasse con la minor sofferenza possibile e in compagnia dei miei cari, non attorniata da persone estranee. Quanto abbiamo ancora da fare a tal riguardo per l’assistenza all’anziano e al fine vita!

  7. Paolo Trenta scrive:

    Come esseri abbiamo uno spazio davvero esiguo per determinarci o, come ha detto Maria Zambrano, per dare forma al nostro essere. Siamo fragili e vulnerabili, che non è la stessa cosa, vulnerabili perchè siamo esseri relazionali che sin dalla nascita hanno bisogno degli altri, ma gli altri ci possono aiutare o ferire, sostenere o aggredire, non abbiamo potestà sulle loro motivazioni e comportamenti. Nelle ultime fasi della vita questo esiguo, ma fondamentale spazio è stato storicamente ridotto da varie agenzie e soggetti che hanno avuto il potere di determinare il quando e il come morire. La modernità ha assegnato alla tecnica e alla biomedicina questo compito, con il risultato di ferire e offendere la dignità delle persone che si sono viste ridotte a corpi da trattare, senza riconoscere i valori e i desideri delle persone e quindi la loro dignità e il loro valore. Il diritto all’autonomia e all’autodeterminazione è il primo passo per riassegnare dignità alle persone morenti. Bisogna ascoltarle, sentire le loro storie , capire ciò che per loro ha senso!!

  8. Maurizio Padovani scrive:

    Si ha paura per qualcosa che non si conosce. La morte è intorno a noi eppure è invisibile perché è un capitolo integrante della vita che non riscuote interesse, perché è ritenuta una disgrazia solo di chi ne viene colpito, perché nessuno sa cosa dire e forse a volte sarebbe meglio tacere.
    Ci si chiede “che ne sarà di noi” quando siamo un mistero a noi stessi. Risulta naturale aggrapparsi all’esperienza (la nostra, giocoforza limitata) agli incontri, ai fatti che abbiamo vissuto, ma non troviamo risposte perché siamo tutti alla perenne ricerca del piacere, inteso come gratificazione, e non del dolore, della sofferenza. E qui ci siamo. Però dolore e sofferenza diventano esperienze bloccanti perché difficilmente spiegabili e condivisibili. Ma cosa sono il dolore, la sofferenza? O meglio, ci siamo chiesti cos’è il nostro dolore interiore? Ci sforziamo di entrarvi per capire da dove proviene? E se il dolore è fisico, abbiamo la forza di dare e ricevere la vicinanza, il contatto, l’ascolto?
    Infine, è possibile dare cittadinanza al dolore, alla sofferenza, dare loro un senso che ci riappacifichi con la vita?
    In tutto questo entra il discorso di dignità del fine vita. La dignità, anche qui, non è unico appannaggio dell’anziano, del morente, ma dovrebbe essere una rete che coinvolge famigliari, amici, personale sanitario e assistenziale, strutture pubbliche e private, nell’ottica della libera scelta dell’interessato e dei suoi affetti. Insomma, la società.
    Più alta sarà la capacità di fare e dare “rete”, di prendersi cura, maggiore sarà la possibilità di vivere e morire in dignità.

    • Marina Sozzi scrive:

      Sono molto d’accordo, Maurizio. C’è molto lavoro da fare. E certo il contesto in cui siamo immersi, l’epoca storica, la situazione politica, non ci sono favorevoli.

  9. Giovanni scrive:

    Cara Marina,
    è da molto che non scrivo un po’ per saturazione delle tematiche che si ripetono, poi anche perchè la situazione della mia salute sta alquanto precipitando. Infine, su questo tema, rischierei a mia volta di ripetermi.
    Mi decido infine a correre questo rischio, per discutere alcune tue tesi.
    Ho avuto la fortuna (nella sfortuna) di convivere col mio cancro per 14 anni, di cui 7 con la recidiva. Ho avuto tutto il tempo, quindi: 1) di prendere consapevolezza della caduta di ogni senso di onnipotenza, della mia finitezza, della mia mortalità, che è anche quella di tutti. 2) di rielaborare la mia storia, riviverla e accettarla, regalandole un senso, e scrivendone ampiamente. 3) di riflettere molto sul fenomeno morte, come è vissuto (male) da noi oggi e magari meglio altrove (in Oriente), ripassando l’ansia di infinito, di superare la barriera che ci si oppone, che attraversa tutta la cultura, trovando vette soprattutto nell’arte e la poesia (ci ho scritto anche un saggio – che “in fieri”, anni fa, avevi già letto, ma che è continuato come work in progress, che ora tenterò di far pubblicare, se possibile). Ciononostante alla fine ho sposato la tesi del filosofo Derrida che, prima di morire, ha confessato il proprio fallimento in un intervista, poi diventata libro: “se la filosofia insegna ad imparare a vivere, e quindi a morire (vedi Socrate), io non riesco ad accettare la morte”. Così anch’io, non del tutto, anche se ala fine non si può che rassegnarsi.
    Ho vissuto e amato, sono stato amato e lo sono ancora. Ma questo – contrariamente a quello che dici – non aiuta, paradossalmente è il mio ultimo ostacolo: far soffrire chi resta, e coinvolgerlo in tutto l’iter del massacro fisico di cure sempre più pesanti che non hanno più possibilità di guarigione, dell’iter obbligatorio delle cure palliative. A che pro? Prolungare l’agonia e la sofferenza di entrambi? Se fossi solo, di fronte a questo, non avrei dubbio alcuno, sarei per un taglio netto: la mia vita finisce qui, chiudiamo, tanti saluti e amen. La persona in questione, oltretutto, è contraddittoria: per gli altri vede di buon occhio la stessa eutanasia, se non il fai-da-te del cuscino premuto in faccia: ma non per me, per me preferirebbe l’hospice. Dovremo discuterne al lungo, se possibile, sperando di arrivare a una scelta condivisa.
    Sto cercando uno psicologo esperto del fine-vita per parlare di queste cose, al di là degli psico-oncologi: ma quanto è difficile! (qualcuno ha suggerimenti su Milano?)
    Quanto all’imperativo kantiano e a esserci quando gli altri hanno bisogno, sfondi una porta aperta: è sempre stato un mio credo.
    Per quanto riguarda infine la dignità, ne abbiamo già ampiamente parlato. Ognuno, credo, ne ha un concetto proprio maturato dalla propria sensibilità ed esperienza, del tutto degno di rispetto. Ho il ricordo di 3 anni di demenza di mia madre, dei suoi 4 mesi di agonia dopo rottura del femore, ridotta a pura “cosa” fra malati derelitti e abbandonati al loro destino. La volevo viva per troppo amore. Quando è morta, mi si è affacciata, in tutta evidenza, l’inutilità, e l’infinita sofferenza, di questo calvario. Vivere non è obbligatorio, quando le condizioni fisiche si trasformano in un massacro. Per questo, già da mesi, ho depositato in Comune il mio testamento biologico. Ma basta?
    Un caro saluto.

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