Non parlatemi più di spine da staccare!

Sulla Stampa ha preso forma ancora una volta, nel botta e risposta tra l’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia e il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni Marco Cappato, un dibattito tipicamente italiano, invecchiato e sterile: quello sulle cure palliative e sull’eutanasia come soluzioni “alternative”.
Sirchia fa un condivisibile elogio alle cure palliative e mette in luce l’esigenza di migliorare la cultura della terapia del dolore. E aggiunge: «l’eutanasia è una grande mistificazione e un sofisma basato sull’assunto che il dolore sia peggio della morte (…) siccome morire è meno doloroso del dolore stesso, la morte viene considerata il male minore. Ma se alleviamo il dolore, il falso castello crolla”: dunque cure palliative contro eutanasia.
Marco Cappato risponde dicendo due cose diverse. Da un lato ammette che i paesi in cui c’è l’eutanasia sono quelli con i più alti standard di cure palliative. E denuncia anche le disparità che esistono nel nostro paese rispetto all’accesso alle cure palliative da parte dei cittadini. Dall’altro ribadisce che morire è una scelta, fermo restando il dovere dello Stato di fare il massimo per alleviare il dolore. Quindi: cure palliative e eutanasia devono poter coesistere, ma delle cure palliative si occupi qualcun altro.
Questa risposta continuo a non capirla. Lo stesso Cappato ammette che i paesi dove c’è l’eutanasia hanno ottime cure palliative (e non possiamo dire lo stesso dell’Italia). Perché allora non cominciamo da lì, visto che siamo tutti d’accordo che è una lotta necessaria?
E’ come se io avessi sete e fame, e davanti a fontana mi rifiutassi di bere finché non mi portano il pane: è illogico, e in questa mancanza di logica sono nascosti tre non detti.

1.L’indifferenza per il destino dei morenti, e la strumentalizzazione politica del tema. Altrimenti sarebbe ovvia la priorità da dare alle cure palliative e alla corretta applicazione della legge 38/2010.
2.La verità che il suicidio assistito, e/o l’eutanasia, non sono tanto risposte al dolore fisico irriducibile (o lo sono solo in minima parte), ma al male di vivere, quando le condizioni di vita sono difficili o intollerabili: ed è su questo che occorrerebbe discutere, perché il dibattito pubblico sia onesto. L’eutanasia riguarda le persone che non hanno più voglia di vivere perché troppo depresse, o con una malattia neurodegenerativa, o perché molto vecchie (cfr. le scelte svizzere di questi giorni), eccetera.
3.Non lo vogliamo davvero, in Italia, un dibattito pubblico informato su questi temi: è più utile creare polarizzazione delle opinioni e divisione. Evidentemente paga di più continuare a far pensare alla maggioranza degli italiani che morire significa trovarsi di fronte all’alternativa tra staccare e non staccare una spina (sic).

Vi prego, ditemi cosa ne pensate.

18 Risposte a " Non parlatemi più di spine da staccare! "

  1. Elena Finelli scrive:

    Lotta contro il dolore e eutanasia non possono opporsi, ma completarsi: si deve dare sollievo alla sofferenza finchè è possibile e poi quando non si può andare oltre, si può valutare di ricorrere all’eutanasia se questa è la sola soluzione, quando non c’è più speranza. Molto importante è il Testamento Biologico, nel quale quando si è ancora in grado di intendere e di volere, la persona può dare tutte le indicazioni affinchè un suo fiduciario possa al momento voluto accettare o rifiutare dei trattamenti sanitari utili solo a prolungare l’agonia di un malato senza speranza.

  2. Giulia Loglio scrive:

    Concordo con Elena, cure palliative ed eutanasia sono percorsi complementari non l’uno sostitutivo dell’altro. Quale sia la vita che val la pena di vivere, cioè fino a che punto riteniamo sia giusto sopportare pur di continuare ad esistere dipende dal percorso di ognuno, dal significato che ognuno da alla vita e dalle cose che per ognuno sono irrinunciabili.
    Nelle non poche persone che purtroppo ho avuto la fortuna di conoscere fino alla loro morte non era la sofferenza a fargli sperare nella fine ma la perdita della possibilità di vivere e dare ancora un senso al loro tempo.
    Alleviare il dolore e minimizzarlo con tutte le cure possibili è un gesto di umana empatia e amore perchè il dolore fine a se stesso non ha alcun senso, se ci sono i mezzi per alleviare una sofferenza e non vengono applicati è una deliberata “tortura” che non è più possibile tollerare. Comprendere la scelta di morire di alcuni è invece un gesto di grande rispetto e comprensione dell’altro che richiede leggi adeguate perchè la volontà del singolo non venga sostituita dal pensare comune o da valori di terzi.
    Purtroppo parlare della morte e della sofferenza non è facile e i più girano la testa dall’altra parte non comprendendo che sono temi da affrontare quando si ha la fortuna di non esserne coinvolti.

    • Ernesto Bodini scrive:

      Sarebbe troppo semplicistico esprimere una considerazione sintetica su questo argomento, ma dilungarsi sul medesimo si rischierebbe, a mio avviso, di fare affermazioni non razionali e soprattutto non coerenti. Per “ovviare” a questo rischio ritengo con tutta modestia ed umiltà ispirarmi (e condividendo) al concetto cristiano che la vita non ci appartiene, sia pur nella circostanza di estrema sofferenza fisica… oltre che psicologica, per le quali la scienza medica ci mette a disposizione la terapia palliativa, oltre naturalmente a poter fruire della vicinanza costante di una persona a noi più cara (oltre al medico e all’infermiere) che ci trasmetta quel calore e quell’affetto che possono essere più che complementari alla terapie mediche tradizionali: è sempre la presenza umana che è apportatrice di serenità e conforto. Questo il mio modesto pensiero. (Ernesto Bodini – giornalista medico-scientifico – biografo) – Torino

  3. Fernando Guidi scrive:

    Sono d’accordo che è il male di vivere la brutta bestia da affrontare in questa società e non l’eutanasia, semmai il suicidio e questo non riguarda solo chi è in fine vita, anzi. Io mi chiedo sempre più spesso perché non si adopera l’esperienza educativa dell’Hospice per comprendere la bontà del sollevare dal dolore e liberare il tempo di attesa della morte, verso un impegno per quelle relazioni che possono segnare favorevolmente gli ultimi giorni del moribondo e, soprattutto, i ricordi di chi resta. Negli Hospice talvolta è difficile entrare per conoscerne la realtà, sia per i tirocinanti sociosanitari, che per i cittadini e, talvolta, anche per i volontari. Forse anche lì vige la barriera sociale di protezione alla realtà della morte che ci rende così deboli ad affrontare i temi di finevita!

  4. Maria Laura Cattinari scrive:

    concordo pienamente con Elena e Giulia: le cure palliative, la terapia del dolore ed il testamento biologico sono le priorità oggi in italia. Di eutanasia e suicidio medicalmente assistito si potrà parlare poi, quando l’autodeterminazione terapeutica nel fine vita sarà un diritto oltre che costituzionalmente garantito, come è già, anche agito concretamente grazie a norme dettate da una Legge parlamentare che aspettiamo. Per quanto riguarda invece la terapia del dolore e le cure palliative bisogna lavorare per dare attuazione all’ottima Legge del Marzo 2010. Bene ha fatto l’ex Ministro Sirchia a denunciare il nostro ritardo in gran parte dovuto alla mancata preparazione del personale sanitario.

  5. ELVIRA LARIZZA scrive:

    Il quesito è difficile indipendentemente dalla nostra fede. E’ vero come dicono i cattolici che la vita è un dono di Dio e
    solo lui ce la puo’ togliere ma è anche vero che spesso viene tolta a persone che vorrebbero vivere . bambini,innocenti….
    Posso ricordare tanti miei pazienti ,ognuno la pensava in un modo diverso. Ricordo R. mi diceva sempre” anche un minuto ,un attimo in più ma mi faccia vivere”, invece I. quante volte mi ha detto”se peggioro e devo fare cure palliative
    preferisco morire” Entrambe avevano 30-40 anni. Cosi’ potrei scrivere tante cose,tanti pensieri diversi,tante richieste diverse.Non so cosa sia giusto o sbagliato però penso che ognuno debba poter scegliere in piena libertà cosa vuole fare.

  6. Maria Laura Cattinari scrive:

    Anche oggi sull’Unità Carlo Troilo dell’ Associaizone Coscioni parla ancora d’eutanasia. Sembra che se non si scrive “EUTANASIA” non ci possa essere attenzione dei media per le problematiche di fine vita!!! Questo serve solo a mantenere nell’ignoranza il grande pubblico e a non affrontare i nodi veri che sono appunto quelli di una morte dignitosa e quindi rispettosa della volontà della Persona che deve trovare ascolto e accompagnamento. Tutti gli anni in Italia ci sono, dicono le statistiche, almeno 250.000 Persone “malati terminali” (espressione orribile), non sarà una legge sull’eutanasia che potrà, penso, migliorare la loro fine. Come è noto, anche dove, come nel Benelux, si è legalizzata la dolce morte, meno del 2% della popolazione muore per eutanasia, ma per tutte/i le/gli altr* ci sono hospice, terapie palliative e terapia del dolore domiciliari oltre che, ovviamente, ospedaliere. Di questo dobbiamo occuparci in Italia prioritariamente, questo fa anche Libera-Uscita, l’Associazione in cui opero come volontaria.

  7. Cristian Riva scrive:

    Qualcosa non mi torna. Nella mia esperienza, lo racconto bene anche in un episodio del mio libro, é proprio una buona palliazione che allontana il pensiero eutanasico.

    Cito dal libro:
    :” So che potrebbe mancare poco. Ma certo non vorrei fosse meno di quello che mi aspetto. In ogni caso se dovesse arrivare troppa sofferenza voglio essere IO a decidere come e quando andarmene. Ho pensato alla Svizzera e all’eutanasia, non posso vedermi prigioniero di un letto né tanto meno essere accudito come un cagnolino che sporca ancora nella cuccia. Sarebbe per me inaccettabile.”
    Daniele si confida subito e mette sul tavolo le sue carte quasi a dirci, ora Signori, fate il vostro gioco; e lo abbiamo fatto spiegando a Daniele, io e il medico palliativista, che nel momento in cui un sintomo fosse inaccettabile poiché refrattario alla terapia o una condizione fosse per lui insostenibile tale da causare agitazione e paura non controllabile, lui stesso avrebbe potuto chiedere non certo di morire, ma perlomeno di dormire.
    :”Questa sì che è una bella notizia! La più bella negli ultimi mesi!”
    Pensate semplicemente che Daniele sta provando gioia nel sentirsi dire che c’è un modo per andarsene senza dolore, sen- za sofferenza. Esulta di fronte alla morte perché sarà una buona morte. A casa sua, con i suoi familiari, il suo cane e con noi. Il non sentirsi soli, il poter parlare liberamente del non futuro è fondamentale per persone come Daniele, consapevoli e pianificatrici di ogni dettaglio. Solo chi ha provato grandi percorsi di sofferenza e di dolore credo possa esultare in questo modo.
    ——————–
    Come dico sempre ogni storia é diversa, ogni persona accoglie la malattia in maniera differente. In questo caso un buon intervento palliativo, programmato, condiviso, ha distolto subito Daniele dal voler ricorrere all’eutanasia. Così come tanti. Ciò che non capisco é la strumentalizzazione politica. Io non sono nessuno per dire si o no all’eutanasia ma di certo dico NO all’accanimento, dico SI alle scelte preventive di trattamento regolamentate da una legge e dico SI alla promozione, alla diffusione, alla conoscenza di cosa siano veramente le cure palliative che purtroppo, in Italia, vengono ancora troppo spesso confuse o solamente accostate alla morte.

    Grazie

    Cristian Riva
    http://www.coraggioepaura.com

  8. giorgio '61 scrive:

    Un argomento “difficile”da trattare,soprattutto per chi come me non e’ ne’ giornalista ne’ medico-scrittore,
    ma semplicemente “volontario”in un Hospice.
    Per questo desidero che tutti i verbi che usero’ siano letti al “condizionale”,l’unica forma verbale “concessa”
    a chi “soffra nel DUBBIO”e non cede a “facili certezze”
    Ho appena finito di leggere il Suo ultimo libro,MARINA e devo ammettere che l’ho trovato Importante
    proprio nell’ “immergermi” ,ancora di piu’,nel DUBBIO che serve per “cercare di capire”(anche la grande
    psicologa e psicoanalista MARIE DE HENNEZEL sostiene che chi “chiede” l’eutanasia e’ una minoranza
    risibile)…….allora concordo con Maria Laura e riflettiamo tutti ponderando bene…..GRAZIE A TUTTI

  9. sipuodiremorte scrive:

    Grazie a tutti per gli importanti stimoli che avete dato a me e agli altri lettori per riflettere di più e meglio, senza pregiudizi, sui dibattiti che si sviluppano sul morire nel nostro paese.
    Per quanto mi riguarda, io so di dover fare un passo importante per capire di più: la volontaria in un hospice.

  10. Antonio scrive:

    Molto sinteticamente:
    -Sì a cure palliative per ridurre l’effetto del dolore.
    – No accanimento terapeutico, medico e nutrizionale, per mezzo di macchinari.
    – Mantenere dignità e qualità della vita.
    -Libertà di scelta per l’eutanasia (questione di coscienza individuale etico/religiosa)

  11. giulia scrive:

    E’ un argomento troppo complesso perché si possa fissare una linea, un pensiero.
    Quando si sta male la morte é l’unica amica che ti resta, però non sempre dopo ci si trova bene, cioé non é che la morte di per sé solleva sempre da tutto. Non é mia intenzione sconvolgervi, ma a me é successo di attraversare il limite a causa del dolore e ho avuto la grazia di poter tornare.
    Credo che il biglietto di andata debba comprendere non solo pietà per la situazione disastrosa, non solo l’aver lottato per risolvere materialmente la malattia, ma anche una “rivisitazione” di ciò che siamo o siamo stati..
    O forse altro. A seconda delle persone.
    Ogni persona é un mondo a sé. Ognuna ha una storia e compie gli ultimi passi in un modo tutto personale.
    Forse la cosa migliore é il testamento biologico. Ma ancora più importanti sono le cure palliative.

  12. giulia scrive:

    L’immagine scelta per il post é magnifica

  13. Laura Viezzoli scrive:

    Personalmente credo che termini come eutanasia e peggio ancora, suicidio assistito, dovrebbero scomparire. Troppo carichi di giudizio, il primo richiama il fantasma del razzismo e dell’eliminazione della persona inutile, l’altro richiama l’incapacità di amare la vita, il desiderio di farla finita. Perchè una persona colpita da malattia senza possibilità di guarigione deve anche subire il fardello lessicale di un giudizio sul proprio fine vita? .. momento così delicato, prezioso e faticoso? Sarebbe opportuno secondo me, che l’accompagnamento medico al morire, avesse un unico termine, dentro al quale poi coesistano pratiche e modalità diverse in base alle esigenze del paziente. E penso che questo termine sia proprio “cure palliative”, nel senso non solo dell’eliminazione del dolore ma della presa in carico della persona morente a 360° (persona intesa come corpo, mente, affetti, desideri, bisogni … ) così come ho visto fare in modo molto professionale e al tempo stesso amorevole in alcune equipe lombarde.
    Per cui sono d’accordo con l’articolo scritto da Marina, nel senso che cure palliative ed eutanasia non dovrebbero essere separate ma convivere sotto lo stesso tetto e come prima cosa, andrebbe diffusa capillarmente in tutta i Italia la cultura medica e filosofica delle cure palliative. Non sono però d’accordo sull’accusa che si fa all’Associazione Coscioni, intanto perché secondo me la strumentalizzazione è della stampa italiana e non dell’Associazione. Ho poca fiducia nel giornalismo italiano, lo trovo incapace di riflettere ed esporre tematiche, se non con prese di posizione sterili, come appunto le definisci tu, dove non c’è un vero approfondimento se non un ring di botte e risposte più facilmente raccontabili e più facilmente vendibili. L’altro motivo per cui mi trovo a difendere l’Associazione Coscioni è che si occupa di diritti al malato, le cure palliative sono già legalizzate (e per fortuna!) per cui sono già un diritto, l’eutanasia o il suicidio assistito, termini che appunto abolirei e farei entrare nelle cure palliative con definizioni scientifiche e non psico-storiche, non sono ancora legalizzate per cui le equipe palliativiste non le possono praticare e quindi non sono ancora un diritto del malato. Purtroppo ci sono pazienti in cure palliative che, nonostante la grande cura e professionalità con cui si allevia il loro dolore, a un certo punto non ce la fanno più. Non parlerei di mancanza di voglia di vivere, ma di impossibilità a vivere in certe condizioni. Le cure palliative dovrebbero essere diffuse, raccontate, praticate, ma contenere dentro lo strumento eutanasico per casi estremi dove il dolore è alleviato ma la sofferenza è insopportabile .. Come si fa a dare ai palliativisti questo strumento se non viene legalizzato? Se la critica all’Associazione Coscioni è che è troppo presto per dibattere sull’eutanasia e che prima bisognerebbe allargare le cure palliative, se è un fatto di tempistiche non so che dire .. non ha abbastanza strumenti sociologici per valutare questa cosa, sicuramente però si continua a morire tutti i giorni e molte persone continuano a vivere sofferenze insopportabili. Scusa la prolissità. Un abbraccio Laura

    • sipuodiremorte scrive:

      Cara Laura, ti rispondo con il dato di un prezioso sondaggio fatto dalla Federazione Italiana delle Cure Palliative: il 50% degli italiani, uno su due, non sa neppure cosa siano le cure palliative, pensa siano quelle “inutile”, o la somministrazione di un placebo.

  14. anna tavella scrive:

    Come molte/i altri, penso che cure palliative ed eutanasia non possano essere giocate le une contro le altre. C’è piuttosto bisogno di chiarezza, perché si tratta di questioni non banalmente sovrapponibili, che hanno importanti implicazioni etiche (soprattutto la seconda), ma che proprio per questo hanno bisogno di spazio e di riflessione.
    Promuovere la cultura e la diffusione delle cure palliative, esigere quale nostro diritto di non essere lasciati soli nella sofferenza e di poter vivere dignitosamente il nostro fine vita è certamente una priorità, che dovrebbe diventare battaglia culturale e “politica” in senso lato. Così come è fondamentale sgombrare il campo da equivoci e fare una corretta informazione: credo che pochi siano oggi informati sulle alternative praticabili per evitare un carico di dolore inutile e l’accanimento nel tenerci in vita in maniera del tutto artificiale, in uno stato che molti non considerano accettabile.
    Ma c’è anche chi l’eutanasia la chiede con coscienza di causa (e credo che l’associazione Conscioni sia tra queste): non possiamo negare loro voce solo perché si tratta di una minoranza. Capisco che l’incardinarsi del dibattito su un falso binario sia frustrante per chi, come te Marina, cerca di promuovere una riflessione seria e non strumentale sulla morte e sul fine vita, ma credo che in una riflessione di questa natura, il tema dell’eutanasia per quanto difficile ed eticamente sensibile, non possa essere espunto. Interessante, a questo proposito, la riflessione sulla connotazione colpevolizzante della parola che ha ricordato Laura qui sopra. Un saluto, Anna

  15. sipuodiremorte scrive:

    Non a caso, in tedesco non si usa la parola eutanasia, che rimanda a orrendi ricordi, ma “Sterbehilfe”, ossia aiuto a morire.

  16. Mauro Oretti scrive:

    Lo hai scritto bene tu e sulla questione non ho altro da aggiungere. Voglio invece contribuire con uno spunto legato all”idea di karma (karma = azione; ogni azione ha un effetto, che puo’ essere positivo o negativo). Cosa ben riassunta in inglese dal detto “what goes around comes around”.

    In questa prospettiva, a ciascuno tocca “scontare” gli effetti delle proprie azioni, compiute nella vita presente e/o in quelle passate. Ogni sofferenza puo’ quindi essere (anche) vista come un necessario riequilibrio di queste dinamiche. Sara’ la allora la legge della pietas e della compassione a guidare i nostri comportamenti, lasciando a mio avviso la liberta’ piu’ ampia possibile all’individuo per decidere del suo destino. Nella consapevolezza che non vi sono scorciatoie ma, al massimo, rimandi a tempi ulteriori.

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