Noi e il lutto

Io ho cinquant’anni e il lutto più grave che ho subito è quello dei nonni materni, a cui ero affezionata come ai miei genitori. La mia non è una condizione particolare. La nostra vita media si è allungata, e arriviamo talvolta fino a un’età matura senza che una perdita ci sconvolga la vita. Ma la morte è cieca sorda e muta, e ci prende invece altre volte alla sprovvista. Arriva quando siamo bimbi e si porta via nostra madre, quando siamo giovani e rapisce il nostro fidanzato o marito, o i nostri figli, lasciandoci senza fiato a dover rinventare una nuova vita.
Un secolo fa, si viveva in modo diverso, non tutti in agglomerati più o meno grandi e più o meno anonimi, ma in comunità più piccole. Quando una disgrazia ci colpiva, tutta la comunità, per amore o per convenzione, si stringeva accanto al dolente. La vedova era supportata ma anche un po’ “presidiata”. Doveva vestire di nero per un periodo prefissato, non poteva fare vita mondana, non poteva risposarsi. La vedova allegra era un personaggio da operetta. Oggi siamo più liberi e più soli, il lutto si configura come un fenomeno psicologico, individuale, interiore, che riguarda l’individuo colpito (o al massimo la sua famiglia), e non come un fatto che coinvolge una comunità o un gruppo.
Dopo il funerale, molti si dileguano. E se non lo fanno subito, spesso lo fanno alla quarta o quinta volta che chi è in lutto si mostra depresso, poco reattivo, solitario.
Non so se le condizioni storiche e sociali che caratterizzano il nostro tempo abbiano peggiorato l’esperienza del lutto: certo l’hanno cambiata. I riti di morte non ci sono più, quasi nessuno veste di nero, rispetta le visite di condoglianze o si occupa di nutrire per una settimana la famiglia che ha subito la perdita (il consolo, o reconsolo, che forse sopravvive in alcune zone del sud). Cosa li ha sostituiti? Solo il silenzio e la disperazione? Forse no, o perlomeno non più. Oggi si vanno diffondendo i gruppi di auto mutuo aiuto, organizzati un po’ ovunque in Italia da associazioni non profit. I gruppi sono fatti da persone che condividono il dolore di un lutto e, accettando le regole del rispetto e della solidarietà reciproci, si aiutano a andare avanti nel cammino della vita. I partecipanti in genere affermano di sentire il gruppo come l’unico contesto in cui “poter essere se stessi”, e in cui narrare se stessi. Il gruppo diventa “la famiglia”, soprattutto per chi è solo. Ma spesso aiuta, almeno per un periodo, tutti i partecipanti. Si tratta di una comunità elettiva, che è subentrata ora che la “comunità naturale” della società premoderna e moderna non esiste più.
Un sito molto utile a chi è in lutto è www.gruppoeventi.it, dell’omonima associazione di volontariato, il cui link trovate anche in questa pagina: lì, oltre a molte indicazioni e riflessioni, trovate un elenco dei gruppi attivi in tutt’Italia. Di come funziona un gruppo parlerò presto, ma sarebbe molto bello se chi ha fatto questa esperienza volesse narrarla…

6 Risposte a " Noi e il lutto "

  1. maria laura cattinari scrive:

    gruppi di auto mutuo aiuto per elaborare il lutto. Non ne avevo sentito mai parlare, forse non sono poi così diffusi. Vorrei invece ricordare la necessità delle Sale del Commiato per chi non è cattolico e vuole comunque ricordare, con una piccola cerimonia, la persona defunta. Sono ancora poche le città che hanno questo Servizio. Qui a Modena finalmente il Comune ha aperto una siffatta Sala presso il Cimiitero monumentale di S. Cataldo. Un privato, un’Agenzia di pompe funebri ha costruito una Funeral Home “Terra Cielo” dove sono state celebrate bellissime cerimonie laiche. Certo i costi non devono essere indifferenti!! Fino a poco tempo fa per “dire addio” e congedarci da una Persona non cattolica non c’era che lo spazio esterno antistante la cappella delle Camere Ardenti del Policlinico, sotto la pioggia, la neve o col sole leone e circondati da un parcheggio!!!

    • sipuodiremorte scrive:

      Ha ragione Maria Laura, il tema del Commiato laico è fondamentale e urgente. Ne parlerò prestissimo in un prossimo post!

      • Massimo scrive:

        Mi hai fatto ricordare le ritualità del sud, da dove proviene la mia famiglia. Tutte cose che ho ricevuto attraverso i racconti di mia nonna ma che fanno parte della mia identità e che ho avuto modo di vivere in parte attraverso alcune modalità di elaborare il lutto che si sono tramandate e che mi fanno sentire straniero qui al nord, dove pure sono nato.
        Non ci avevo mai pensato: il modo con cui ci si prende cura dei nostri morti è un sigillo che identifica in modo profondo quel “nostri”, in quanto sono nostri per quel “nostro” modo di amarli e quindi di amarci.

  2. sipuodiremorte scrive:

    Massimo condivido appieno la tua ultima osservazione: una cultura si caratterizza anche per come piange, onora, ricorda ma anche dimentica i propri morti. Ecco perché gli studi sulla morte sono un ottimo paio d’occhiali per guardare alla nostra società.

  3. Anna scrive:

    Io ho ventotto anni e fino a tre settimane fa anche la mia esperienza di lutto si limitava alla perdita dei miei nonni, e sebbene fossi molto affezionata a loro, soprattutto al mio nonno paterno, l’elaborazione di quei lutti per me era stata piuttosto veloce, perchè erano anziani o malati e la loro morte rientrava in qualche modo nell’ordine “naturale” delle cose. Tre settimane fa, però, mio figlio Massimo è morto, e questa morte così ingiustificata e contronatura mi ha precipitata in un baratro di sofferenza mai provata prima e del quale non vedo ancora la fine. Fortunatamente io e mio marito abbiamo legami famigliari e di amicizie talmente stretti che non ci siamo sentiti isolati dalla nostra comunità: abbiamo ricevuto e riceviamo molto affetto e nessuno pretende da noi che riprendiamo presto la nostra vita di prima o ci mostriamo sereni. Tuttavia ci vogliono “forti” e sarebbero preoccupati di vedere segni esteriori della nostra sofferenza, e in questo credo che la nostra società abbia perso molto dell’antica saggezza che guidava le persone verso l’accettazione e l’elaborazione del lutto dandogli un riconoscimento anche fisico negli abiti, nelle case…
    In effetti, la mia esperienza personale mi dice che davvero nella nostra società l’aiuto più valido alle persone in lutto siano i gruppi di auto mutuo aiuto, nei quali ci si può confrontare liberamente con persone che hanno superato o stanno vivendo la medesima sofferenza. Per me è stato di grande conforto parlare con gli altri genitori sul sito di CiaoLapo, una Onlus che si occupa di morti perinatali, e ringrazierò sempre il medico che ci ha consigliati di rivolgerci a loro, perché senza quel supporto so che starei molto peggio di come sto ora e soprattutto che mi sentirei molto più sola. Spero che questo mio intervento possa essere utile.

  4. Rodolfo Bisatti scrive:

    Gentile Martina Sozzi,

    Qui bisogna fare di tutto per raggranellare le risorse per realizzare dei film intelligenti, per questo mi rivolgo a Lei.

    Ho aperto una campagna di Crowdfunding per sostenere lo SVILUPPO del film: “AL DIO IGNOTO”

    E’ un lavoro che ci vede impegnati da alcuni anni sul tema del “fine vita e l’elaborazione al lutto”.

    Se ci dà una mano anche Lei, possiamo farcela.

    Grazie

    Rodolfo Bisatti
    president@kineofilm.it
    tel 3398646377

    Ecco il link per sostenere il progetto AL DIO IGNOTO

    https://www.eppela.com/it/projects/7022-al-dio-ignoto

    Per capire meglio il tema del film c’è questo breve documentario:

    https://vimeo.com/98017204

    Io mi prendo cura di te anche se non ti conosco, anche se non sei ricco, anche se non potrai mai ringraziarmi, anche se non sei mio figlio
    Sono Rodolfo Bisatti e con la Kineofilm, società di produzione indipendente, da qualche anno stiamo lavorando alla creazione di questo film che parla della morte e il morire. Non si tratta di un horror o di un thriller ma di un’opera poetica che mostra la Cura, quando si accompagna amorevolmente chi non può guarire. In questo film si racconta dell’elaborazione del lutto, di come una famiglia riesca a gestire il dolore per la perdita di un figlio. Insomma abbiamo, come si suol dire, preso il toro per le corna, siamo entrati in quel dolore totale dal quale tutti rifuggono finché non ci cascano dentro . E’ quindi più ragionevole, proprio per fronteggiare la Sofferenza, occuparsi coscientemente di Lei per tempo, così come ci si prende cura del proprio corpo, della propria crescita spirituale, del lavoro e delle relazioni che intratteniamo con il prossimo.
    La realizzazione di questo film è un modo intelligente e profondo per condividere la sofferenza senza esserne sopraffatti. Per affrontare argomenti scientemente in modo responsabile.
    AL DIO IGNOTO
    “Una delle avventure più straordinarie è avvicinarsi all’abisso e scoprire che il terrore che avevi per la vertigine, la paura di cadere è misteriosamente passato, così anche quella paura della notte e della foresta che provavi da bambino non c’è più. E senti tutto il mondo alle spalle e sei inspiegabilmente tranquillo; nessuno osa realmente avvicinarsi a te, nemmeno tua madre, e quindi spegni lontani nella memoria i clamori della folla, le chiacchiere nei bar, l’invidia e l’ambizione. Ora sei solo con Dio, a tu per tu, come del resto sei sempre stato, e lo sai, da tutta la vita…” (l’autore)

    Al “Dio Ignoto” avrà una diffusione nelle sale e in Video On Demand, con annessi dibattiti pubblici per discutere la tematica del fine vita, delle cure palliative, dell’accompagnamento dei pazienti e dell’elaborazione del lutto dei loro famigliari. Abbiamo costruito una cordata di partner che appoggia questa iniziativa. Il progetto del film è il risultato di una lunga attività relativa all’argomento. Il prodotto di questa ricerca ha condotto alla realizzazione di documentari su alcuni importanti hospice- nazionali, il primo fu realizzato nel 2000 quando in Italia c’era soltanto l’Hospice Domus Salutis di Brescia. Il documentario, all’epoca il primo in Italia, fu girato per promuovere le cure palliative e l’avvallo della legge 38 che le regola. Oggi gli Hospice e i centri per la terapia del dolore sono più di 500. C’è però ancora un lungo cammino da fare per sensibilizzare le persone e le istituzioni su questo argomento tabù che ci riguarda tutti; basti pensare al problema ancora insoluto degli hospice pediatrici e di tutte quelle malattie non oncologiche che avrebbero bisogno di un supporto palliativo più’ costante, ramificato ed efficace. Il nostro scopo è che l’opera sia un utile strumento per aiutare chi affronta questo momento così doloroso della vita.

    Le Cure Palliative sono nate negli anni sessanta per opera di Cicely Saunders, infermiera di guerra, assistente sociale e infine medico. Questo approccio si basa sull’ascolto dei reali bisogni delle persone malate e delle loro famiglie; non è sufficiente lenire il dolore fisico, c’è bisogno di un concreto sostegno psicologico, sociale e spirituale.
    Cicely Saunders definisce il dolore del paziente terminale e della sua famiglia “Dolore Totale”.
    Nonostante questa disciplina esista fin dagli anni sessanta, da noi stenta ad entrare nella mentalità corrente, anche nella stessa ottica di molti medici.
    La nostra società è stata allestita come se non si morisse mai e se la morte non vale una sua “consumazione mediatica”, è meglio rimuoverla subitaneamente, cancellarne ogni traccia e passare rapidamente ad altro.
    L’ecumenismo capitalista offre ai consumatori la ricreazione permanente, l’illusione dell’immortalità materiale, del rinviare di giorno in giorno l’incontro con la propria coscienza, con i temi centrali dell’umanità. I canoni di bellezza e di salute sono quelli fondati sull’iconografia pubblicitaria in tutte le sue estensioni mediali.
    Il protagonista del nostro film è la RELAZIONE tra chi si prepara alla fine della propria esistenza e chi rimane. In questa relazione si stabilisce una reciprocità: chi viene accompagnato diventa Maestro di chi lo accompagna.
    Curare le Persone è Curare la Società Tra Guarire e Curare c’è una essenziale differenza:
    E’ possibile Curare amorevolmente le persone malate anche quando non possono più guarire. Le Cure Palliative sono una realtà concreta, con una legislazione nazionale attiva. La Comunicazione non è un aspetto ancillare di questa dimensione medica, multidisciplinare e umana ma Primario. Ecco perché il film “Al Dio Ignoto”, contribuirà, se riusciremo a farlo grazie al vostro aiuto, a questo processo di consapevolezza sociale. Aiutiamo quest’opera a nascere e a diffondersi. Uniamo le forze. Grazie

    Sinossi

    Lucia è un’infermiera che ha lavorato in un reparto di terapia intensiva in una grande città fino al giorno in cui si è ammalata la sua primogenita: Susy. Dopo un calvario di dieci mesi Susy muore. La famiglia si spezza: Michael, il padre di Susy, si chiude in se stesso, Gabriel, il fratello minore, insofferente, vive il senso di colpa di essere sopravvissuto. Lucia Intraprende un lungo percorso di riabilitazione; un’elaborazione al lutto che la porterà a cercare di dare un senso al dolore. Così, dopo qualche anno, si specializza in Cure Palliative per dare assistenza e sostegno ai morenti. Da Milano si trasferisce in provincia, seguendo suo marito, desideroso di allontanarsi dai luoghi del dolore e di ritornare nella sua terra natale: Merano. Qui, Lucia, lavora in un’hospice, il Martinsbrunn. In questa clinica incontra dei pazienti che diventano per lei dei veri e propri MAESTRI. Redetti, Mario, Walter, Martina, Irma… Saranno loro, ignari della vicenda di Lucia, a mostrarle la VIA, a dare una svolta concreta alla sua sofferenza, a insegnarle a vivere l’invivibile. Il cambiamento di Lucia provoca quello degli altri componenti della famiglia, in un’alternarsi di chiarimenti e di confronti. Michael inizia a dar voce ai suoi silenzi e Gabriel a trasformare la sua ribellione in una scelta di vita.

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