“NOI denunceremo”: Facebook come supporto emotivo e archivio storico, di Davide Sisto

Negli ultimi giorni, su Facebook, l’attenzione generale degli utenti si è concentrata sul gruppo pubblico denominato “NOI denunceremo”. Leggendo le informazioni relative al gruppo, si comprende che la sua nascita è finalizzata a dare visibilità a tutte quelle persone che sono morte in Lombardia, a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. L’obiettivo ultimo è offrire uno spazio pubblico alle storie dei singoli malati, di modo che i loro parenti possano palesare le proprie emozioni e i propri pensieri, anche tenendo conto del fatto di non aver potuto celebrare il rito funebre a causa dell’emergenza. Gli iscritti superano attualmente le trentaduemila unità e ogni giorno sono decine le narrazioni delle vicende personali che si sommano l’una all’altra. In queste narrazioni vengono raccontate nei minimi dettagli tanto l’evoluzione della malattia, dai primi innocui sintomi fino alla morte del malato, quanto le modalità – spesso ritenute inopportune – adottate dagli operatori sanitari durante le varie tappe del contagio. Chi ha il coraggio di addentrarsi all’interno di questo gruppo si ritrova completamente immerso nelle tragedie biografiche di persone appartenenti, perlopiù, alla terza età. Ogni storia è arricchita non solo da una o più immagini dei morti, ma anche dai loro tag, di modo che il lettore possa entrare nel loro profilo Facebook, oltre che interagire nei commenti sotto i post pubblicati. Addirittura, ci sono alcuni utenti che hanno condiviso nel gruppo le registrazioni delle video-chiamate d’addio, l’unica forma di comunicazione consentita tra i malati – isolati e intubati nei reparti di terapia intensiva – e i propri parenti.

L’intenzione degli amministratori è, infine, quella di creare un’associazione vera e propria, gettando un ponte tra la dimensione online e quella offline. Il gruppo “NOI denunceremo”, a prescindere dalla sua principale finalità, sembra a primo acchito la versione italiana del noto sito MyDeathSpace. Via di mezzo tra un cimitero virtuale e un’enciclopedia dei morti, MyDeathSpace raccoglie e archivia da diversi anni le vicende che hanno determinato la morte delle persone comuni, associando a ciascuna di loro una fotografia e il collegamento ipertestuale ai profili social utilizzati. In tal modo, chi entra nel sito viene poi stimolato a osservare con attenzione la vita trascorsa online dai defunti.

Tuttavia, a differenza di MyDeathSpace, il gruppo lombardo si concentra esclusivamente sulle vicende relative al Coronavirus. Rappresenta, pertanto, un prezioso punto di ritrovo virtuale per chi ha vissuto o sta vivendo lo stesso tipo di dolore e di lutto. Lo dimostrano il numero sostanzioso di like che ogni racconto riceve e i tantissimi commenti che seguono. Questi, in particolare, palesano – con enorme trasporto emotivo – la partecipazione collettiva al dolore individuale e a volte approfondiscono le vicende narrate, inserendo particolari tecnici relativi ai ricoveri e al contesto in cui si è sviluppata la malattia. Ci sono, poi, utenti di Facebook che, non vivendo in Lombardia, decidono comunque di comunicare la propria solidarietà per sottolineare, simbolicamente, il fatto che tutta l’Italia si sente coinvolta dal dramma vissuto in quella specifica regione del Nord. Chi si limita invece a leggere, senza intervenire, ha modo di constatare in prima persona le motivazioni dell’emergenza sanitaria, mettendo così in discussione i propri eventuali pregiudizi o ridimensionando l’errato distacco da una epidemia che sente lontana da sé (solo perché vive, per esempio, a centinaia di km di distanza dalle zone più colpite).

Ora, se nel presente “Noi denunceremo” risulta essere un escamotage digitale per aggirare le regole del distanziamento sociale, generando uno strettissimo e partecipato abbraccio collettivo, nel futuro – quindi, una volta che l’attuale incubo sarà superato una volta per tutte – diventerà un utile archivio digitale delle memorie di una comunità letteralmente devastata dal Covid-19. Gli strazianti racconti dei sopravvissuti, plasmati dai post scritti e dalle immagini audiovisive, e i documenti degli ultimi istanti di vita dei contagiati, rappresentati dalle registrazioni delle video-chiamate d’addio, costituiranno – volenti o nolenti – la testimonianza più autentica degli eventi di un periodo storico temporalmente circoscritto. Al punto che molti utenti di Facebook ritengono necessario archiviare in più modalità possibili questo materiale, di modo che non vada perduto nell’eventualità di una rimozione forzata del gruppo o, più in là nel tempo, della chiusura della creatura di Zuckerberg.

Al di là di qualsivoglia considerazione, un gruppo come “Noi denunceremo” porta alla luce le tante opportunità offerte dai social network in epoche complesse come quella che stiamo vivendo. Innanzitutto, l’opportunità data ai diretti interessati di raccontare, di sfogarsi e dunque di denunciare, trovando un benefico supporto collettivo, latente nella dimensione offline. In secondo luogo, l’opportunità data a chi non è coinvolto direttamente di prendere coscienza dell’entità della tragedia in corso, sviluppando così – almeno, si spera – una maggiore responsabilità individuale e una più marcata solidarietà collettiva. Infine, l’opportunità offerta agli storici di disporre di un sostanzioso insieme di documenti, a partire dal quale ricostruire con lucidità e oggettività i fatti di questo terribile 2020.

Quali sono le vostre opinioni in merito? Pensate anche voi che i social network oggi possano svolgere un ruolo importante per affrontare il Covid-19? Attendiamo le vostre testimonianze.

8 Risposte a " “NOI denunceremo”: Facebook come supporto emotivo e archivio storico, di Davide Sisto "

  1. Luciano Niccolai scrive:

    Accanto all’emozione e alla partecipazione, anzi, proprio per la partecipazione emotiva che questa vicenda ha creato in tutta Italia direi che dobbiamo prendere l’iniziativa ” Mai più così”….mai più rinunciare a stare vicino in vita e in morte ai nostri parenti…mai più accettare che non ci siano DPI in grado di ridurre/azzerare il rischio della vicinanza, pur regolamentata, anche in terapia intensiva …mai più accettare che non ci sia la possibilità di esserci , in sicurezza, al momento del funerale dei nostri cari…..abbiamo vissuto un momento di barbarie..di abdicazione dai nostri diritti… diritti elementari quanto fondamentali ….vogliamo una legge, una norma, un protocollo …qualcosa di scritto che ci garantisca che questo non avverrà mai più…mai più cosi…

  2. Mariella Orsi scrive:

    Sono molto d’accordo con quanto scrive Luciano,e ritengo che “Mai più cosi “sia più adatto per chiedersi se davvero un rito funebre,pur ristretto a pochi familiari,ben distanziati e con mascherine,non sarebbe stato possibile, almeno nelle realtà territoriali meno critiche e come,per il futuro,non dovremo mai più lasciare morire in solitudine pazienti in ospedale o anziani in RSA. Un addio è fondamentale anche per lenire il dolore di una perdita.8

  3. PaoloGiovanni Monformoso scrive:

    Ho letto con grande interessere. Ovviamente concordo con Mariella Orsi ed il primo commento. È qualcosa di bello e importante quanto scritto. Forse può sembrare lontano da una visione della vita che abbiamo ereditato, e che vuole vivere nel rispetto e nel gruppo famigliare e locale ciò che è lutto. Ma ugualmente sappiamo che il dolore anche più privato ha comunque bisogno di una dimensione sociale per elaborarlo. Il Covid forse finirà, ma il bisogno specifico, questo bisogno, resta perché eterno… E il grande dolore del lutto non vissuto nei riti non fatti, la dice lunga. Grazie, sono con voi

  4. Ezio Ferraris scrive:

    Il problema posto, dal mio punto di vista è duplice e distinto: da un lato l’esigenza di catalogazione e delle memorie raccolte nella pagina FB noi denunceremo per lasciare una memoria storica dell’evento e dall’altra l’esigenza di coprire il vuoto lacerante della negazione della ritualità che impedisce di fatto l’inizio dell’elaborazione del lutto.
    Se non ci fosse stata la memoria condivisa dei sopravvissuti il dramma dei lager non sarebbe arrivato fino a noi, penso alla pianificazione tedesca per distruggere i campi di concentramento prima dell’arrivo dell’esercito sovietico – al posto del campo di Treblinka fu costruita una fattoria -.
    Molto più delicato e importante nel breve periodo il dramma intimo della mancanza di ritualità. Se il fine è un recupero dell’inizio dell’elaborazione del lutto credo sia necessario fornire strumenti ai singoli piuttosto che un ‘operazione stile milite ignoto. Non stiamo parlando di una guerra o di un terremoto dove si piangono feretri vuoti. Qui i cari estinti ci sono.
    Chiudo condividendo un piccolo escamotage che ho suggerito ai familiari dei soci So.Crem che hanno perso i loro cari nelle ultime settimane, ovvero, il lasciare in affido temporaneo l’urna delle ceneri al cimitero in modo da poter celebrare il rito intimo della tumulazione non appena i cimiteri riapriranno. Una piccola certezza che alcuni hanno accolto con un sorriso di speranza.

  5. Daniela Mauro scrive:

    Mi associo a Luciano Niccolai per ribadire a gran forza”MAI PIU’ COSI” .Lo strazio e la sensazione di abbandono e solitudine provata dalle famiglie delle vittime del covid 19 non dovrà mai più ripetersi; fra i tanti protocolli che stanno nascendo in questi giorni spero sia possibile inserirne uno anche su quest’aspetto cosi cruciale e fondamentale per la dignità umana in morte ( per coloro che non ci sono più) e in vita ( per tutti coloro che restano).Grazie come sempre per essere stati di stimolo su argomenti cosi importanti.

  6. Davide Sisto scrive:

    Grazie a tutti i commenti fin qui fatti. Ovviamente, bisogna separare la dimensione dell’archivio storico, che sarà fondamentale un domani quando ripercorreremo la storia di ciò che è successo avendo maggiore coscienza in virtù del dopo, dalla dimensione del supporto emotivo nel qui e ora. Comprendo la rabbia e la desolazione per quello che è successo e sta succedendo. Non voglio fare il moderato, ma ritengo salutare esprimere con lucidità e attenzione le proprie rimostranze una volta che sarà passata la tempesta. Per quanto riguarda le ritualità funebri interrotte: va detto che in tutto il mondo vi sono state limitazioni sostanziose delle cerimonie. 5 minuti concessi in Spagna, mentre in Uk, negli Usa, in Francia, in Belgio e in Irlanda è andata più o meno come da noi. Motivo dell’incremento pazzesco dei funerali in streaming, fenomeno che sto studiando da tempo e che la stessa chiesa cristiana ha interpretato in modo positivo. Certo, i rituali online sono dei surrogati e non sostituiscono in alcun modo il rito funebre in presenza, tuttavia rappresentano un rifugio momentaneo utile. Al di là di questo, la generale sospensione delle celebrazioni in buona parte del mondo occidentale fa pensare che l’alternativa sarebbe stata controproducente. Chi lo può sapere…

  7. Lorenzo Pizzi scrive:

    Non so bene quanto segue – un progetto audiovisivo scritto alcuni anni fa da presentare alla Commissione Europea – sia collegato al tema. Penso che comunque il nucleo del nostro rapporto con il morire (nostro. di un proprio caro, di uno sconosciuto) sia strettamente connesso con la “distanza” fisica e temporale che da tale evento ci separa. Da lontano la morte appare assolutamente naturale, ovvio, scontata, addirittura benevola (chi davvero spera e sceglierebbe la “vita eterna” sorta di condanna ad un “fine pena: mai” anziché il nulla?); da vicino spesso viene al contrario vissuta come una aporia, un limite inconcepibile, invalicabile.
    La condivisione può divenire quindi un utile strumento di riflessione e crescita così come questo stesso blog, grazie a Marina Sozzi ed a chi oggi la affianca, negli anni è impegnato a costruire.

    NAUFRAGHI E SPETTATORI

    Soggetto

    Il mare.
    Il mare, spazio arcaico e fecondo che continuamente rimescola vita, esperienze, immagini, storie. Crogiolo da cui emergono simboli e metafore che illuminano la condizione umana. Tra questi, più di tutti, il tema del naufragio tanto diffuso in ambito letterario e filosofico.

    La mattina del 9 aprile 1970 una improvvisa e violenta burrasca da libeccio si abbatte sulla città di Genova.
    Nelle acque prospicienti il porto le navi alla fonda salpano le ancore e guadagnano il largo. Solo il mercantile da carico London Valour battente bandiera inglese rimane in posizione pericolosa meno di un miglio sopravvento alla costa. Le mogli del comandante e del radiotelegrafista sono ospiti a bordo, l’atmosfera è serena, quasi festosa. Nella memoria dei sopravvissuti la colonna sonora è Come Together dei Beatles , il successo del momento,.
    Pochi minuti dopo le due del pomeriggio le ancore iniziano ad arare e la London Valour in balia del vento e delle onde inizia a scarrocciare verso la diga foranea. Per incuria o per cause tecniche le macchine del mercantile non hanno sufficiente pressione per manovrare. Il destino della nave è ormai segnato.
    Alle 14,30 la poppa si schianta sulla massicciata e poco dopo la London Valour si spezza in due tronconi. I frangenti si abbattono sulle fiancate e si avventano a bordo spazzando i ponti.
    Impotenti, migliaia di genovesi seguono da terra il dramma che sta per svolgersi.

    Per alcuni la distanza dal dramma è più ravvicinata, l’altro torna ad essere il nostro “prossimo” ed è impossibile astenersi dal coinvolgimento.
    A poco più di 20 metri dalla diga foranea Duca di Galliera ciò che resta della nave spezzata in due tronconi è battuto dai frangenti. Sul luogo del disastro convergono le motovedette della Capitaneria di porto e dei Carabinieri, i mezzi dei Vigili del Fuoco, rimorchiatori e semplici marittimi. Anche se insufficientemente coordinati, i tentativi di soccorso sono generosi, a volte eroici e non mancano di trarre in salvo alcuni naufraghi.

    I pochi metri che separano soccorritori e naufraghi sembrano tuttavia un confine invalicabile, la distanza torna ad essere incolmabile.
    Dalla diga foranea si mette in funzione un “va e vieni”, sorta di funicolare che dovrebbe consentire il trasbordo singolo tramite una imbracatura collegata ad una carrucola. A causa dei marosi che la colpiscono al traverso ciò che resta della London Valour è sottoposto ad un violento rollio. La cima che collega nave e soccorritori a volte si allasca a volte si tende con violenza. In questa disperata operazione molti naufraghi vengono scagliati sugli scogli e trovano la morte. Tra questi, stritolata dalle funi che le cingono la vita, la moglie del capitano che poco dopo qualcuno vede togliersi la cintura di salvataggio e gettarsi volontariamente nelle onde per cercarvi, incontrandola, la morte.
    Prima che cali la notte tutto è compiuto. Sedici marinai filippini, il comandante, il telegrafista e le rispettive mogli sono le vittime di un naufragio che ha segnato la memoria della città.

    Ciò che resta di quel giorno sono poche immagini video di repertorio che mostrano quella tempesta, la nave incagliata ed i soccorsi, il recupero dei corpi. Poi, il mare fattosi calmo, il relitto in alcune fotografie dei giorni seguenti, i titoli dei quotidiani. Rimangono anche i versi di un brano di Fabrizio De Andrè dal titolo “Parlando del naufragio della London Valour”

    “I marinai foglie di coca digeriscono in coperta.
    Il capitano ha un amore al collo venuto apposta dall’Inghilterra

    E la radio di bordo è una sfera di cristallo
    dice che il vento si farà lupo il mare si farà sciacallo

    E le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli,
    i marinai uova di gabbiano piovono dagli scogli

    E con uno schiocco di lingua parte il cavo dalla riva,
    ruba l’amore del capitano attorcigliandole la vita.”

    Trattamento

    Suave, mari magno turbantibus aequora ventis
    e terra magnum alterius spectare laborem;
    non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,
    sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest.

    Lucrezio, De rerum natura, Libro II

    “E’ dolce, mentre nel grande mare i venti sconvolgono le acque,
    guardare dalla terra la grande fatica di un altro;
    non perché il tormento di qualcuno sia un giocondo piacere,
    ma perché è dolce vedere da quali mali tu stesso sei immune.”

    La costruzione del montaggio sviluppa intercalandoli tre livelli di discorso: cronaca, narrazione, riflessività. Attraverso questa partizione modula e dà risalto alla variabile “distanza” tra attore e spettatore, coinvolgimento ed estraneità, prassi e teoria, evento e parola. Sottolinea però anche la precarietà di tale polarizzazione nell’esperienza umana.

    Cronaca: ricostruisce quanto più dettagliatamente quelle ore attraverso la raccolta di testimonianze dirette dei soccorritori e se possibile dei sopravvissuti al naufragio, gli atti ufficiali delle inchieste, il materiale di repertorio esistente e nuove fonti da ricercare.

    Narrazione: ricerca e raccoglie i racconti e la memoria riflessiva di chi a quei fatti prese parte da “spettatore” o contribuì a “cantarne” le vicende.

    Riflessività: il naufragio e la metafora che si esprime nei versi di Lucrezio hanno assunto un ruolo centrale nella riflessione di vari filosofi e tra questi in particolare Pascal, Schopenhauer, Nietzsche, Blumenberg.
    A ben vedere il soggetto della metafora è chi guarda, non chi sta lottando per la sopravvivenza; l’attenzione è rivolta all’esperienza dello spettatore piuttosto che a quello dell’attore. Di qui forse la sua attualità che evoca la nostra esperienza di consumatori di immagini mediatiche. Protetti dalla distanza di spazio e di tempo siamo impediti e perciò stesso esentati dalla scelta di coinvolgerci fisicamente nel dramma che pure si svolge sotto i nostri occhi. Ci turba quel dramma, certo, ma ci culla anche nella dolce certezza che ad essere “naufraghi” siano altri anziché noi stessi e in tale certezza ingannevolmente ci rafforza.

    Nota

    Pur nella sua autonomia di prodotto singolo, il lavoro mira a proporsi quale prototipo di una serie che sviluppi il tema del mare e del naufragio nella sua accezione di universo simbolico, oscuro e magmatico, che può illuminare la nostra coscienza.

    Copyright © 2010, Lorenzo Pizzi

  8. Marina Sozzi scrive:

    Grazie, Lorenzo.

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