Morire in braccio alle Grazie: intervista a Sandro Spinsanti, di Marina Sozzi

Le_Tre_Grazie_(Botticelli)Abbiamo intervistato Sandro Spinsanti (che è anche un assiduo lettore di questo blog) in occasione della recentissima uscita del suo ultimo libro, Morire in braccio alle Grazie. La cura giusta nell’ultimo tratto di strada.

Come mai questa metafora delle Grazie, dee greche e romane della bellezza, della fertilità, della gioia di vivere: qual è il loro legame con la morte?

Spero che le Grazie, col loro fascino, possano sedurre coloro che ancora non riflettono sulla morte, ma preferiscono tenerla nascosta; vorrei sconcertare, portare fuori dagli schemi di pensiero abituali la riflessione sul morire e sulle scelte di fine vita, fuori dai percorsi triti della bioetica, con i suoi massimi sistemi e i suoi principi assoluti. La dimensione estetica, il “morire con grazia” può forse dirci qualcosa di nuovo sull’etica. La sfida consiste nel pensare la morte come avvolta dall’abbraccio delle Grazie, ossia come crescita e compimento.

Abbiamo avuto, sulla rivista Janus. Medicina, Cultura, Culture, una rubrica nella quale abbiamo chiesto ai palliativisti come mai spesso la gente muoia male. Il nostro intento era seguire le orme dello psicologo Paul Watzlawick, che ha scritto le Istruzioni per rendersi infelici: Watzlawick ironizza sul paradosso per cui gli uomini, pur desiderando la felicità, agiscono per crearsi infelicità. Per quanto riguarda la morte la faccenda è analoga. Gli individui affermano di volere una buona morte, ma fanno di tutto per ottenerne una cattiva. E come si fa per avere una cattiva morte? E’ facile: è sufficiente, spesso, lasciare fare agli altri, affidarsi a una famiglia conflittuale, essere passivi.

A che punto è oggi la medicina di fronte al tema della morte e del suo accoglimento?

Purtroppo buona parte della medicina è intrappolata, schiava della logica del “fare sempre di più”, come ha scritto Atul Gawande. Invece di fare cose diverse, si insiste in quel “sempre di più”. La grande sfida della medicina, invece, sta nel comprendere quando insistere e quando desistere, lasciar andare, cambiare registro e arrestare le cure futili.

Oggi abbiamo in Italia realtà molto differenziate. Da un lato ci sono molti medici, e cittadini, che conoscono le cure palliative e ne condividono profondamente la cultura, e che sono aperti a un nuovo sguardo, quello della medicina narrativa. Ma abbiamo anche a che fare anche con la sordità o addirittura l’ostilità di altri gruppi di professionisti, che giudicano futile occuparsi delle “emozioni dei pazienti”, come mi ha detto un chirurgo.

Anche per quanto riguarda le cure palliative, ci sono ottime esperienze, modelli di accompagnamento eccellenti; mentre talvolta capita di vedere hospice pessimamente gestiti, in cui la degenza è così breve che nessun intervento è possibile, e che sono diventati dei “moritoi” contemporanei. Occorre evitare che la palliazione si integri in un modello di medicina a due tempi, dove prima si tenta il tutto e per tutto, poi (quando non c’è più speranza di guarigione) subentrano le cure palliative, nuova specializzazione all’interno della biomedicina, accanto a tutte le altre. Le cure palliative, al contrario, devono far parte del bagaglio di tutti i medici.

Diventiamo sempre più vecchi. Cosa possiamo dire di come muoiono i grandi anziani?

A Firenze con la Fondazione File abbiamo istituito una scuola di cure palliative geriatriche, e siamo entrati nelle Residenze Sanitarie Assistenziali. Abbiamo trovato un’enorme esigenza di formazione. Oggi infatti le residenze per anziani sono diventate grandi ospedali per lungodegenti, o addirittura hospice, perché sono luoghi dove gli ospiti abitano negli ultimi anni o mesi, e poi muoiono (a meno che non abbiano la sfortuna di essere trasportati in emergenza in un Pronto soccorso e di morire magari su una barella, in corridoio). Per questo occorre che le cure palliative facciano parte del sapere e del saper fare degli operatori che lavorano in RSA.

In genere che cosa possiamo fare per migliorare la situazione?

Va valorizzata la figura del medico di medicina generale, per disinnescare l’estrema ospedalizzazione. Il modello ideale è un medico di famiglia che continui a curare anche in hospice, anche in RSA. Su questo, vi sono interessanti esperienze in Toscana e in Emilia. Occorre potenziare le cure sul territorio e la continuità assistenziale.

Aggiungo che dovremmo conoscere di più su questi temi, fare più ricerca, avere più informazioni ed essere in grado di confrontare i modelli di cura.

C’è qualcosa nel suo libro che vuole sottolineare per i lettori del blog?

La presenza di brani di letteratura: da Philip Roth, Everyman e Patrimonio, fino a scrittori meno noti fra chi si occupa del tema del morire, come Stephen King, Il miglio verde. E’ incredibile quanti romanzi e opere cinematografiche ci mettano di fronte ai problemi della fine della vita e ci sollecitino riflessioni…

Cosa vi sollecitano le riflessioni di Spinsanti? Siete d’accordo con lui?

4 Risposte a " Morire in braccio alle Grazie: intervista a Sandro Spinsanti, di Marina Sozzi "

  1. MaryseMiragliotta scrive:

    Com’ è faticoso vivere fra anestetizzati e teste vuote, a perdere, in un cimitero, l’ Occidente, che già nel suo nome porta con sé il lezzo della propria morte… Quant’è rassicurante alleviare il peso della propria irresponsabilità di parole cui non corrispondono sempre, e per fortuna, azioni; com’ è facile scambiare la centralità del proprio ombelico con l’ inconsistenza evanescente della residua condizione di esseri umani; com’ è odioso banalizzare ogni problema, spacciando opinioni per fatti, per rafforzare le catene dei pregiudizi, le pastoie degli stereotipi e l’ effetto soporifero delle postulate pestilenziali “verità”.
    L’ unica certezza da me sfiorata è la coscienza incarnata del dubbio, immancabile, in questo viaggio coatto, beffardo e sorprendente che è la vita. Ora sono in grado o pront* a dare all’ altro ciò che pretendo per me stess*? Riconosco la dimensione relazionale dell’ esistenza? Intuisco la complicatissima rete di vita? O sto semplicemente elevando l’ego, moltiplicando tutti i suoi – ismi?
    Quando si confonde o, peggio, si sostituisce l’irriducibile , incalcolabile, inservibilità di ogni singolo essere, minerale, vegetale, animale che sia, col prezzo o denaro, vantaggio o profitto, titolo o azioni bancarie, finanziarie, carriera o promozione, senza essersi curati di tentare una comprensione, un corpo a corpo , una relazione, a tu per tu, con l’ altro, minerale, vegetale, animale, e non ci si domanda con “chi” o di “chi/ cosa” parliamo, allora l’ unica emergenza è l’assenza di benevolenza, gratitudine, ri/conoscenza, rispetto, empatia.
    Assenza di relazione, co/ operazione, comprensione. Assenza di umanità.
    Chi ama non fa distinzione, non scinde tra l’ amore per l’ amico di vita o la terra ferrosa dove è nato; tra l’amore per l’ acqua di sorgente alla quale si abbevera o per l’ invidiato gatto appisolato sul tappeto; l’ ulivo secolare nel giardino; il ciottolo bucato; l’ amante desiderato; le mani tese verso chi arriva; l’ abbraccio strappato con chi parte e il sorriso aperto verso lo sconosciuto, lo straniero, l’ Altro, consapevole delle differenze, dell’ appartenenza e delle sfide comuni. Amare, avere a cuore, prendersi cura dell’ altro non forza, non sottomette, non appiattisce.
    E’ un atto laico, l’amore, la cura, praticabile in un orizzonte di gioco in cui i partecipanti sono disposti ad ascoltarsi, rispettarsi, comporsi, ricomporsi, scomporsi e decomporsi. Il resto è forza, religione, violenza, crimine.
    Non occorre soltanto valorizzare la figura del medico, occorre ricordare la dignità di ciascun essere umano. Il resto è chiacchiera e abuso di potere di un Uomo su un Altro.
    La morte è la mia/tua/ possibilità più intima, propria: ognuno muore solo, per questo occorre ascolto, rispetto e discrezione per le scelte di ciascuno, ecco la grazia del medico, dei congiunti e del morituro/ moribondo.

  2. Giovanni scrive:

    Ritorno su questo blog dopo lungo tempo a causa di questioni di salute (non solo mie, purtroppo), come sa bene Marina. Non che si sia risolto qualcosa, ma si apre un breve intervallo di requie.
    Le parole di Spinsanti sono tutte condivisibili, ma aspirano a una realtà lontanissima, almeno in Italia. Per forza di cose, frequento assiduamente centri oncologici e ospedali. Ovunque si lavora sotto organico, anche là dove (come faccio io, per fortuna con assicurazione sanitaria) si va in pratica solo in regime di solvenza. Anche dove c’è gentilezza e un minimo di ascolto, tutto va di fretta, si corre e basta. Dove c’è spazio per l’empatia, per un vero ascolto delle esigenze del paziente e dei parenti? E’ tutto un arrangiarsi. Non dico che si è ridotti a numero, ma un paziente “scaccia” l’altro, e la memoria è affidate alle pratiche nel computer. Nè mi sembra che Philip Roth – che pur considero un “grande” – sia un perfetto esempio di accettazione della morte, di cui si è occupato in modo ossessivo e non pacificato, proprio nei libri citati, e non solo.
    Per quanto riguarda gli hospices, vorrei fare un breve esempio di una mia amica, purtroppo residente non nella mia città (Milano), operata più volte di tumore all’intestino. Accompagnata varie volte in un centro oncologico di Milano, continuavano a ripeterle anche dopo la seconda recidiva: “attualmente lei è guarita”: nessuna cura è stata nemmeno tentata. Alla terza, era già in metastasi diffuse ed è finita in hospice. Non potendo alimentarsi, lì nemmeno la idratavano: volevano farla morire in pochi giorni. E’ scappata facendosi ricoverare in ospedale, dove si è ripresa. A quel punto voleva la dose letale, ho cercato di metterla in contatto con chi di dovere, ma era tardi: non era più trasportabile. Quel che peggio è che il suo compagno non voleva sentir nemmeno pensare che lei morisse né parlare di questo, e l’unico nipote, pur amatissimo, si è rifiutato di fare ricerche in internet per aiutarla in quel che era il suo desiderio. E’ morta 3 mesi dopo: nonostante avesse lasciato detto di avvisarmi, nessuno l’ha fatto. Non so nemmeno se è sepolta da qualche parte o se è stata cremata, non so dove piangerla, perchè anche in “luogo” fisico dove farlo, aiuta. Tutto questo è fonte di profonda amarezza. Ecco un piccolo esempio di come si può morire in Italia: non pacificati, frustrati, amareggiati, nel non-detto, non ascoltati nemmeno dai propri cari, neppure ricordati a dovere.
    Utopia per utopia, confesso di essere molto di più in sintonia col commento profondamente “religioso” pur nella laicità, di Maryse. Un atteggiamento rispettoso verso il “sacro” della vita e e della morte di ogni essere vivente – sia uomo, animale o vegetale – e per la Terra tutta: purtroppo si deve costruire e coltivare in proprio, se si ha tempo, costanza e determinazione. Ma siamo esseri sociali, e l’accompagnamento dell’”altro” è imprescindibile. In questo cammino invece purtroppo spesso si è soli, gli altri – anche vicini –, senza contare la barbarie dei nostri giorni (un solo piccolo esempio nostrano: Salvini che afferma – a proposito del testamento biologico – che “non si occupa dei morti”, anche sei i “vivi”, non italici, non li tratta meglio) non ti seguono, per paura del tabù, per pigrizia, o totale inadeguatezza. Così, se qualche fortunato muore “con grazia”, gli altri – la maggior parte – muoiono soli e basta.
    P.s.: per Marina: se sei ancora d’accordo per quel discorso, sono pronto.

    • Marina Sozzi scrive:

      Caro Giovanni, certo che sono d’accordo, ci scriviamo presto. Sono contenta di sapere che hai una finestra di tranquillità.

  3. Anna scrive:

    L’assistenza sanitaria ha difficoltà e limitazioni mitigate in parte dalle associazioni di volontariato. Il medico di base è sempre più un segretario demotivato. C’è comunque desiderio di rinnovamento nell’aria. Strada facendo rifletto su chi arriva alla morte sereno grazie alle cure palliative, a persone amorevoli vicine ma soprattutto alla certezza di aver vissuto bene. Sono queste “le Grazie”? Ci sono malati e anziani che trasmettono così tanta dignità forza e serenità da diventare nostri maestri. E allora farò del mio meglio per arrivare alla morte viva, senza la necessità di vivere a tutti i costi.

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