Lutto e crescita, intervista a Giuliano Grossi, di Marina Sozzi

Abbiamo intervistato Giuliano Grossi, psicologo e psicoterapeuta, membro dell’Associazione  “Lutto e Crescita – GRIEF & GROWTH” di Roma.

Perché avete voluto dare questo nome alla vostra associazione, lutto e crescita? Qual è il pensiero che sta dietro a questa scelta? Come interpretate il lutto?

La perdita di una persona cara è un’esperienza che tutti gli esseri umani vivono nella loro esistenza e si configura come un’esperienza molto complessa da definire. Basti pensare che la cultura anglosassone ha ben tre terminologie diverse per riferirsi al lutto: “grief” per indicare le reazioni emotive, cognitive e comportamentali dopo una perdita; “mourning” ossia le modalità espressive socioculturali, i riti e i comportamenti diversi tra culture e religioni; “bereavement” che indica per lo più il periodo doloroso che precede un riadattamento della persona dopo la perdita.

Esistono vari modelli di lettura del processo di elaborazione del lutto, che mostrano come questo determini dei cambiamenti nella percezione di sé (come più forti e resilienti), nella propria filosofia di vita, nella relazione con gli altri; e inoltre un maggior apprezzamento della vita, un cambiamento spirituale. Tutti questi aspetti indicano che c’è stata una crescita definita “post-traumatica”. In altri termini, dopo un evento luttuoso, è possibile che si inneschino una serie di adattamenti dal punto di vista emotivo e cognitivo necessari a dare un senso alla perdita.

Abbiamo voluto, quindi, mettere in luce sia l’aspetto della perdita sia quello della ricostruzione, evidenziando come l’elaborazione del lutto sia una continua altalena di vissuti: nella disperazione vi sono “pause” dal dolore che consentono di attingere a  preziose riserve di energia.

Quindi crescita, in che senso? Umano, spirituale, religioso?

Sicuramente tutti e tre. Lo studio e l’esperienza clinica dei processi di elaborazione normale e patologica del dolore mostrano come coloro che affrontano una perdita significativa inneschino un profondo processo di ristrutturazione personale. Ciò implica la messa in discussione delle proprie credenze e valori, delle rappresentazioni mentali e delle modalità comportamentali. È certamente un processo complesso e influenzato dall’azione di vari fattori, come la tipologia di perdita, le differenze di genere nelle modalità di fronteggiarla e gli stili di attaccamento.
È chiaro che il lutto solleva un’enorme domanda di senso, alla quale l’individuo è chiamato a rispondere rivedendo tutte le sue conoscenze ed esperienze. La ricerca di senso smuove la persona verso la ristrutturazione delle proprie certezze e rappresentazioni relative al mondo, all’esistenza e all’essere con gli altri. È inevitabile che la ricerca di tali risposte elevi l’individuo al piano spirituale e religioso, inteso come l’insieme dei valori che possono orientare e fornire una soluzione al dilemma esistenziale.

Dare un senso alla perdita richiede la scoperta di quelle capacità intuitive, di sensibilità mistica che superino le cristallizzazioni dei dogmatismi, dei pregiudizi religiosi, delle limitazioni mentali e dei fanatismi.
In tal senso, la religione e la fede possono rappresentare un prezioso contenitore degli interrogativi, delle angosce e dei sentimenti di perdita scatenati dalla morte. Le religioni offrono uno spazio per il dialogo sulla e con la morte, spesso ostacolato in altre dimensioni del sociale. Inoltre, qui la domanda di senso relativa alla scomparsa sembra trovare una risposta nelle teorie sull’aldilà, o nella preghiera come strumento di relazione, veicolando l’idea che un legame si mantenga lo stesso. In definitiva, nella spiritualità e nella religione è possibile trovare un luogo sicuro in cui l’animo e il cuore tormentati possono finalmente riposare, trovare pace e risposte.

Nella ricerca sul lutto si parla molto di “continuing bonds”. Un termine che avete usato anche voi. Perché ritenete importante mettere l’accento sui legami che continuano con il defunto?

La brusca interruzione di una relazione con il proprio caro costituisce uno degli aspetti più complessi e traumatici del lutto. Tuttavia l’amore, le fantasie, le aspettative e tutto ciò che è stato investito nella relazione con l’altro sembrano sopravvivere alla morte, per cui potremmo dire che quest’ultima interrompe l’interazione con l’altro, ma non il legame.

Certamente la riorganizzazione del rapporto con il defunto costituisce una tappa importante del processo di elaborazione del lutto. Klass e i suoi collaboratori (1996) hanno proposto una nuova lettura del distacco e della continuità del legame con il defunto. L’autore si propone di spiegare gli intricati processi emotivo-affettivi per cui gli individui costruiscono un forte legame con i defunti.

La presenza e l’intensità del legame con il defunto si indagano attraverso i comportamenti e le esperienze individuali relative alla perdita: ad esempio si verifica quanto sia sentita la presenza del defunto, se ne vengano conservati gli oggetti e quanto si sia attaccati ai ricordi.

Klass distingue due tipologie di legame, il continuing bond esternalizzato e internalizzato. Il primo indica quei processi cognitivi ed emotivi che caratterizzano il rapporto con il defunto, per cui l’individuo si illude che quest’ultimo sia ancora vivo. Ad esempio, la persona può riferire di averne sentito il tocco o di averne ascoltato la voce, oppure di aver immaginato che potesse apparire da un momento all’altro. Tale fattore sarebbe da ricondursi ad un lutto irrisolto, non elaborato. Quello internalizzato, invece, allude ad una relazione con il defunto che è stata interiorizzata, assumendo la valenza di “base sicura”, per cui egli è parte della vita dell’individuo. Ad esempio, quest’ultimo può considerarlo come una guida, un rifugio sicuro, indicando un processo di elaborazione adattivo del lutto. Qui si allude ad una vicinanza mentale ed emotiva, piuttosto che fisica.

Certamente il mantenimento di un legame con il defunto non rappresenta una novità, chiunque può imbattersi in testimonianze a riguardo parlando con persone in lutto. Inoltre, in tutto il mondo si possono riscontrare diversi culti e riti volti ad onorare il rapporto con chi non c’è più, dagli spazi riservati nelle case (piccoli altari votivi) o nelle città (il cimitero delle anime pezzentelle a Napoli),  alle feste in onore dei defunti (il dìa de muertos nella tradizione messicana). Ancor prima delle teorie, dei costrutti scientifici le persone hanno trovato da sole una soluzione all’enigma del “non posso più vederti, ma sento che ci sei”, dimostrando come un legame possa trasformarsi ma non distruggersi.

Definire ed enfatizzare il costrutto del legame che continua consente di restituire una valenza preziosa, ai fini del processo di elaborazione del lutto, a tutti quei tentativi di ridefinire il rapporto con chi non c’è più. Da un punto di vista clinico, ciò fornisce un importante indicatore del lutto “normale”, non complicato e di quello patologico.

Inoltre, avete organizzato un incontro sul tema “Il corpo accusa il lutto”: in quali modi il lutto coinvolge il corpo?

Per introdurre il discorso sul rapporto tra lutto e corpo, si può partire dalla definizione stessa del Disturbo da Lutto Persistente nella quale è specificato che esso si associa ad un aumento dei rischi per la salute, come «i disturbi cardiaci, ipertensione, cancro, deficit immunologici e ridotta qualità della vita», a causa degli elevati livelli di stress ad esso conseguenti.

L’incremento della mortalità sembra essere dovuto allo stato depressivo, al peggioramento dello stato di salute e ad un cambiamento negativo degli stili di vita, delle condizioni economiche e dei legami sociali, in seguito al lutto. Molti studi hanno mostrato le ripercussioni dell’episodio del lutto sulla salute fisica e mentale. Si pensi che dopo la perdita, in particolare durante il primo periodo, è più probabile andare incontro a disabilità, ospedalizzazioni e ad un maggior uso di medicinali. Altre ricerche hanno evidenziato una correlazione tra l’episodio del lutto e un aumento dell’incidenza di cancro e di infezioni sessualmente trasmissibili.

Tra i principali correlati morbosi successivi ad un lutto, si può dedicare un capitolo a parte all’aumento dell’incidenza di malattie cardiovascolari. Ad esempio, uno studio di Mostofsky e colleghi (2012) ha mostrato come chi subisce un lutto abbia il 21% di probabilità in più di subire un attacco cardiaco, il 6% in più durante la settimana che segue la notizia, a causa degli scompensi provocati dallo stress emotivo.

I fattori correlati all’insorgenza di disturbi cardiovascolari dopo il lutto sono la predisposizione ad uno stato protrombotico e le alterazioni della pressione arteriosa, dell’attivazione piastrinica, dei livelli di coagulazione del sangue e di cortisolo (l’ormone dello stress). Quest’ultimo aumenta del 3% e può persistere anche oltre i sei mesi, incrementando il rischio cardiaco e determinando una riduzione della funzione immunitaria, oltre che della qualità di vita. Le modificazioni immunitarie conducono ad una riduzione della risposta delle cellule T-linfociti e delle Natural Killer, accanto ad un aumento dei neutrofili e delle cellule infiammatorie non specifiche. Un altro fattore da indagare è quello relativo alla variazione della frequenza cardiaca, che può incrementare il rischio cardiovascolare.

C’è qualcosa che vorresti ancora dire e che non ti ho chiesto?

Penso sia prezioso sensibilizzare gli operatori medico-sanitari, non solo della salute mentale, all’importanza di acquisire specifiche capacità di tollerare e gestire i problemi riguardanti la morte, il morire e il lutto. In altri termini di sviluppare un’adeguata Death Competence: parlare della morte senza trattarla come un tabù.

Essere competenti rispetto alla morte richiede un alto livello di monitoraggio e autoregolazione emotiva, che assicuri al consulente una tolleranza rispetto alle narrazioni e ai vissuti che emergono dai pazienti, necessaria ai fini dell’efficacia dell’intervento terapeutico. Agli operatori è, dunque, richiesto di accogliere i propri vissuti relativi alla perdita e di integrarli adeguatamente nell’immagine di sé. L’ansia e la paura, correlate alla scarsa maturità dell’operatore nel gestire il tema della morte, possono costituire un ostacolo all’interazione con il paziente.

A tal proposito, si pensi all’importanza per il medico di acquisire delle competenze specifiche nell’ambito della comunicazione delle cattive notizie (breaking bad news). Quest’ultima conduce i familiari e i caregiver verso la presa di coscienza di un evento potenzialmente destabilizzante. Il percorso di elaborazione del lutto e la ridefinizione del legame con il morente hanno inizio nel momento in cui si riceve la comunicazione della diagnosi infausta. Per cui è fondamentale curare le strategie comunicative della diagnosi e non lasciarla ad improvvisazioni creative del momento.

 

3 Risposte a " Lutto e crescita, intervista a Giuliano Grossi, di Marina Sozzi "

  1. Sandra scrive:

    molto interessante. Dopo aver perso mio marito all’età di 48 anni ed aver tirato su due figli all’epoca di 11 e 17 anni ho preso un diploma di insegnate yoga discutendo una tesi sullo “yoga e gestione di una perdita”.
    Credo ci sia molto da fare sul tema del lutto, specie in considerazione del fatto che si tratta di un argomento messo letteralmente alle corde. Grazie. Sandra

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie a lei, Sandra. Sì, la nostra cultura cerca con ogni mezzo di non occuparsi della morte e del lutto, di fare come se non esistessero. Gli spunti che vengono dal pensiero orientale sono spesso molto utili.

  2. Orsetta scrive:

    Buon giorno, ho perso mio marito 2 anni fa, io avevo 48 anni e lui 60. Da allora sono sola e piano piano sto ritrovando il mio equilibrio. Ho scoperto una regola non scritta, valida soprattutto per le donne, per cui più tempo resti sola dopo aver perduto il tuo compagno di vita, più grande era l’amore che provavi. Il pensiero di passare i prossimi decenni da sola mi spaventa. Cosa ne pensate?

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