L’ossessione della perfezione e la rimozione della morte di Davide Sisto

Depositphotos_13185291_s-2015Al rientro dalle vacanze estive i primi pensieri che tormentano la maggior parte delle persone, nel mondo odierno, sono il numero di attività lavorative da svolgere, le scadenze da rispettare, i risultati da conseguire. Ci si sente letteralmente stritolati all’interno di un meccanismo in cui occorre “fare”, impiegando il minor tempo possibile e dovendone rendere costantemente conto a qualcuno. Tutto è incentrato di continuo sulla performance, sul raggiungimento di una perfezione richiesta, sulla valutazione. Pensate a quei ridicoli programmi televisivi di cucina, in cui uno chef vip deride letteralmente davanti alle telecamere il concorrente che gli sottopone un piatto da lui cucinato. Io che sono il Re della buona cucina stabilisco se tu sei degno della mia stima o meritevole del mio disprezzo a seconda di quello che sei capace di fare. O, ancora, pensate a un film come “Whiplash” (2014), vincitore di tre Premi Oscar, in cui un ragazzo che sogna di diventare un grande batterista viene costantemente umiliato da un insegnante feroce che pretende la perfezione assoluta, anche a scapito della salute del ragazzo stesso. Ma non occorre menzionare programmi televisivi e film. Basta che ciascuno tenga conto del contesto all’interno di cui vive e lavora: non c’è modo di fermarsi mai, occorre essere sempre performanti, sempre attivi, sempre ben predisposti alle pretese altrui. Non c’è debolezza che meriti di essere rispettata: il più delle volte nemmeno il lutto di un genitore o di un partner è ritenuto motivo sufficiente per prendere una pausa. Se mi fermo, come posso portare a termine il lavoro richiesto? Rischio di essere licenziato! Rischio di essere scavalcato dal collega! Rischio una penalizzazione.

La mentalità della performatività e della perfezione investe i bambini stessi, subito posti l’uno contro l’altro a partire dai primi passi del loro percorso formativo: un voto positivo o negativo non è la conseguenza di un lavoro più o meno riuscito. È un giudizio perentorio sulla persona. Francesco va bene a scuola, quindi è intelligente; Marco va male quindi è stupido. Appena entrato in società, il bambino è soffocato dall’ansia dell’inadeguatezza e del dover dimostrare qualcosa a qualcuno. E ciò ovviamente non riguarda solo la scuola e il lavoro, ma anche le relazioni interpersonali, nelle quali ogni minimo errore appare come una tragedia apocalittica.

Non c’è scampo: la società odierna sarà ricordata come quella in cui tutti sono sempre sotto pressione. E questo genera depressione, ansia, infelicità, come evidenziano meglio di me Miguel Benasayag e Gérard Schmit nel libro “L’epoca delle passioni tristi” e Alain Ehrenberg in “La fatica di essere se stessi”, per fare due esempi.

Non è un caso, a mio avviso, che il bisogno di perfezione coincida con la ricerca concreta dell’homo cyborg, dell’uomo che deve correggere le proprie debolezze biologiche con tutti gli strumenti meccanici e artificiali a disposizione. L’uomo perfetto è l’uomo che non deve chiedere mai, per citare un noto slogan pubblicitario. Ossia un uomo automatico, che crede che tutto funzioni sempre secondo il modello di causa-effetto, che tutto sia aderente a un principio razionale, principio che respinge e ripudia ogni situazione in grado di limitare la corsa forsennata verso la perfezione assoluta. L’uomo che non deve chiedere mai non può, anzi non deve, ammalarsi, invecchiare, morire.

Ecco, io sono totalmente convinto che vi sia un legame molto stretto tra l’ossessione per la perfezione e la rimozione della morte.

Essere consapevoli della propria mortalità significa riconoscere la normalità della fragilità, prendere coscienza che la perfezione è una gigantesca illusione. Perfetta è di per sé una vita che riconosce l’importanza della debolezza e il valore dell’errore. Daniel Pennac, nel romanzo Storia di un corpo, scrive che «la natura ha orrore della simmetria […] non commette mai un simile errore di stile. Ti stupirebbe vedere com’è inespressivo un viso simmetrico, se ne incontrassi uno!». L’espressività e l’asimmetria sono il segno del nostro modo precario di stare al mondo, una precarietà che non è una debolezza; piuttosto, una fondamentale e preziosa risorsa.

Se la società si impegnasse a educare i propri cittadini, fin dall’infanzia, a riconoscere il proprio limite, partendo dalla limpida coscienza della mortalità e dall’idea che ogni istante di vita non è dovuto o scontato, ma è semmai un che di guadagnato, forse si potrebbero impostare le relazioni lavorative e personali in modo differente. Forse, l’attesa di un risultato potrebbe finalmente non essere più ossessiva. Perché, come succede di continuo, occorre aspettare di ammalarsi gravemente per rallentare la propria andatura, per rendersi conto di quali siano i veri valori della nostra vita? Non sarebbe meglio capirlo collettivamente senza la presenza della malattia, ridimensionando in modo radicale quell’ansia che sorge nella ricerca di una vacua perfezione?

Credete anche voi che la ricerca spasmodica della perfezione sia legata alla rimozione della morte? Fateci sapere.

11 Risposte a " L’ossessione della perfezione e la rimozione della morte di Davide Sisto "

  1. Walter scrive:

    Non prendere la vita troppo sul serio
    tanto non se ne esce mai vivi

  2. Sandra scrive:

    Proprio ieri, su invito divertito di mio marito, guardavo un intervento di un famoso professore durante una qualche convention di oncologia. Con tono apocalittico, indicava tutti i cibi da evitare accuratamente durante le terapie anti-cancro, cogliendo l’occasione per dire che sarebbe meglio evitarle sempre. Inutile dire che ben pochi erano i cibi che si salvano dall’impietoso elenco. Non è il primo intervento del genere che sento o leggo: se mangi questo ed eviti quest’altro, non ti ammalerai di cancro, oppure non ti verrà l’infarto, oppure etc. etc. Quello che logicamente se ne deduce è che, se muori, è solo colpa tua. La ricerca spasmodica della dieta perfetta, dello stile di vita perfetto, anche questo, a mio parere, fa parte del processo di rimozione della morte.

  3. Uji scrive:

    Io non credo che l’ossessione della perfezione sia effettivamente legata alla rimozione della morte. Il fatto che la consapevolezza della morte smantelli – fosse anche per un solo istante – quella sete di sé, di perfetta compiutezza, non significa necessariamente che la preceda: non diciamo che un veleno è la rimozione dell’antidoto. Quello che non mi convince è il presupposto che lo stato di cose attuale sia il frutto, appunto, di un atto di rimozione – il che presuppone che sia esistita, storicamente o antropologicamente, una condizione umana più immediatamente a contatto con la morte; oppure, sul piano individuale, che un uomo nasca a contatto con la morte e che la società gliela sottragga in cambio di distrazioni, illusioni e giocattoli. Io non sono così sicuro che sia così. Credo che l’uomo nasca e muoia in un rapporto mediato con le cose, e che l’immediatezza venga dopo e non prima, e che quindi non sia così naturale come la dipingiamo. Anzi, direi che l’immediatezza è anch’essa costruita per mezzo di mediazioni. La naturalità è innaturale.

    Tutto questo non toglie che la morte sia un antidoto, e dunque che io condivida gran parte di quel che dice l’articolo. Però è bene guardarsi sempre dietro le pupille. Ci sono premesse che mietono altrettante vittime della rimozione della morte. Cosa cambierebbe se invece di parlare di “rimozione della morte” si discutesse di come “aggiungere la morte”? Cosa ne sarebbe della critica sociale se non ci fosse una rimozione, e quindi non ci fosse un colpevole? Sparirebbe del tutto o si trasformerebbe soltanto? E che ne ricaverebbe – in bene e in male – la Death Education, se non avesse un’idea di naturalità o immediatezza a legittimarla (e limitarla, chiedendo in cambio di essere difesa)? Le domande possibili sono moltissime. Non fermarti.

    Un’altra cosa. Sono fermamente convinto che l’educazione si faccia innanzitutto nei toni. Nella nostra cultura, più pervasiva ancora della rimozione della morte è la lamentela, è l’invettiva, e credo che tentare di risolvere qualsiasi problema attraverso l’una o l’altra equivalga a cercare di spegnere il fuoco col fuoco o, come diceva un tizio in Giappone, “lavare il sangue col sangue”: al di là del problema specifico, che sia questa o quella ossessione contemporanea, la sostanza dei discorsi e contro-discorsi che si intessono al riguardo è in gran parte quella della lamentela, per cui ogni lamentela aggiuntiva – puntasse anche direttamente alla soluzione definitiva – non fa che perpetuarne la struttura più profonda, alimentando tutte le fazioni in gioco; l’unica a vincere è la guerra. Credo che esistano altri approcci. Di tuo ho letto solo questo articolo, quindi magari è un caso, ma ho pensato che valesse la pena ricordarlo. Si può guardare attraverso la derisione negli occhi di uno chef vip? La si può fare a fette? Sicuramente lo chef in questione è [culturalmente e collettivamente valorizzato come, e quindi (pagato per essere)] uno stronzo, ma è da stronzi dare agli altri degli stronzi, ed è tanto comprensibile quanto controproducente. Esiste un modo di disinnescare queste e altre bombe. Le prime a doversi disinnescare sono quelle che abbiamo in tasca. Nel farlo si educa gli altri a farlo. Non fermarti.

    A quanto ho capito ti stai costruendo una voce. Un altro tizio, stavolta in Canada, suggerisce di dirsi una cosa prima di discutere con qualcuno: “I will not win this”. Penso sia un ottimo inizio. In bocca al lupo.

    • Davide Sisto scrive:

      Grazie mille per il tuo contributo, Non mi è chiara completamente la tua argomentazione, ma ho trovato interessante il tuo pensiero. L’unico commento che faccio è sullo chef vip: semplicemente, ho espresso un’opinione personale negativa su quell’approccio, che può essere condivisa come può non esserlo. Tutto qui.

  4. Carlo scrive:

    Confesso di aver colto ma non capito fino in fondo il sostrato sotterraneo dell’intervento di Uji (nel senso: c’è forse una rivalità/polemica nei confronti di Davide del tutto personale e/o privata?). Comunque, a favore della tesi della rimozione della morte posso dire – e qui se ne è parlato spesso, così come nei libri di Marina – che sì, di sicuro è esistita fino a pochi decenni fa un’epoca in cui le persone erano a contatto più diretto con la morte: la vita media era poco più della metà di oggi; non esistevano cure per le malattie più gravi (ricordiamo solo l’epoca pre-antibiotico…), la famiglia patriarcale allargata teneva con sè malati ed anziani; si moriva quasi sempre in casa; la mortalità infantile era altissima, ecc.. In poche parole, la morte, così come la malattia, erano di casa molto più di oggi, anche per i bambini, e non relegata in ospedali e ospizi per anziani. Per non parlare di una società che spinge sempre più verso l’efficientismo, isolando i più deboli (malati gravi, persone in lutto), considerati a tutti gli effetti dei “diversi” e quindi da allontanare. L’ossessione della perfezione (che indubbiamente esiste) anche? Boh, anche a me non sembra così rilevante ai fini del tema.
    In favore dell’intervento di Uji, posso invece dire che da sempre gli interventi di Davide si limitano a pescare esempi nei campi più vari (dalla realtà ai media al web), a volte anche molto discutibili (ricordo l’aggancio al femminicidio, che scatenò polemiche varie, cui partecipò anche il sottoscritto). Questo moltiplicare gli argomenti in favore della tesi “rimozione della morte” alla fine risulta ripetitivo e sterile, nel senso che limita il dibattito al sì, sono d’accordo / no, non lo sono. E non sposta di un millimetro la questione del nostro vivere/morire: forse, come dici Uji, invece la perpetua in uno scontro non del tutto utile. Diciamo che gli interventi di Marina – sempre più rari – sono sempre più analitici, più profondi, di più ampio respiro e giocati anche di più sul piano personale, e coinvolgono molto di più chi legge. E se ne sente la mancanza. Senza voler fare polemiche, questa è la mia opinione personale.

    • Davide Sisto scrive:

      Caro Carlo, non ho colto una sorta di polemica nell’intervento interessante di Uji, che sarà sicuramente un filosofo. Nel senso che, essendo un filosofo anch’io, colgo il tipo di argomentazione. Poi, magari mi sbaglio. Trovo anzi interessante il suo intervento. Per il resto, ovviamente rispettando la tua opinione personale e il tuo sentire, ti dico semplicemente che questi esempi, come li chiami tu, che tendo a fare nei post vengono svolti per ampliare la tematica, per evidenziare altri aspetti – anche culturali – legati al tema della morte e del morire. Volutamente non vanno sul piano personale, proprio per fare in modo di compenetrare maggiormente lo stile mio e di Marina. Grazie mille, comunque, per la tua opinione.

  5. Uji scrive:

    Confermo: nessuna polemica, davvero. Sono finito su questa pagina totalmente per caso, ho letto l’articolo e mi è venuta voglia di lasciar scritto qualcosa, proprio perché in fondo comprendo e condivido le idee di base dietro questo progetto. L’unico modo di dare un contributo mi pareva sottolineare ciò che mi stona all’orecchio, e così ho fatto, ma nessuna polemica. Tanto più che non sono esattamente un filosofo, non nel senso in cui lo è Davide. Studio comunicazione.

    Da parte mia, per chiarire, sono d’accordo sul fatto che la morte fosse molto più presente un tempo, ma non credo che questo significhi che fosse granché più immediato il rapporto che si aveva con essa. Voglio dire, non sono sicuro che le persone, fino a pochi decenni fa, sviluppassero tanto più facilmente o naturalmente quel genere di triste consapevolezza liberatoria che è la consapevolezza della morte. Mi piacerebbe pensarlo, ma mi viene difficile. Innanzitutto la presenza costante di qualcosa può anche intaccarne la significatività, anziché il contrario: pure nei giorni nostri, i video delle grandi guerre e disgrazie, delle epidemie, dei bambini morti, dei pestaggi razzisti e quant’altro, quanti sono?, ma ci colpiscono meno, non solo – e forse non tanto – perché si presentano in forma di immagini mediate, bensì perché ci vengono somministrate continuamente e da più parti; ci si fa un’orrenda abitudine, e non sono sicuro che fosse diverso per gli antenati. In secondo luogo, e legato a questo, ciò che si presenta di continuo non è certo meno mediato di ciò che si presenta come un’eccezione, anzi. Non credo che il rapporto che ho con mia madre, che vedo tutti i giorni, sia un rapporto quantitativamente o qualitativamente meno mediato rispetto a un qualsiasi altro rapporto. Cambiano le mediazioni, questo sì. E non è poco. Infatti, se dico “mi piacerebbe pensarlo”, è perché comunque credo che quella presenza della morte avesse sul serio i suoi risvolti positivi, ovvero che aiutasse le persone a mediarne l’esperienza in un modo che ritengo effettivamente migliore, fosse anche per il fatto che era un modo più comunitario del nostro, dove il lutto è polverizzato e rimesso con tutto il resto all’individuo senza bussole, al più aggiustabile andando a pescare al più vicino mini-market new age. Senza contare tutto ciò a cui fa riferimento Carlo, che è tutto vero. Sul lutto, penso che fosse molto più carino imbastire un altare e curarlo e parlargli per i quaranta giorni che seguono il decesso, e poi credere e accettare che l’anima del defunto si separasse in pace dal mondo e andasse dovunque andasse. Però non credo che sarebbe stato meno mediato; solo diversamente mediato. La mediazione sta nel linguaggio, nelle narrazioni, nei segni. Il Paradiso e l’Inferno hanno mediato molte più morti di tutti i media contemporanei messi insieme e moltiplicati per cento, per mille. L’immediatezza la si fa in diversi modi, ma la si fa sempre a partire da questa irriducibile, pervasiva mediazione. Questa è la mia opinione, da studente di comunicazione.

    Come ho detto, questo non intacca il progetto di una Death Education, ma penso che ponga diverse domande che potenzialmente potrebbero aprire spazi nuovi e interessanti. Alcune di queste le ho scritte sopra. Più prosaicamente direi, che roba è l’immediatezza? Se ci convinciamo di esserne stati derubati, sarà uno di quei gialli in cui o non si trova il colpevole o se ne trovano troppi. La mia esperienza è che l’immediatezza si faccia attraverso un uso particolare delle mediazioni. Però ho scritto il commento al solo scopo di smuovere le acque, un po’ a capriccio, non è che voglia per forza intrufolarmi in questo discorso. Penso che Davide possa andare più a fondo anche da solo.

    Sullo chef vip ripeto, è comprensibilissimo. Dà fastidio anche a me. Ma da grandi voci derivano grandi responsabilità, e bisogna essere strategici. Un’opinione negativa non deve avere per forza quel sapore, per essere percepita come negativa. E credo che più di ogni altra cosa le persone, oggi, abbiano bisogno di un altro sapore in bocca.

    Questo è tutto. Keep up the good work!, e grazie ad entrambi per la risposta.

    • Davide Sisto scrive:

      Grazie mille per aver specificato meglio il tuo pensiero, che ora ho capito più chiaramente. Offre, di fatto, molti spunti su cui sarebbe interessante interloquire, ci fosse più tempo a disposizione. Non sono tuttavia d’accordo su questo: “Voglio dire, non sono sicuro che le persone, fino a pochi decenni fa, sviluppassero tanto più facilmente o naturalmente quel genere di triste consapevolezza liberatoria che è la consapevolezza della morte”. Secondo me, sulla base di ciò che ho letto e sulla base dell’opinione che mi sono fatto su ciò che ho letto, si sviluppava in modo diverso la consapevolezza della morte, per moltissime ragioni ovviamente. Così come, in luoghi del mondo in cui la morte è presente purtroppo sotto gli occhi delle persone tutti i giorni, c’è un atteggiamento diverso (e si potrebbe anche qui inserire molte tradizioni non occidentali il cui rapporto con la morte è più “immediato”). Più liberatorio? Forse non sempre, tuttavia la stessa rincorsa verso un’immortalità da acquisire, che è un elemento che caratterizza l’umanità dagli albori dei tempi, era una rincorsa molto differente rispetto a quella odierna. Già solo il fatto che comunque tale immortalità la si poneva più in un altro mondo che nel nostro. Comunque, tu stesso evidenzi giustamente alcune importanti differenze sul modo di vivere il lutto. Ti devo candidamente confessare che un post su questo blog, che deve stare in un tot di battute e che non si articola come un trattato scientifico, limita notevolmente l’argomentazione. In altre sedi più scientifiche ho cercato di approfondire in modo molto più specifico i risvolti del tema in questione. Si Può Dire Morte è un blog, dunque si articola con le caratteristiche del blog: quindi, con riflessioni, spesso legate a esperienze personali, altre volte invece intente a fornire degli spunti, che però non vogliono prendere la forma scientifica del saggio o del trattato. Noto comunque con piacere che queste brevi riflessioni hanno suscitato una interessante e proficua reazione e questo mi fa piacere. Quindi ti ringrazio per essere intervenuto. Buona serata!

  6. Carlo scrive:

    Anch’io ho capito molto meglio il pensiero di Uji nel suo intervento. Sostanzialmente resto però d’accordo con la risposta di Davide. Certo, Uji , d’altro canto offre molti spunti nuovi e molto interessanti. Soprattutto sarebbe auspicabile sviluppare ancora il concetto di mediazione, che sta “nel linguaggio, nelle narrazioni, nei segni”. Come esempio personale, sul tema morte/malattia grave/lutto, ho imparato tanto quanto dai saggi, ma anche dalla narrativa, dalla poesia, dall’arte, dal teatro, dal cinema, dai viaggi nelle varie culture, ma anche – come dice Uji parlando di un possibile altarino personale per il caro defunto (cosa peraltro praticata in Giappone e non solo) -, dalla fantasia, dai segni, dai sogni. Questo è il mio modo personale di mediare. Ma può esistere un modo collettivo utile e accettabile? E’ possibile promuoverlo, insegnarlo? Qui sta la grande questione.
    Grazie a entrambi.

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