L’heavy metal e l’onnipresenza della morte di Davide Sisto

Mi è capitato, ultimamente, di riflettere sul legame profondo che vige in modo inconsapevole tra i miei studi tanatologici e la mia più grande passione: l’heavy metal. Spesso osteggiato o censurato senza autentica cognizione di causa, l’heavy metal è un genere musicale piuttosto particolare, addirittura al centro di studi universitari interdisciplinari (gli Heavy Metal Studies). La sua nascita, solitamente fatta risalire a fine anni ’60 con l’uscita dell’album omonimo dei Black Sabbath, è collegata ad alcuni specifici obiettivi artistici e culturali, i quali rientrano nel campo del politicamente scorretto: il rifiuto dei cliché conformisti della società perbenista, il desiderio di esprimere in musica un certo malcontento sociale, la voglia teatrale di scandalizzare l’opinione pubblica trattando tematiche ritenute scabrose e inopportune dai più.

Proprio quest’ultimo aspetto va tenuto bene a mente, poiché uno dei temi in assoluto più affrontati nei testi delle band heavy metal è la morte. Vi è un sottogenere – il “Doom Metal” – il cui filo conduttore tematico è l’ineluttabilità del morire, da cui deriva una visione radicalmente nichilistica della vita. Un altro sottogenere – il “Gothic Metal” – si richiama, in modo a volte semplicistico a volte invece piuttosto sarcastico, al connubio “Eros-Thanatos”, così come veniva affrontato in termini poetici durante l’epoca del romanticismo tedesco. Se prendiamo un album a caso di una band famosa interna a quest’ultimo sottogenere, i Type O Negative, troviamo canzoni così intitolate: “Love You to Death”, “Everyone I Love is Dead” o “Everything Dies”. Vi è addirittura un sottogenere decisamente estremo nei suoni che si chiama “Death Metal” e che prende il nome – almeno, secondo gli esperti – da una band americana degli anni ’80: i Death. E si potrebbe andare avanti per ore, citando tutti i testi delle canzoni e i titoli degli album di natura tanatologica.

In altre parole, la rimozione sociale e culturale a cui è stata sottoposta nel corso del Novecento, ha trasformato la morte nel tema per eccellenza di un genere musicale le cui fondamenta sono costituite dal bisogno di parlare, in modo spesso enfatico ed esagerato, degli argomenti che vengono generalmente elusi nello spazio pubblico. La pornografia della morte, per usare l’arcinota espressione di Geoffrey Gorer, rappresenta un riferimento ineludibile per chi vuole, attraverso una specifica forma artistica, essere controcorrente o “anticonformista”. Ma non c’è soltanto, e per fortuna, il bisogno di scandalizzare l’opinione pubblica nelle espressioni tanatologiche dell’heavy metal. C’è anche, da un lato, l’esigenza di sottolineare un radicale disincanto esistenziale legato al memento mori: “è inutile che tu faccia finta di niente, tanto prima o poi ti tocca morire”. In altre parole, vi è la tendenza a riconoscere limpidamente la piena coappartenenza reciproca tra il vivere e il morire, di modo da offrire all’essere umano – tramite la violenza sonora – uno strumento artistico con cui ribellarsi culturalmente alla propria condizione mortale. Da un altro, vi è il bisogno di toccare una corda emotiva molto dolorosa per le persone, con l’obiettivo di offrire una forma musicale di conforto. “One Last Goodbye” degli Anathema è il non plus ultra di questo ultimo obiettivo: una ballad strappalacrime dedicata dai due leader del gruppo, i fratelli Cavanagh, alla mamma morta durante la registrazione dell’album che contiene questo brano.

Al di là delle singole motivazioni, è senz’altro buffo – se osservato con il doveroso distacco – sentire il pubblico dei Metallica gridare ripetutamente e all’unisono nelle arene di tutto il mondo “die”, mentre il cantante James Hetfield canta la strofa “Die by my hand, I creep across the land, killing first born man”, durante l’esecuzione della canzone “Creeping Death”.

Ora, sarebbe curioso fare un salto indietro nel tempo e vedere se, in assenza di rimozione sociale e culturale della morte, l’heavy metal si sarebbe soffermato in modo così ossessivo sul tema. Forse sì, dal momento che il morire è accompagnato dal dolore e dalla sofferenza, dunque da sentimenti dominanti in un genere musicale che esorcizza la negatività tramite la sua enfatizzazione. Forse no, perché all’interno di un rapporto umano più pacifico con la propria fine non ci sarebbe stato lo spazio per darne una coloritura trasgressiva e percepita come inopportuna. Credo, in altre parole, che se mi occupo di tanatologia molto dipenda dall’abitudine a sentir parlare di morte nelle canzoni dell’heavy metal. Credo anche, da un altro punto di vista, che questa presenza morbosa del Tristo Mietitore all’interno di nicchie sonore anticonformiste sia dovuta al pessimo legame sociale e culturale che abbiamo negli ultimi decenni creato con il fine della vita.

Conoscete questo genere musicale? Ma soprattutto: avete riflessioni da fare a proposito del tema della morte nella musica? Vi interessa?

 

 

4 Risposte a " L’heavy metal e l’onnipresenza della morte di Davide Sisto "

  1. Mathias scrive:

    Non solo l’Heavy metal, ma anche tutta la corrente goth ricrea sonorità funebri e riflette sulla morte. Secondo me, nel caso della sottocultura goth, c’è la volontà di riappropriarsi di un’immagine della morte addomesticandola, Certo spesso è un tema usato per anticonformismo o per provocare ( come lo è anche nel mondo della musica più pop che oltre a temi mortiferi ha fatto suo cavallo di battaglia il sesso per lo stesso motivo: provocare): Il tema sottocultura goth e morte l’ho affrontato all’interno della mia tesi di laurea magistrale.
    In effetti è una riflessione interessante: un’epoca con un rapporto sano con la morte avrebbe creato questo genere musicale? secondo me si, magari non sarebbe confinato ai margini e non assumerebbe troppo un atteggiamento provocatorio ma ci sarebbe stato. Grazie mille per questo interessante articolo che mi sta dando nuovi spunti di riflessione

    • Davide Sisto scrive:

      Concordo, anche la sottocultura goth (e il dark in senso generale) hanno un rapporto molto stretto con la morte e i riti funebri. Trovo molto interessante il tema della tua tesi di laurea magistrale. La sottocultura goth è un altro fenomeno veramente ricco di riferimenti culturali. Un’amica non abituata al genere si è ritrovata al Wave Gotik Treffen di Lipsia ed è rimasta allibita (anche se forse è ancora più interessante il goth anglosassone).

  2. Giulia scrive:

    Anche dal mio punto di vista gli studi tanatologici sono stati la naturale prosecuzione dell’indossare le cuffie per ascoltare metal. Ho iniziato con il black e poi sono arrivata al thrash che ho poi persino suonato; si può dire che per tutta l’adolescenza io abbia gettato le basi per gli studi sulla morte e il morire, approdando quindi con facilità e direi persino con naturalezza all’antropologia della morte. Per ciò che riguarda la mia esperienza personale, il metal è (per quanto concerne la nostra discussione) certamente il frutto della modalità occidentale di intendere la morte. Una storia su tutte. Le anziane signore del mio paese, usavano farsi il segno della croce al mio passaggio, pur indossando ancora il lutto per un marito morto trent’anni fa, pur avendo partecipato a più funerali che matrimoni nella loro vita. Questo genere musicale ha avuto il pregio a mio avviso di tirare fuori i grandi pregiudizi, i grandi rimossi sociali e di esasperarli, di renderli orridi in generale, dando al contempo l’opportunità di incorporarli per chi invece vi si immergeva. Tuttora ascolto metal e vado ai concerti; del resto ciò che è cantabile, non può essere spaventoso.

    • Davide Sisto scrive:

      Condivido totalmente, Giulia. Anch’io continuo ad ascoltare metal e ad andare ai concerti, ovviamente. Grazie per la tua testimonianza!

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