Le emozioni nel lutto, di Désirée Boschetti

fullsizerender-2Il lutto legato alla morte di una persona cara è un’esperienza che riguarda fisiologicamente il percorso di vita della maggior parte degli individui. È infatti comune perdere i genitori, in età adulta, così come è normale che le generazioni più anziane muoiano. Differente è, invece, la circostanza in cui a morire siano bambini, ragazzi e giovani, specie nella nostra società, che ha quasi sconfitto la mortalità infantile. In questi casi sembra essere più difficile “dare un senso” alla perdita, vissuta sovente come un fatto che viola le fisiologiche leggi della natura e della vita. In realtà, la morte e il lutto sono eventi che costituiscono parte integrante dell’esperienza, e la mente umana è attrezzata, per così dire, per vivere e affrontare il dolore per la morte di un congiunto.

Il lutto può essere definito come la reazione di dolore alla perdita di una relazione significativa, importante e profonda. Se non c’è la relazione affettiva non c’è, pertanto, il dolore del lutto. La presenza del dolore va quindi intesa come l’orma di un affetto. Mettere a fuoco tale aspetto è importante, per valorizzare la rilevanza di questo dolore, che non va interpretato come segno di fragilità, insicurezza, debolezza o, peggio ancora, di depressione, bensì come prova dell’esistenza di un legame essenziale nella nostra vita.

E’ un dolore che si può, e che è bene elaborare, all’interno di un percorso che in psicologia si chiama elaborazione del lutto. Si tratta di un cammino di cambiamento, che attraversa diverse fasi, a conclusione del quale la persona risulta in grado di riorganizzare la propria vita (sia quella reale esterna, sia quella psicologica interna) alla luce del fatto che il defunto non esiste più. Necessita di un tempo variabile e soggettivo, che dipende da diversi fattori: il tipo di legame con il morto, la fase di vita del dolente, l’età e la causa di morte del defunto, le risorse e la rete familiare/sociale di ciascuno. E’ un processo che molti compiono con l’aiuto dei propri cari, poiché la mente – come si è detto – è attrezzata per affrontarlo. Ma non in solitudine: in linea generale, possiamo infatti affermare che l’elaborazione del lutto è favorita dalla possibilità di riconoscere, esprimere e condividere i vissuti determinati dal lutto.

Oggi però, nelle nostre società occidentali, che tendono a negare la morte e la sofferenza ad essa connessa, il processo di elaborazione fatica a compiersi, per diverse ragioni.
In primo luogo, spesso i tempi psicologici non collimano con quelli sociali. Viene richiesto ad ognuno di “andare avanti”, di “non pensarci”, di superare in poco tempo la tristezza e lo sconforto. Le persone in lutto riferiscono di sentirsi autorizzate a piangere di fronte ai familiari e agli amici solo per un primo, breve periodo dopo la morte del proprio caro, ma presto ritengono non sia più adeguato né provare né tantomeno esprimere una profonda afflizione. È invece necessario, per ritrovare un equilibrio psicologico, che questa trovi spazi e momenti di manifestazione – sia individualmente, sia in condivisione con altri.

In secondo luogo, nella nostra cultura l’espressione del dolore è oggetto di un pregiudizio: si pensa sia un segno di debolezza, scarsa energia, mancanza di risorse psicologiche. In realtà, sovente, è vero il contrario. La coartazione e la negazione del dolore possono essere, infatti, indice di meccanismi difensivi molto rigidi, eccessivi, a volte anche di un lutto patologico.

In terzo luogo, non sempre le persone in lutto hanno una rete familiare, affettiva, amicale, sociale con cui condividerlo. Sono frequenti, nelle città soprattutto, le famiglie mononucleari, caratterizzate dalla lontananza dai familiari. Ad esempio, quando nelle coppie di persone anziane, magari con i figli adulti oramai lontani, muore uno dei due coniugi, il superstite vive di frequente un immenso senso di isolamento e abbandono. Anche quando è presente una rete amicale, le persone in lutto sono spesso a disagio nel proseguire la frequentazione delle amicizie consuete: “sono tutte coppie…e io sono rimasto da solo/a”, si sente spesso dire.

Il panorama emotivo che caratterizza i vissuti del lutto è estremamente ampio. Certamente, l’emozione prevalente è la tristezza, che contraddistingue il dolore per la perdita dell’oggetto amato. Essa può essere più o meno intensa. In alcuni casi può mutarsi in vera e propria depressione la quale, definita da una vecchia nosografia come “depressione reattiva”, si differenzia dalla depressione clinico-patologica sia per la sua durata (limitata) sia perché rappresenta una reazione naturale alla perdita (reale) di una persona.

Anche la rabbia è un’emozione frequente. Può essere rivolta verso il defunto (che non ha lottato contro la malattia, che ci ha abbandonato, ecc.), o verso se stessi (per aver fatto o non fatto, per aver detto o non detto, e via di seguito), o verso Dio o il fato (che permettono simili eventi dolorosi), o verso i presunti colpevoli (il personale sanitario che non si è dimostrato all’altezza, l’automobilista nel caso di incidenti stradali, ecc.). La rabbia può anche svilupparsi perché si ritiene ingiusto essere stati privati di una persona amata o per la consapevolezza del forte dolore vissuto dal defunto prima di morire. La rabbia, in altre parole, si declina e si esprime in modi differenti.

Spesso, le persone possono avvertire anche un’emozione di invidia per coloro che ancora godono della presenza e della vicinanza dei propri cari (ad esempio l’invidia di chi è rimasto vedovo per le coppie ancora unite). L’invidia è un’emozione che, in genere, le persone faticano ad ammettere in quanto ritenuta un’emozione negativa, vergognosa, deplorevole. In realtà, quando non è accompagnata da odio e acrimonia, può far parte dello spettro emotivo umano, e si presenta quando constatiamo che altri dispongono di ciò che anche noi vorremmo avere (o avere ancora).

Un’altra emozione frequente è la paura. Essa può focalizzarsi sul futuro (il timore di come continuare a vivere senza la persona cara), o sulla solitudine (paura di stare da soli, di sentirsi abbandonati).

Le emozioni legate al lutto sono, in definitiva, molteplici. Quella qui esposta è una rapida disamina che non pretende di essere esaustiva. Ciò che invece è importante è avere chiaro che, all’interno di un fisiologico processo psicologico di elaborazione del lutto, le emozioni, i vissuti, i pensieri, i ricordi si modificano nell’arco del tempo e non restano fissi. Inoltre, l’elaborazione del lutto non è un processo che possa avvenire in una dimensione puramente interiore, in solitudine, ma richiede la vicinanza e la solidarietà dei nostri simili.

Non a caso, in una cultura che esalta l’individualismo e produce isolamento e frammentazione sociale, sono nati i gruppi di sostegno (o di Auto Mutuo Aiuto) per persone in lutto, per iniziativa di diversi enti, pubblici e privati: i gruppi offrono una risposta alle esigenze di confronto, comprensione e condivisione che caratterizzano il periodo luttuoso, e aiutano le persone ad affrontare meglio, con maggior consapevolezza, le emozioni che sorgono in una situazione di perdita.

E voi? Quali sono state le emozioni principali che avete provato dopo un lutto? Chi tra di voi ha dovuto affrontare l’elaborazione di un lutto, ritiene a posteriori di aver ricevuto dalla famiglia o da altri il sostegno necessario, o ritiene di essere stato solo in questo momento doloroso della propria vita?

 

11 Risposte a " Le emozioni nel lutto, di Désirée Boschetti "

  1. Erika Zerbini scrive:

    Buongiorno,
    ho letto con grande attenzione e interesse questo articolo che ha messo in luce alcuni aspetti talvolta sottovalutati: la mente è attrezzata, occorre la comunità, le emozioni evolvono, soffrire non è sinonimo di debolezza.
    Ho vissuto tre lutti importanti: mia made e due delle mie figlie in epoca pre o perinatale (dipende dalla definizione preferita).
    Se quando è capitato di perdere mia madre sono stata triste e sconcertata, dato anche il carattere improvviso della sua morte, per le mie figlie il pacchetto emozionale è stato decisamente più complesso.
    A distanza di tempo (anni), posso dire che la difficoltà maggiore sia stata quella di mettere insieme le emozioni e ricondurle ad un lutto ordinario, cioè scoprire che pre o perinatale che fossero, quelli erano lutti e basta. Venuti da decessi e basta. Di cui restava un’assenza e basta. Un’assenza con cui fare i conti e da integrare nella vita.
    Ecco, questa differenza marcata fra lutto e lutto mi ha messa in difficoltà e mi ha reso complicato attivare le attrezature che possiedo, come se fossero quelle sbagliate e se fossi io esagerata o sulla via sbagliata.
    Un discorso complesso che tento di affrontare quotidianamente per cercare di aprire al mondo del lutto anche questo tipo di lutto, l’unico che ha una defnizione specifica e che talvolta sembra essere a sé.
    Grazie per questo prezioso spazio di confronto e i tanti stimoli offerti con questo articolo.
    Un caro saluto
    Erika Zerbini

  2. G.P. scrive:

    Che dire… è tutto vero ciò che hai scritto più sopra. Il lutto è soggettivo? Si! E te lo devi gestire come ti devi gestire il dolore. Certo tutto può aiutare, parenti amici anche se non è detto che sia così.
    La mia esperienza nell’ultimo lutto è stata tragica con tutti i sentimenti e le emozioni descritte più sopra. Ho dovuto barcamenarmi da solo; la malattia della mia sposa è durata 11 anni e gli ultimi 5 un inferno in crescendo, e in questo lasso di tempo la “fauna umana” intorno a noi si è assottigliata in modo notevole e ci siamo ritrovati e alla sua morte mi sono ritrovato “solo”. Tramite una amica ho scoperto l’associazione INFINE e il gruppo di AUTO MUTUO AIUTO SUL LUTTO al suo interno. Questa scoperta è stata ed è parte della mia vita . In questo periodo che va dall’aprile del 2015 ad oggi, ho profondamente legato con gli altri membri del gruppo, un gruppo eterogeneo per i “tipi di lutto” vissuti al suo interno, con nuove entrate e alcune uscite.. Dolore, rabbia, paure, domande senza risposte, sensi di colpa, l’elenco è lungo molto di più: La morte non la capiamo, non ne siamo capaci fino a quando non la elaboriamo e forse non basta. Sentimenti e sensazioni entrate nelle viscere, diventate parte di noi questo è ciò che abbiamo condiviso e condividiamo. Ma l’esperienza condivisa è stata la nostra forza ed è la nostra forza. Siamo riusciti a diventare pure amici e non è solo il lutto oggi che ci lega. Una cosa che non ho riscontrato nel gruppo è l’invidia. Forse ne abbiamo parlato ma non più di tanto. Per rispondere alla tua domanda: io mi sono ritrovato solo, neanche un aiuto per le cose più semplici come le pulizie di casa. E’ solo scoprendo una coppia di amici (che non sapevo di avere) che mi sono ritrovato in un gruppo di AUTO MUTUO AIUTO. Abituato a combattere e ad aggrapparmi ad ogni possibile aiuto nel luglio del 2015 ho detto al gruppo:- HO PRESO LA DECISIONE DI VIVERE! Ecco questo è il risultato tornare a vivere pur con tutti gli alti e bassi che ci sono stati e che potrebbero ancora esserci ma il Gruppo si fa intorno a chi è in difficoltà, oserei dire lo protegge! La cosa che ancora mi crea difficoltà è la solitudine ma ci sto lavorando anche se difficile. Penso che bisogni divulgare sempre di più queste opportunità dei gruppi di aiuto. Per finire posso dire Grazie INFINE Grazie Gruppo!

  3. mayfrayn scrive:

    Tre anni fa ho perso mio fratello minore in un incidente di moto. Aveva solo 41 anni e il trauma è stato fortissimo.
    Solo un mese prima la sua ex fidanzata si era tolta la vita in modo totalmente premeditato e organizzato da mesi. Dopo la morte di mio fratello, la morte della sua ex, che pure mi aveva colpito e addolorato, è stata da me posta sullo sfondo in quanto oscurata dal dolore per la morte di mio fratello, e anche per la rabbia nel realizzare la sofferenza che questo suo gesto aveva causato nella vita di mio fratello che si stava rifacendo una vita con un nuovo amore ed era felice.
    Dopo 7 mesi dalla morte di mio fratello è mancato anche il papà, che era affetto da una malattia cronica e che evidentente è stato spezzato nel fisico dal dolore per la morte del figlio.
    Ancora oggi, dopo tre anni, quando penso a loro, o guardo una loro foto, mi assale la tristezza e mi viene da piangere. Non so se queste emozioni cambieranno più di tanto, perché il legame che avevo con loro non si è spezzato, nonostante non siano più fisicamente presenti. In più, mi domando quanto possa influire in termini di tempi di elaborazione del lutto, l’aver vissuto questi lutti a breve distanza l’uno dall’altro.
    A parte la tristezza, il sentimento che predomina in me è la paura. Ho spesso paura del futuro, e soprattutto ho paura di perdere altre persone care.
    Avrei voluto poter parlare di più dei miei sentimenti e delle mie emozioni, ma con gli amici mi sembra di essere pesante, l’altro mio fratello non ne parla quasi mai, l’unica è mia mamma, ma spesso mi trattengo per non rattristarla, perché se per me è difficile superare la perdita di mio padre ma soprattutto di mio fratello, per lei loro erano il marito e il figlio e quindi non oso pensare cosa questo susciti in lei. Di certo ho imparato a ridimensionare certi problemi quotidiani e a cercare di stare vicino alle persone che amo.

  4. Giovanni scrive:

    E’ lungo il discorso sul lutto, ma ci provo. E’ senz’altro vero che al giorno d’oggi il lutto, così come la malattia grave e la morte, è frutto di rimozione nella nostra frenetica e super-efficiente società occidentale. Chi esce per un attimo dall'”ingranaggio” viene emarginato e si sente molto spesso isolato. Vale quanto si è detto, ad es., per il cancro: mancano le parole, si crea il vuoto attorno, e la muta pretesa è che si ritorni al più presto alla “normalità”, al “prima”: anche se molto – se non tutto – è cambiato. E valgono anche i discorsi della carenza di comunità, nelle nostre esistenze sempre più chiuse dentro i nostri appartamenti.
    Credo però che la cosidetta elaborazione del lutto sia un compito che ci spetta innanzitutto in prima persona. E’ vero, ci sono lutti gravissimi e c’è chi fa molta fatica: in questo senso, l’aiuto proposto da Infine mi sembra importante e significativo; sarebbe utile sapere di altri gruppi di sostegno in altre città italiane.
    Per quanto riguarda la mia esperienza, ci sono fattori che possono complicare il lutto. Faccio qualche esempio, a parte i più gravi, come la perdita di un figlio, ancor peggio se di giovane/giovanissima età, o il compagno/la compagna di una vita. Questi fattori potrebbero essere:
    1. rapporti contrassegnati da ambivalenza: verso genitori, fratelli-sorelle, ma non solo in famiglia: anche con amici importanti.
    2. Il sospeso di parole non dette: sentimenti non espressi, perdoni non concessi, scuse non affiorate alla bocca, la mancanza di coraggio nel sapersi dire addio, quando il tempo è concesso.
    3. La sensazione di non aver fatto abbastanza, non completamente il proprio dovere, nell’accompagnamento al momento supremo.
    Credo che siano questi elementi che creano maggiormente rimorsi, rimpianti e sensi di colpa, complicando il lutto. Resta comunque da dire che quando muore una persona cui siamo fortemente legati, muore anche una parte di noi, lasciando un vuoto e una ferita che rimane aperta a lungo. Fino a che non si riesce a riconvertirla in un bagaglio o uno scrigno, dolce e amaro, della nostra identità, senza il quale non saremmo gli stessi.
    Scendendo nel dettaglio, sono state tante le morti che mi hanno segnato indelebilmente, da bambino, da adolescente, da adulto e da quasi ormai anziano.
    Da bambino la morte della gatta di casa mi ha portato a pianti ininterrotti e notti insonni che preoccuparono, non poco, i miei genitori: è stato quello il primo “battesimo”.
    Da adolescente la perdita ravvicinata di una zia (per cancro) e uno zio (per infarto) mi hanno fatto perdere una fede convinta ma alquanto fragile e ingenua.
    I due lutti più difficili da elaborare – lavoro durato decenni – sono stati attorno ai 30 anni: dapprima la morte di mio padre causata da un’operazione di by-pass, poi il suicidio di un amico più giovane.
    Il rapporto con mio padre – persona chiusa, piuttosto autoritaria, incapace di esprimere i sentimenti fino a quando non si è ammalato – è stato caratterizzato da una forte dose di ambivalenza: scontri e critiche a muso duro, rivalità e gelosie (verso mia madre e mio fratello disabile), e un legame d’affetto del tutto sottaciuto. Il io personale tormento è stato di non aver saputo rispondere – con la presenza sì, ma non con le parole – al suo cambiamento a 180 gradi e all’imporvvisa fragilità palesata. Di non aver avuto il tempo – in poche parole – di capire e di dirgli che gli volevo bene.
    Del suicidio si è già parlato in questo blog. Lascia starscichi terribili di dolore e di sensi di colpa: e la precisa sensazione di aver perso l’occasione di un gesto o una parola che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi.
    In psicologia si dice che un lutto è innanzitutto una ferita narcisistica, e l’attribuirsi colpe sarebbe da ricondurre a un senso di onnipotenza. Sta di fatto che di ferite si tratta, e molto dolorose.
    Devo dire che in ogni caso non sono rimasto con le mani in mano. A mio padre ho dedicato poesie dolenti e non-riconciliate se non rabbiose (allora ne scrivevo). Riguardo l’amico, ho tallonato a lungo con lettere e telefonato la sorella che a sua volta era una cara amica. Forse per questo ed altro, verso i 35 anni, il senso di meraviglia verso il mondo se n’è andato, e sono entrato in crisi. Un aiuto che mi sono concesso è stato andare in analisi, per 5 anni, cosa che mi è stata molto utile, perchè ha lavorato anche nel tempo, offrendomi molte chiavi per capire meglio me stesso. Posso dire che, col tempo, l’unico lenimento, accettando le mie fargilità, è stato riuscire a parlarne con il mio compagno e con amici/amiche, senza aver paura di piangere anche senza ritegno.
    L’ultimo lutto, il lutto-cardine, è stata la morte recente di mia madre, che era la persona a cui ero più legato e nella quale più mi ero identificato: nonostante che anche con lei il rapporto sia stato sempre complicato dalla presenza simbiotica di mio fratello disabile. Questa volta dolore tanto, ma nessun rimpianto nè senso di colpa. Pur con la mia diagnosi di tumore, sono riuscito a seguire lei (oltre che mio fratello, con l’aiuto di una badante: si trattava di un doppio handicap…) nei 3 anni di demenza senile, nei 4 mesi di ricovero in seguito alla rottura del femore (inoperabile), nell’agonia e nella morte, con tutto il seguito di pratiche e lavori per cercare un futuro per mio fratello.
    Come spesso accade, amici e parenti mi sono stati molto vicini durante il calvario di mia madre e subito dopo la sua morte. Poi, però, a parte la vicinanza del mio compagno (che da tempo aveva perso la sua, cui era altrettanto legato), il lavoro di eleborazione, per forza di cose, ha proceduto in solitudine. Però anche qui, nel dopo, ho attinto a piene mani, a volte anche miratamente, alle mie risorse. Ho atteso, “spiato” e interpretato con trepida curiosità i miei sogni su di lei, ho recuperato film che ricordavo sul lutto (Bergman, Huston, Kieslowski), visto spettacoli teatrali, letto molto di narrativa e saggistica sul tema e sulla necessità di accettare il distacco. Infine, a pochi mesi di distanza, ho iniziato a scrivere di lei e delle nostra storia. Dai tempi del tumore avevo ripreso a scrivere, prima dei racconti autobiografici, poi un breve saggio sulla morte, e anche molti interventi su questo e altri siti: in poche parole, a tentoni, ho (ri)scoperto la scrittura come autoterapia.
    Dopo poco più di due anni il libro era terminato. L’ho inviato all’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano (AR) – splendido posto che consiglio a tutti, sembra di essere in famiglia, nessuna pompa magna, molta semplicità, autenticità e gran calore umano – , dove quest’anno è stato premiato (come l’anno prima la raccolta di racconti) in una “lista d’onore”.
    Ho portato a termine il mio compito e, non so come, anche gli altri lutti si sono sciolti confluendo naturalmente nella mia storia. E, tutto sommato posso dire che sono in pace. Ora sono in prima linea, e attendo il mio turno. Sempre con mille interessi e curiosità e… senza fretta, s’intende!

    • Daniela scrive:

      Giovanni, ti ringrazio ancora per le riflessioni. La scrittura aiuta molto. Spero tu possa continuare ancora a scrivere e se possibile a farmi sapere cone stai.

  5. Adele scrive:

    Ho vissuto diversi lutti. Sono stata aiutata nell’elaborarli dalle persone che mi volevano bene. E da un percorso psicoterapeutico. Ad una ad una mi han lasciato tutte le persone a me più care e vicine. E’ rimasta la psicoterapeuta. Con lei avevo certo una relazione anche affettiva,comunque significativa. Rimasta senza famiglia, sapevo di esistere almeno nel suo pensiero. A lei raccontavo, lei mi conosceva molto bene. Negli ultimi tempi ci vedevamo con minor frequenza. Io stavo camminando sulle mie gambe e lei mi restituiva l’immagine di me stessa cambiata,cresciuta, più equilibrata. Ecco, ora mi sento in lutto per lei. Perchè è morta, improvvisamente. Non la sentivo da un mese. M’è venuto un presentimento e ho cercato tra i necrologi. L’ho trovata lì. E’ surreale perchè non conosco la sua famiglia, non so come sia morta, il funerale era già avvenuto. Non ho amicizie che sappiano che la vedevo così non ho con chi piangerla. La prima persona cui l’avrei detto,sarebbe stata proprio lei! Ora mi sento di nuovo sola al mondo. Sola con me stessa.

    • Daniela scrive:

      Adele, coraggio. Spero che tu ti sia ripresa e abbia trovato conforto. Non sei sola, sicuramente avrai qualcuno con cui condividere i tuoi pensieri e sentimenti. Se vuoi, rispondimi.

  6. Giovanni scrive:

    Ti ringrazio Adele, per la tua testimonianza. Se posso permettermi un consiglio, dovresti trovare un modo per condividere il tuo dolore e sperdimento. Avrai pure l’indirizzo dove ti trovavi con lei: potresti chiedere al portiere se c’è, oppure ai vicini. Lo stesso necrologio potrebbe darti delle piste da seguire. Penso che farebbe solo piacere ai suoi parenti sentirti raccontare quanto foste legate e quanto ti ha aiutata. Anche loro saranno più soli, no? Forse la tua testimonianza potrebbe portare un minimo di sollievo… E perché non parlarne anche con le persone chi ti hanno aiutata, spero non siano tutte morte. Il dolore del lutto va tenuto stretto, ma anche condiviso con chi può capire. Forza, un caro saluto.

  7. Daniela scrive:

    Adele, spero che tu abbia trovato conforto. Anche se ci vuole tempo.

    Giovanni, hai descritto con grande sensibilità le varie situazioni. Anch’io avevo un rapporto difficile con mio padre. Anche lui non esprimeva sentimenti e nonostante il lungo matrimonio con mia madre, gli ultimi anni sono stati di incomprensioni crescenti e conflitti sempre più deprimenti a cui assistere, trattandosi di due persone anziane che avrebbero potuto sostenersi. Lui è morto a luglio, dopo una serie di problemi di salute sempre più seri, ricoveri in ospedale e terapie varie. E’ morto a casa, alla vigilia di unpossibile nuovo ricovero.

    Mia madre, anche lei in condizioni difficili, con principio di demenza, ha “rifiutato” di comprendere la scomparsa, accettando la spiegazione che suo marito era stato trasferito in casa di riposo.

    Due settimane fa se n’è andata anche lei, nel sonno, nel suo letto.

    Se per mio padre c’è stato dolore, ma mitigato dagli anni di conflitto, per mi madre, la sensazione è di aver perso l’unico punto fisso della vita. Lei era il cuore della nostra famiglia e ora ci ha lasciato, privi del suo affetto infinito. Era anche una nonna amorevole e in questo momento siamo tutti devastati, ma purtroppo il dolore non ci unisce, perché lei era quella che ci teneva insieme.

    • Maria Francesca Palladino scrive:

      Ciao Daniela,

      ho perso mia madre lo scorso aprile.
      In quaranta giorni, dalla diagnosi alla sera in cui si è addormentata, stanca, ma senza accusare dolore.
      Le frasi che hai usato per descrivere tua madre e la sua perdita mi hanno ricordato lei…provo a non pensarci tutti i giorni, e invece la penso ogni momento.
      E cerco di capire, dopo un lungo periodo in cui ci eravamo perse, cosa significhi o cosa potrebbe significare ora questa mancanza per me.
      Una punizione, un’opportunità per fare scelte diverse, per essere diversa, per essere..??
      Non lo so.
      A volte non mi riconosco più. Sono persa.

      Francesca

  8. Sofia scrive:

    Ho amato per tanto tempo una persona – la prima relazione che ho avuto – senza aver prima imparato che dare tutto non serve, quindi quando è finita ci ho perso io. Mi sono vendicata come ho potuto al risucchio di energia psico fisica che questa persona mi aveva causato. Questo ha provocato ovviamente la sua scomparsa dalla mia vita. A quel punto è iniziato un processo molto doloroso e sempre accompagnato da sensi di colpa tali da distruggere definitivamente la mia autostima. Si trattava dell’elaborazione di un lutto non realmente avvenuto. Tre anni dopo che ci eravamo lasciati, questa persona è morta davvero e a sei anni di distanza sto cominciando a lasciarla davvero andare, anche perché la mia vita è stata comunque tanto intensa in generale e non è stata l’unica cosa ad avermi segnato.

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