Le emozioni nel lutto, di Désirée Boschetti

fullsizerender-2Il lutto legato alla morte di una persona cara è un’esperienza che riguarda fisiologicamente il percorso di vita della maggior parte degli individui. È infatti comune perdere i genitori, in età adulta, così come è normale che le generazioni più anziane muoiano. Differente è, invece, la circostanza in cui a morire siano bambini, ragazzi e giovani, specie nella nostra società, che ha quasi sconfitto la mortalità infantile. In questi casi sembra essere più difficile “dare un senso” alla perdita, vissuta sovente come un fatto che viola le fisiologiche leggi della natura e della vita. In realtà, la morte e il lutto sono eventi che costituiscono parte integrante dell’esperienza, e la mente umana è attrezzata, per così dire, per vivere e affrontare il dolore per la morte di un congiunto.

Il lutto può essere definito come la reazione di dolore alla perdita di una relazione significativa, importante e profonda. Se non c’è la relazione affettiva non c’è, pertanto, il dolore del lutto. La presenza del dolore va quindi intesa come l’orma di un affetto. Mettere a fuoco tale aspetto è importante, per valorizzare la rilevanza di questo dolore, che non va interpretato come segno di fragilità, insicurezza, debolezza o, peggio ancora, di depressione, bensì come prova dell’esistenza di un legame essenziale nella nostra vita.

E’ un dolore che si può, e che è bene elaborare, all’interno di un percorso che in psicologia si chiama elaborazione del lutto. Si tratta di un cammino di cambiamento, che attraversa diverse fasi, a conclusione del quale la persona risulta in grado di riorganizzare la propria vita (sia quella reale esterna, sia quella psicologica interna) alla luce del fatto che il defunto non esiste più. Necessita di un tempo variabile e soggettivo, che dipende da diversi fattori: il tipo di legame con il morto, la fase di vita del dolente, l’età e la causa di morte del defunto, le risorse e la rete familiare/sociale di ciascuno. E’ un processo che molti compiono con l’aiuto dei propri cari, poiché la mente – come si è detto – è attrezzata per affrontarlo. Ma non in solitudine: in linea generale, possiamo infatti affermare che l’elaborazione del lutto è favorita dalla possibilità di riconoscere, esprimere e condividere i vissuti determinati dal lutto.

Oggi però, nelle nostre società occidentali, che tendono a negare la morte e la sofferenza ad essa connessa, il processo di elaborazione fatica a compiersi, per diverse ragioni.
In primo luogo, spesso i tempi psicologici non collimano con quelli sociali. Viene richiesto ad ognuno di “andare avanti”, di “non pensarci”, di superare in poco tempo la tristezza e lo sconforto. Le persone in lutto riferiscono di sentirsi autorizzate a piangere di fronte ai familiari e agli amici solo per un primo, breve periodo dopo la morte del proprio caro, ma presto ritengono non sia più adeguato né provare né tantomeno esprimere una profonda afflizione. È invece necessario, per ritrovare un equilibrio psicologico, che questa trovi spazi e momenti di manifestazione – sia individualmente, sia in condivisione con altri.

In secondo luogo, nella nostra cultura l’espressione del dolore è oggetto di un pregiudizio: si pensa sia un segno di debolezza, scarsa energia, mancanza di risorse psicologiche. In realtà, sovente, è vero il contrario. La coartazione e la negazione del dolore possono essere, infatti, indice di meccanismi difensivi molto rigidi, eccessivi, a volte anche di un lutto patologico.

In terzo luogo, non sempre le persone in lutto hanno una rete familiare, affettiva, amicale, sociale con cui condividerlo. Sono frequenti, nelle città soprattutto, le famiglie mononucleari, caratterizzate dalla lontananza dai familiari. Ad esempio, quando nelle coppie di persone anziane, magari con i figli adulti oramai lontani, muore uno dei due coniugi, il superstite vive di frequente un immenso senso di isolamento e abbandono. Anche quando è presente una rete amicale, le persone in lutto sono spesso a disagio nel proseguire la frequentazione delle amicizie consuete: “sono tutte coppie…e io sono rimasto da solo/a”, si sente spesso dire.

Il panorama emotivo che caratterizza i vissuti del lutto è estremamente ampio. Certamente, l’emozione prevalente è la tristezza, che contraddistingue il dolore per la perdita dell’oggetto amato. Essa può essere più o meno intensa. In alcuni casi può mutarsi in vera e propria depressione la quale, definita da una vecchia nosografia come “depressione reattiva”, si differenzia dalla depressione clinico-patologica sia per la sua durata (limitata) sia perché rappresenta una reazione naturale alla perdita (reale) di una persona.

Anche la rabbia è un’emozione frequente. Può essere rivolta verso il defunto (che non ha lottato contro la malattia, che ci ha abbandonato, ecc.), o verso se stessi (per aver fatto o non fatto, per aver detto o non detto, e via di seguito), o verso Dio o il fato (che permettono simili eventi dolorosi), o verso i presunti colpevoli (il personale sanitario che non si è dimostrato all’altezza, l’automobilista nel caso di incidenti stradali, ecc.). La rabbia può anche svilupparsi perché si ritiene ingiusto essere stati privati di una persona amata o per la consapevolezza del forte dolore vissuto dal defunto prima di morire. La rabbia, in altre parole, si declina e si esprime in modi differenti.

Spesso, le persone possono avvertire anche un’emozione di invidia per coloro che ancora godono della presenza e della vicinanza dei propri cari (ad esempio l’invidia di chi è rimasto vedovo per le coppie ancora unite). L’invidia è un’emozione che, in genere, le persone faticano ad ammettere in quanto ritenuta un’emozione negativa, vergognosa, deplorevole. In realtà, quando non è accompagnata da odio e acrimonia, può far parte dello spettro emotivo umano, e si presenta quando constatiamo che altri dispongono di ciò che anche noi vorremmo avere (o avere ancora).

Un’altra emozione frequente è la paura. Essa può focalizzarsi sul futuro (il timore di come continuare a vivere senza la persona cara), o sulla solitudine (paura di stare da soli, di sentirsi abbandonati).

Le emozioni legate al lutto sono, in definitiva, molteplici. Quella qui esposta è una rapida disamina che non pretende di essere esaustiva. Ciò che invece è importante è avere chiaro che, all’interno di un fisiologico processo psicologico di elaborazione del lutto, le emozioni, i vissuti, i pensieri, i ricordi si modificano nell’arco del tempo e non restano fissi. Inoltre, l’elaborazione del lutto non è un processo che possa avvenire in una dimensione puramente interiore, in solitudine, ma richiede la vicinanza e la solidarietà dei nostri simili.

Non a caso, in una cultura che esalta l’individualismo e produce isolamento e frammentazione sociale, sono nati i gruppi di sostegno (o di Auto Mutuo Aiuto) per persone in lutto, per iniziativa di diversi enti, pubblici e privati: i gruppi offrono una risposta alle esigenze di confronto, comprensione e condivisione che caratterizzano il periodo luttuoso, e aiutano le persone ad affrontare meglio, con maggior consapevolezza, le emozioni che sorgono in una situazione di perdita.

E voi? Quali sono state le emozioni principali che avete provato dopo un lutto? Chi tra di voi ha dovuto affrontare l’elaborazione di un lutto, ritiene a posteriori di aver ricevuto dalla famiglia o da altri il sostegno necessario, o ritiene di essere stato solo in questo momento doloroso della propria vita?

 

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