La morte si fa social? Intervista a Davide Sisto, di Marina Sozzi

Come molti dei lettori di questo blog hanno senz’altro visto, il libro La morte si fa social di Davide Sisto, appena uscito per Bollati Boringhieri, sta avendo una grande quantità di recensioni. Ho voluto quindi rivolgergli qualche domanda un po’ più approfondita rispetto alla stampa generica: dato che la dimensione virtuale assorbe molto tempo nella nostra cultura, non possiamo più ignorare che cosa accade online a proposito della morte.

La riflessione che hai condotto sulle caratteristiche che assume la morte nel web (in vari e complessi modi) è molto innovativa, soprattutto in Italia. In che misura secondo te il modo di trattare la morte sul web è specchio dell’atteggiamento della nostra cultura offline, e in che misura invece si possono rilevare online nuovi e diversi orientamenti?

Le attuali tecnologie digitali registrano, dunque rendono visibili, i comportamenti che segnano comunemente lo spazio pubblico in cui viviamo. Pertanto, l’onnipresenza della morte nel web – soprattutto, le registrazioni audiovisive di omicidi, suicidi e morti in diretta – mette dinanzi ai nostri occhi quella spettacolarizzazione del morire che è la conseguenza prima della sua rimozione sociale e culturale. Noi, in altre parole, guardiamo quei video su YouTube come se fossero dei film. La differenza fondamentale emerge, secondo me, negli spazi interattivi, come i social network: il fatto che la morte sia così presente all’interno di luoghi adibiti a creare perlopiù amicizie e relazioni sentimentali mette le persone dinanzi alla realtà della morte. La presenza dei profili dei morti su Facebook, il più grande cimitero che vi sia al mondo, e la condivisione pubblica delle malattie tumorali da parte di giovani Youtuber registrano visivamente la morte. La vediamo, come non siamo più abituati a farlo offline. Se, pertanto, utilizziamo questa opportunità per educare le persone tanto a un uso corretto del web quanto a comprendere il ruolo della morte nella vita, allora forse il web diventa uno strumento per guardare la morte e il suo legame con la vita in modo diverso rispetto agli ultimi decenni.

Questo libro sta avendo molto successo, segno che il tema della morte interessa e che, se coniugata con il mondo digitale, incuriosisce ancora di più. Nel tuo libro parli di Death Education, immaginando che possa aver luogo online. Oltre a questo blog (che spero possa stare nel novero delle fonti di educazione alla morte) mi fai qualche altro esempio di fonte a disposizione di molti, in grado di modificare la mentalità ?

Il primo esempio che mi viene in mente è “La Cura” (http://la-cura.it/) di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico. Scoperto di avere un tumore al cervello, Iaconesi – che è un ingegnere robotico e un hacker – mette online la propria cartella clinica e chiede al mondo intero di partecipare alla sua cura. Crea, cito le sue parole, “una cura partecipativa open source per il cancro”. Rispondono milioni di persone da tutto il mondo – artisti, ricercatori, medici, ecc. – portando un loro personale contributo. Questo tipo di esperimento, che ha permesso la guarigione di Iaconesi, ha creato una autentica comunità attorno al malato di tumore, facendolo uscire dall’isolamento sociale in cui troppo spesso si ritrova. Un altro esempio è quello delle “cancer vlogger”, ragazze che pubblicano quotidianamente video su YouTube o Facebook in cui parlano della loro malattia a milioni di spettatori. Molti studiosi sostengono che questo fenomeno sia utile per ripensare il rapporto tra salute e malattia, vita e morte. Nel nostro blog abbiamo parlato qualche anno fa del sito “Soli ma insieme” (http://www.solimainsieme.it/), che offre strumenti significativi per bambini e ragazzi in lutto. Per quanto riguarda più specificamente la Death Education, nelle scuole, negli ospedali e nelle Università inglesi e americane sono utilizzate le forme di elaborazione collettiva del lutto su Facebook come occasioni per discutere della morte. Stacey Pitsillides, ideatrice del sito “Digital Death” (www.digitaldeath.eu), è un esempio di ricercatrice che utilizza la presenza della morte nei social network all’interno di progetti universitari interdisciplinari che mettono in dialogo le discipline umanistiche e quelle scientifiche. Sarebbe interessante farlo pure in Italia.

Nel libro parli spesso di consolazione delle persone che hanno subito una perdita. Consolazione che si può cercare in siti che propongono avatar del defunto e spettri digitali; ma anche nelle interazioni su Facebook a proposito della morte dell’amato; o perfino nell’invio di messaggi Whatsapp al morto. La psicologia ci insegna però che il dolente ha bisogno, prima di tutto, di prendere coscienza della morte del proprio caro. Tutti questi sostituti virtuali del morto non rischiano di rallentare il processo di elaborazione del lutto?

Il rischio è tangibile. Da una parte, i cosiddetti “griefbot”, per mezzo dei quali è possibile continuare a dialogare con i morti, rappresentano chiaramente la non accettazione della perdita e del distacco. Sono la conseguenza del tentativo di tenere stretto a sé digitalmente chi non potrà più esserci fisicamente. Dall’altra, la presenza dei profili dei morti su Facebook e su WhatsApp può mantenere vivo a tempo indeterminato il dolore in un genitore che ha perso il figlio. Va però anche detto che tutti questi mezzi digitali offrono alle persone la possibilità di continuare a tenere stretta a sé una quantità inimmaginabile di ricordi e di narrazioni del defunto. E questo, nei casi in cui il lutto è stato elaborato, è benevolmente consolatorio.
Il prevalere delle opportunità o delle criticità dipende dal lavoro che viene fatto offline. Oggi abbiamo questi strumenti digitali che segnano la nostra vita quotidiana. Sappiamo che possono acuire il dolore per la perdita o, in alternativa, possono fornire una maggiore consolazione rispetto al passato. Se il dolente è abbandonato a se stesso, ovviamente le criticità del web prevalgono. Anche in questo caso mi chiedo: quando la società imparerà a mettere a frutto con intelligenza e raziocinio le inedite opportunità offerte dal progresso?

Ho trovato molto interessante la questione della memoria. La memoria, per esistere e avere senso, ha bisogno anche di oblio. Qualcosa si ricorda perché si dimentica il resto. Non stiamo affastellando troppa memoria? Tutta questa memoria non rischia di trasformarsi in una nuova forma di oblio indifferenziato? Questa domanda non vale solo per i defunti, ma certo nel caso della morte appare particolarmente pertinente.

Con me sfondi una porta aperta. Sono quasi privo di fotografie della mia vita personale e familiare. Tendo ad accumulare meno ricordi possibili. Dal momento che ho un carattere malinconico, lo tengo a bada cercando di guardare sempre in avanti, senza tener troppo conto di ciò che mi sta alle spalle. Oggi, le persone accumulano in formato digitale una quantità inimmaginabile di fotografie, registrazioni audiovisive, testi scritti. Tutto questo materiale è profondamente dispersivo e soffocante. Ma, di nuovo, la memoria digitale può trasformarsi in un’occasione per fare selezione e per preparare la propria eredità personale. Se si insegnasse, a partire dagli anni della formazione scolastica, l’importanza dell’oblio per la memoria stessa, forse si riuscirebbe anche a rendere le persone consapevoli di quanto sia necessario selezionare le proprie memorie per il futuro. Questa quantità immensa di memorie è l’ennesima occasione per porsi la domanda: “cosa voglio lasciare agli altri dopo la mia morte?”. Quindi, per riflettere sulla propria mortalità e sull’uso responsabile del web nei suoi confronti.

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