La morte presso i Toraja: in viaggio verso Puya, di Elisabetta Gatto

toraja030Letteralmente “gente degli altopiani”, i Toraja risiedono in villaggi costruiti sugli altopiani centrali del Sud Sulawesi, in Indonesia. Come gruppo etnico sono stati oggetto di grande considerazione all’inizio del Novecento, per alcuni tratti culturali di grande valore, in particolare gli elaborati, la pratica di cacciatori di teste, le sepolture nelle grotte e l’arte di scolpire le statue di pietra.

Il rito funebre è appunto l’evento più complesso e costoso nella società toraja, e ha un ruolo cruciale nel mantenere l’armonia dei tre mondi, o meglio sfere, in cui i Toraja credono sia diviso il cosmo. Ciascuna ha i propri dei ed è associata a un punto cardinale: a nordest il mondo superiore (il cielo), coperto con un tetto a forma di sella, dimora degli antenati divinizzati; il mondo dell’umanità (la terra); e a sudovest il mondo sotterraneo, uno spazio rettangolare circondato da colonne, dimora degli animali.

I Toraja credono che la morte non sia un evento improvviso, ma un processo graduale che conduce il defunto verso Puya, “la terra delle anime”, un luogo sotterraneo a sudovest degli altipiani. Se il morto riesce a trovare la strada verso Puya, e se i parenti in vita hanno praticato i riti necessari (spesso molto costosi), la sua anima, dopo essere stata giudicata da Pong Lalondong, il dio della morte, può accedere al mondo superiore, dove si unirà agli antenati divinizzati nella forma di una costellazione che custodisce l’umanità e il riso.

La maggior parte dei defunti, tuttavia, resta a Puya a trascorrere una vita simile a quella terrena, facendo uso dei beni offerti nel corso del funerale. Le anime che non trovano la strada verso Puya, o quelle cui non sono stati offerti i riti funebri, diventano bombo, ovvero spiriti che minacciano i vivi.

Le cerimonie funebri variano in lunghezza e complessità, a seconda della ricchezza e dello status del defunto. Ogni funerale si compone di due parti. La prima cerimonia (dipalambi’i) è praticata subito dopo la morte e ha luogo nel tongkonan, la casa tradizionale di legno su palafitta con il tetto a punta la cui forma ricorda quella di una barca: è più di una struttura fisica, è il simbolo delle origini, il centro della vita sociale e spirituale, e rappresenta simbolicamente il legame con gli antenati, con i parenti in vita e con il futuro.

La seconda cerimonia, più importante, può aver luogo mesi o addirittura anni dopo la morte, a seconda di quanto tempo la famiglia necessita per accumulare le risorse per coprire le spese del rituale. Viene preparato un luogo cerimoniale, chiamato rante, in un grande prato d’erba, dove la famiglia del defunto allestisce un riparo per ospitare il pubblico, granai per il riso e altre strutture cerimoniali funebri. Più ricco e potente è il defunto, più costoso è il suo funerale, che può durare più di una settimana, coinvolgere migliaia di ospiti, richiedere il sacrificio di decine di bufali e maiali, includere combattimenti di bufali, canti funebri accompagnati dal flauto, danze, poesie, lamentazioni (queste tradizionali espressioni di dolore non vengono però esternate nei funerali di bambini piccoli e di adulti poveri e di basso rango).

I Toraja si esibiscono in danze durante le cerimonie funebri, sia per esprimere il dolore, sia per accompagnare il defunto nel lungo viaggio verso Puya. Per molti Toraja il momento più importante della cerimonia funebre è il rituale Ma’badong, durante il quale un gruppo di uomini forma un cerchio e canta un canto monotono, che dura tutta la notte, per onorare il defunto. Il secondo giorno del funerale viene eseguita la danza guerriera Ma’randing per lodare il suo coraggio quando era in vita: gli uomini danzano con la spada, lo scudo di grandi dimensioni di pelle di bufalo, il copricapo con un corno di bufalo e altri ornamenti. La danza Ma’randing precede una processione in cui il defunto viene portato dal granaio di riso al rante, il luogo della cerimonia funebre. Le donne anziane, con addosso un lungo costume di piume, eseguono la danza Ma’katia per ricordare al pubblico la generosità e la fedeltà della persona deceduta.

Durante il periodo di attesa della cerimonia funebre, il corpo del defunto è avvolto in diversi strati di stoffa e tenuto sotto il tongkonan. Dopo la cerimonia si può optare per uno dei tre metodi di sepoltura: la bara può essere sistemata in una grotta o in una tomba di pietra scolpita o appesa su una scogliera. Essa contiene tutti i beni di cui il defunto avrà bisogno nella vita ultraterrena. I ricchi sono spesso sepolti in una tomba di famiglia (liang), che richiede un paio di mesi per essere completata, perché è scavata in una parete rocciosa, al sicuro dai ladri, visto che insieme al morto sono seppelliti oro e gioielli. Fuori dalla tomba c’è un terrazzino scavato nella roccia dove un tau tau, una scultura di legno, rappresenta lo spirito del defunto.

Nonostante le enormi differenze tra queste usanze e quelle occidentali, che non ci permettono di fare paragoni, colpisce l’estrema importanza data al funerale da altre culture. La nostra civiltà ha semplificato all’estremo i rituali funebri, e tende a non elaborare riti per i defunti. Ritenete che questa semplificazione sia positiva, o che comporti altri problemi per la società nella quale viviamo? Mi sta a cuore il vostro parere.

4 Risposte a " La morte presso i Toraja: in viaggio verso Puya, di Elisabetta Gatto "

  1. Daniela Fregosi scrive:

    Ho rivalutato nel tempo il rituale funebre. Moltissimo. Eliminarlo, velocizzarlo, banalizzarlo è un modo che la mente utilizza per rimuovere l’idea stessa della morte e continuare a far finta di nulla. Il realtà la morte di ogni persona ha soprattutto una funzione sociale ed esistenziale: ricordarci che si muore, ricordarci, quindi, di vivere davvero. Il rituale è importante proprio per esaltare questo grande regalo che ogni persona che se ne va, ci sta facendo. Saltare il rituale è un pò come non scartare il pacco prezioso che qualcuno ci sta offrendo

    • Marinella Cellai scrive:

      Hai ragion e Daniela, condivido pienamente. Aggiungo anche che i rituali, ancora in uso in alcuni paesi – conosco quelli di Pescocostanzo in Abruzzo – aiutano anche i familiari del defunto ad elaborare il loro lutto in condivisione con i partecipanti ai rituali stessi.

  2. D.D. scrive:

    Non si tratta di semplificazione ma di burocratizzazione e di individualismo. Più la società è individualista, meno l’individuo ha valore, soprattutto da morto. Perché ogni individuo è sempre più “scollegato” dagli altri. Nelle grandi città diventa più inusuale conoscere i propri vicini o persino mantenere rapporti con membri della famiglia che abitano lontani, figuriamoci sentirsi parte di una comunità e celebrare riti.

    Nella mia esperienza personale, disporre dei corpi dei nostri genitori è stato un compito eseguito con freddezza da mio fratello, che non mi ha consultato in niente e ha predisposto le cose nella maniera più veloce ed efficiente, per la cremazione. Niente riti, niente riunioni familiari, niente ricordi o celebrazioni della vita dei defunti. Solo una serie di scartoffie, marche da bollo, formulari e un viaggio al cimitero. L’unica cosa importante è stata avere le carte in regola per liberarsi dai corpi.

    Per quanto si possa essere critici sulla religione, io credo che la parte del conforto spirituale sia indispensabile e ingiustamente sottovalutata. Non sono a favore dei riti che durano troppo a lungo o costano troppo, ma trovo che la freddezza odierna con cui ci si deve sbarazzare dei morti – fisicamente e metaforicamente – sia indecente.

    Nella società vittoriana il lutto stretto durava almeno un anno, tempo che adesso mi pare ragionevole – e persino insufficiente – per riprendersi da una grave perdita. Al giorno d’oggi, io ho avuto 4 giorni di congedo dal lavoro per la morte di mia madre… e devo ritenermi fortunata. Non parliamo poi del vestirsi a lutto, visto che il nero imperversa. Invece, per me ritualizzare la tristezza della perdita anche nell’abbigliamento sarebbe una cosa importante.

    Se un periodo della mia vita è finito e mi sembra di avere perso una parte di me stessa, come ci si può aspettare che continui ad interagire, vestirmi e comportarmi come se non fosse successo niente?

    • Ramona scrive:

      Fanno benissimo, purtroppo da noi è tutta meccanica, i saluti dopo la sepoltura e ogni a casa sua.. Che squallore.

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